ASSEMBLEA DIOCESANA
OMELIA DEL CARDINALE ARCIVESCOVO
Cattedrale, 15 settembre 1999

  1. La profezia su Gesù, “segno di contraddizione”, fatta dal vecchio Simeone e su Maria, alla quale “una spada trafiggerà l’anima”, risuona questa sera in mezzo a noi come un invito a considerare la nostra vocazione cristiana alla luce del martirio cruento di Gesù e di quello incruento della Madre sua addolorata, all’inizio dell’Anno pastorale e in concomitanza con l’apertura del processo di beatificazione super martyrio del servo di Dio P. Pino Puglisi.
    Nella Lettera Tertio millennio adveniente il Papa, dopo aver ricordato che la “Chiesa del primo millennio nacque dal “sangue dei martiri, seme di cristiani” secondo la efficace definizione di Tertulliano, e che il suo sviluppo del primo millennio non si sarebbe potuto verificare senza “quella seminagione di martiri e quel patrimonio di santità che caratterizzarono le prime generazioni cristiane”, ha affermato che “al termine del secondo millennio la Chiesa è diventata nuovamente Chiesa di martiri”.
    Non sono mancate e non mancano persecuzioni, violenze di ogni genere, uccisioni atroci di inaudita e inedita ferocia contro sacerdoti, religiosi/e e laici in tante parti del mondo per la loro fedeltà a Cristo e alla Chiesa o a motivo del loro servizio alla causa dei poveri e degli oppressi.
    Il pensiero va spontaneo con orrore a quanto sta accadendo in questi giorni nel Timor Est, ai sacerdoti e ai religiosi uccisi insieme con tantissimi fedeli perfino dentro le Chiese, dove il loro sangue è sembrato confondersi con quello di Gesù eucaristicamente immolato sull’altare. Per la pace di quel popolo martoriato s’innalza la nostra preghiera. E per venir incontro alle loro necessità non manchi l’aiuto concreto della nostra generosità. Come segno, la questua di questa sera sia devoluta a tal fine.
  2. Ma qui, nella nostra Cattedrale, il pensiero corre doveroso, commosso, memore e orante al servo di Dio Padre Francesco Spoto, sacerdote della Congregazione Missionari Servi dei Poveri, ucciso nel Congo, del quale è già in corso la Causa per il riconoscimento canonico del martirio, e al servo di Dio Don Giuseppe Puglisi, fulgida gemma del nostro presbiterio, barbaramente ucciso dalla mafia. Di lui questa sera ho la grazia, il privilegio e la gioia di aprire analogo processo. E sono grato alla Santa Sede per la sollecitudine con cui la Congregazione delle Cause dei Santi, rispondendo alla mia richiesta, come Pastore della Chiesa di Palermo, mi ha comunicato il Nulla Osta per darvi inizio.
    Di ambedue i Servi di Dio speriamo poter celebrare al più presto la glorificazione terrena, non solo per il riconoscimento del loro martirio ma anche per il contesto globale della loro vita sacerdotale, caratterizzata da esemplare e coerente fedeltà al dono incommensurabile del Sacerdozio ministeriale.
    La loro testimonianza, – come quella di tanti fedeli servitori dello Stato uccisi dalla mafia nell’adempimento del proprio dovere a servizio della serena e ordinata convivenza sociale nel nostro territorio – non può essere dimenticata, ma deve restare sempre viva, come un punto di riferimento ineludibile e come un appello stimolante, rassicurante, tonificante soprattutto nell’ora della prova o nei momenti in cui si fa più aggressivo il rischio della stanchezza, del cedimento, della rassegnazione o, peggio ancora, della indifferenza.
    La memoria dei martiri – scrive il Papa nella Bolla d’indizione dell’Anno Santo – è “un segno perenne, ma oggi particolarmente eloquente, della verità dell’amore cristiano. Essi sono coloro che hanno annunciato il Vangelo dando la vita per amore”.
    Il martire, soprattutto ai nostri giorni, è segno di quell’amore più grande che compendia ogni altro valore. La sua esistenza riflette la parola suprema pronunziata da Cristo sulla Croce: “Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno” (Lc 23,34)”.
  3. D’altra parte noi credenti dobbiamo essere consapevoli che il martirio è una possibilità della vocazione cristiana, per cui nessuno di noi può escludere questa prospettiva dal proprio orizzonte di vita e ad essa deve prepararsi con la coerenza della vita e con l’assoluta fiducia nel Signore che è sempre con noi e ci dice “Coraggio, non temete”.
    E’ quanto ha voluto ricordare anche a noi don Puglisi, quando sorridendo ha detto al suo uccisore, che proditoriamente lo colpiva a morte: “Me lo aspettavo”.
    Quel sorriso è l’espressione gioiosa di una convinzione forte, profonda, meditata, motivata nella fede della possibilità del martirio come prospettiva della vocazione cristiana e soprattutto di quella sacerdotale, quale prolungamento del martirio di Cristo, che ha dato la vita per la salvezza di tutti.
    Quel “me lo aspettavo” è l’attestazione evidente di come la prospettiva del martirio si presentasse in lui nella concretezza sofferta di un’attesa maturata nei ripetersi oscuro di precisi segnali, i quali non hanno potuto tuttavia fermare la sua azione pastorale ma hanno accresciuto la fiducia nel Signore. “So che testimoniare Cristo può portarci a donare la vita per i fratelli – aveva detto lui stesso qualche anno prima in un convegno a Trento – ma non per questo ci si deve tirare indietro”.
    A proposito di segnali oscuri, colgo l’occasione per rinnovare, a nome di tutta la Comunità Diocesana, affettuosa solidarietà a P. Giovanni Scaletta, Direttore della Caritas Diocesana, e a quanti altri sono fatti segno di “intimidazioni” e di “minacce”, per il loro impegno religioso, culturale, morale e civile. Rinnovo anche la solidarietà al Centro Padre Nostro, fatto oggetto di inquietanti segnali per impedire l’attuazione di progetti educativi a Brancaccio, un rione che non può essere abbandonato a se stesso ma, anche nel ricordo di Don Puglisi, ha il diritto di essere al centro di concrete attenzioni istituzionali.
  4. Se il martirio, come testimonianza di fedeltà al Vangelo sino al sacrificio cruento, è una possibilità della vocazione cristiana e del ministero presbiterale, quello incruento, ossia la testimonianza di fedeltà a Gesù Cristo e al suo Vangelo nella vita di ogni giorno, per noi cristiani è istanza doverosa che parte dal Battesimo e ci viene riproposta costantemente come condizione ineludibile per realizzare la primaria e fondamentale vocazione del cristiano, quella della santità.
    A questa fondamentale chiamata del Signore, che è per tutti in qualsiasi età e in qualsiasi condizione di vita, ci richiama fortemente l’evento di grazia che abbiamo vissuto or ora, l’apertura del processo di Beatificazione del servo di Dio Pino Puglisi.
    Nella vigilia immediata del grande Giubileo del 2000, il cui obiettivo principale – come scrive il Papa – è “suscitare in ogni fedele un vero anelito di santità”, un desiderio forte di conversione e di rinnovamento personale in un clima di sempre più intensa preghiera e di solidale accoglienza del prossimo, specialmente quello più bisognoso” (TMA, 42), è questo anche il messaggio principale che il Servo di Dio rivolge questa sera a me e a voi, come la migliore prolusione della nostra Assemblea diocesana e impegno prioritario di tutta la nostra azione pastorale.
  5. Il servo di Dio Pino Puglisi è andato incontro alla morte con gli occhi aperti per essere fedele al suo ministero di sacerdote. Non ha accettato altra signoria che quella del Signore crocifisso e risorto e ha insegnato ai suoi fratelli a non piegare la testa dinanzi a nessuno, Egli ha realizzato quella “coraggiosa testimonianza” cristiana di cui aveva parlato il Papa Giovanni Paolo II ad Agrigento: “La vera forza in grado di vincere queste tendenze distruttive sgorga dalla fede. Questa però esige non solo un’intima adesione personale ma anche una coraggiosa testimonianza esteriore, che si esprime in una convinta condanna del male. Essa esige qui, nella vostra terra, una chiara riprovazione della cultura della mafia, che è una cultura di morte, profondamente disumana, antievangelica, nemica della dignità delle persone e della convivenza civile”. Il Papa poi aggiungeva l’invito a testimoniare Gesù Cristo fino al martirio: “La Chiesa siciliana è chiamata, oggi come ieri, a condividere l’impegno, la fatica e i rischi di coloro che lottano, anche con discapito personale, per gettare le premesse di un futuro di progresso, di giustizia e di pace per l’intera isola”.
    Alla voce del Papa ha fatto eco quella dei Vescovi siciliani, i quali, proprio nel ricordo del sacrificio di Don Puglisi, riproponendo l’assoluta inconciliabilità della mafia col Vangelo e con la vita cristiana, scrivevano con fermezza apostolica “Contro questa mentalità mafiosa e contro la violenza della mafia, noi Vescovi di Sicilia intendiamo opporre, ancora una volta e più decisamente, la forza disarmata ma irriducibile del Vangelo, una forza che è per se stessa rivolta alla persuasione, alla promozione e alla conversione delle persone, ma è nello stesso tempo intransigente nel non autorizzare sconti o ingenue transazioni per ciò che concerne il male, chiunque sia a commetterlo o a trame profitto. Don Giuseppe Puglisi ha incarnato pienamente questa duplice forza del Vangelo: egli rappresenta un’indicazione per tutti noi; il modello che ne deriva per il clero di Sicilia e per ogni vero cristiano è la sfida che lanciamo a chiunque gli competa” (Nuova Evangelizzazione e pastorale, n.12).
  6. Il martirio di don Giuseppe Puglisi si propone quindi come modello per ogni battezzato che vuole dare un senso evangelico alla propria testimonianza nella società secolare, per ogni sacerdote che vuole vivere in modo significante il suo ministero nel tempo della modernità, per la comunità ecclesiale che nella storia è sotto il segno della croce e non del trionfo. Per questo il suo martirio ci induce ad accogliere, come singoli battezzati e come comunità, l’invito rivolto dal Santo Padre in occasione del Grande Giubileo a chiedere perdono a Dio “con coraggio e umiltà”, per “errori, infedeltà, incoerenze e ritardi”, commessi da quanti si dicono cristiani (Tma, n. 33): per noi anche e soprattutto in riferimento alla peggiore delle strutture di peccato della nostra terra, quella mafiosa.
    L’auspicata beatificazione di Giuseppe Puglisi offrirà una proposta concreta di vita cristiana a noi che dobbiamo affrontare con la fede in Cristo i problemi di questa terra in cui viviamo. La testimonianza del martire per la fedeltà al servizio del Vangelo, per la giustizia e per la carità, infatti, è annunzio di altissimo valore religioso ed etico, perché supremo gesto di amore che attinge, come ogni gesto di totale gratuità, la realtà stessa di Dio.
    In questo modo l’annunzio religioso diventa fatto non marginale, ma coinvolgente la profonda realtà stessa dell’uomo; e apre misteriosi spazi di fede, di speranza, di amore non solo alla nostra comunità cristiana, ma ancora a tutti gli uomini, che credono nella giustizia e per la dignità dell’uomo sono impegnati.
    L’augurio espresso dal Santo Padre pochi giorni dopo l’uccisione di Don Puglisi, “che il sangue innocente di questo sacerdote porti pace alla cara Sicilia”, è l’augurio che questa sera risuona nella nostra Cattedrale come il messaggio ecclesiale di don Puglisi alla Chiesa e alla società.

+ Card. Salvatore De Giorgi

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