RIFLESSIONE DELL’EM.MO ARCIVESCOVO
NELLA COMMEMORAZIONE
DEL 2° ANNIVERSARIO DELL’UCCISIONE DI DON PUGLISI
Piazza Anita Garibaldi, 15 Settembre 1995

Perché siamo qui stasera? Per ricordare che in questo luogo due anni or sono venne barbaramente ucciso con un colpo alla nuca il parroco di S. Gaetano al Brancaccio, Don Giuseppe Puglisi. La sua memoria rimane viva non solo in questo quartiere e nella città, ma in Sicilia, in Italia, nel mondo, che inorridirono per quel delitto che, seguendo ad altri, numerosi, perpetrati ai danni di insigni Magistrati e tutori dell’Ordine, colpiva quella volta un Sacerdote. Un delitto che era anche un sacrilegio perché rivolto ad una persona consacrata a Dio e che, come tale, altra missione non aveva se non di promuovere in tutti i modi il bene del popolo: con l’evangelizzazione, con lo svolgimento del sacro ministero, con l’accoglienza ai poveri, ai bambini, ai sofferenti, con l’educazione dei giovani, coi mostrare ed amministrare la misericordia di Dio ai peccatori richiamandoli a mutare la loro vita, a convertirsi, a salvarsi.

Perché allora, se faceva tanto bene, è stato ucciso? Perché alcuni che non accettano di vivere secondo il Vangelo mal sopportano che ci sia chi lo predichi e da esso si lascia ispirare per attivare un’azione non soltanto spiritualmente ma anche socialmente utile. Quello che Don Giuseppe evangelicamente operava colpiva evidentemente gli interessi di qualcuno o di quanti, muovendosi nel campo dell’illecito, dell’ingiusto, del violento, si sentivano minacciati dal parroco. Era questi un uomo mite e disarmato, non possedeva né esercitava alcun potere se non quello della verità che rende liberi. Proprio questo non accettavano – e non accettano – quanti vogliono tenere un quartiere, una città, un determinato ambiente, succubi di una presenza e di una prepotenza che non conoscono limiti e non tollerano alcuna forma di attentato alla loro nefasta supremazia.

Si chiami o non si chiami “mafia”, questo atteggiamento è quanto mai contrario allo spirito del Vangelo che predica l’uguaglianza e la libertà di tutti come uomini, come cittadini e come cristiani figli di Dio; è contrario ai Divini Comandamenti, che prescrivono non essere lecito né frodare, né rubare, né usare violenza, né uccidere, né affermare il falso, né agire contro la verità. Don Puglisi è stato ucciso perché di tali norme di vita si faceva banditore e promotore, non cercando forme di pubblico effetto ma operando silenziosamente nell’esercizio del suo ministero sacerdotale e pastorale.

Non è quello che tutti i Sacerdoti devono fare? Non è quello che fanno? Tenendo conto dei mezzi di cui dispongono, altro realmente non potrebbero fare, e con ciò non sono da considerare protagonisti sociali o eroi, ma semplicemente servi fedeli che adempiono nella Chiesa e nel mondo i loro doveri, il compito affidato loro da Cristo stesso nel momento della loro Sacra Ordinazione. Certamente tale azione dei nostri sacerdoti, senza necessità di gesti provocatori, non viene mai meno, ed essi la svolgono normalmente, senza badare a valutazioni pubblicistiche favorevoli o contrarie fatte nei loro riguardi. Nella lealtà della loro coscienza essi devono render conto di ciò che fanno a Dio ed alla Chiesa.

Sono Vescovo da 25 anni di questa Chiesa palermitana e sono fiero di tutti i sacerdoti che si sono mantenuti fedeli ed attivi nel loro servizio: Don Giuseppe Puglisi è la perla fulgente che con il suo esempio di vita santamente sacerdotale e col suo martirio ha impreziosito il nostro Presbiterio. La sua morte così violenta ci ha arrecato certamente un grande dolore, ma da essa è fiorita anche una grande speranza: quella che dal sacrificio della vita promana sempre una forza di risurrezione. Ne vediamo già i segni promettenti emersi nella coscienza della nostra città dopo le efferate uccisioni di persone dedite al compimento del loro dovere.

Non si deve fermare il moto di reazione popolare specialmente nella mente, nella coscienza, nel cuore dei giovani. Prego tutti però di non volersi contentare di esteriori manifestazioni ma di esaminarsi per vedere ciascuno la propria condotta: se può proprio dire che sta contribuendo al risanamento sociale, morale e spirituale della nostra convivenza. Il bene comune dipende, infatti, da quello che ciascuno di noi fa – o non fa – nell’esatto adempimento dei propri doveri, quali che essi siano. Spetta anche alle Autorità un grande compito: non solo quello di perseguire ogni sorta di violenza e di male, ma anche di prevenirla, promuovendo nei vari ambienti quanto occorra per un recupero di valori culturali ed etici in gran parte perduti e per la formazione integrale dei giovani maggiormente esposti a pericoli di devianza: cose che proprio Don Puglisi stava avviando e che in Brancaccio ed altrove dovrebbero sempre essere realizzate. Spetta poi anche alle Autorità tutte di agire in modo che non si possa mai sospettare qualsiasi forma di loro connivenza o indulgenza verso la criminalità. I dubbi che su ciò in passato si sono addensati hanno provocato grande danno alla generale sensibilità del popolo e alla fiducia nelle istituzioni.

L’azione evangelizzatrice di Don Giuseppe Puglisi va proseguita con perseveranza e con forza, alimentandola con quello spirito di intensa vita spirituale che caratterizzò lui stesso. Come la sua vita sacerdotale fu intessuta di preghiera, così deve esserlo quella di quanti come lui sono operai nella vigna del Signore. Ed è questa stessa preghiera che, mentre dà la forza e il coraggio per contrastare il male, si rivolge al Signore per implorare da lui la grazia della conversione e del perdono per quelli che lo commettono. Io penso che l’ultima intima invocazione che Don Giuseppe emise in questo luogo nel momento in cui veniva colpito fu proprio quella di chiedere misericordia per i suoi crocifissori, come Gesù sulla croce: “Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno! “.

Davvero non sanno quello che fanno quanti seguono la via della malvagità. Procurano a se stessi una grande infelicità sulla terra, anche se mascherata da apparente successo e benessere, e mettono in serio rischio la loro salvezza eterna, perché dei loro misfatti dovranno pur subire il giudizio di Dio: lo ricordava tutti il Papa nel suo vibrante appello della Valle dei Templi in Agrigento.

Mentre quindi condanniamo con la più grande determinazione quanti in questa città e dovunque altrove commettono così orrendi misfatti, non cessiamo di rivolgere loro il più pressante invito a voler finalmente recedere dalla nefasta via della violenza e del crimine ed affidarsi, più che all’inevitabile giudizio di Dio, alla sua Misericordia, che non rifiuta l’uomo peccatore se a Lui, veramente convertito, ricorre e si affida.

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