XIX ANNIVERSARIO DELLA MORTE DI DON PUGLISI
ORDINAZIONI PRESBITERALI

Chiesa Cattedrale – 15-09-2012

1.Voi chi dite che io sia?”. Riecheggia anche stasera, in questa Cattedrale, la domanda che Gesù fa ai suoi discepoli. Una domanda scomoda, stringente, tagliente, non soltanto per quel piccolo gruppo di suoi amici, ma anche per tutti noi. Una domanda che, oggi come allora, ci coglie “per la strada”, nella quotidianità della nostra esistenza, e che, in fondo, ci “inchioda” a dire come stiamo facendo strada, che temperatura registri il nostro discepolato, tanto a livello personale quanto a livello comunitario.

Voi chi dite che io sia?”. Il Servo di Dio don Pino Puglisi, assassinato diciannove anni fa dalla mafia in odium fidei, e che nella prossima primavera sarà proclamato martire, a questa domanda ha dato una risposta generosa e concreta.

E noi? E voi quattro, Francesco, Matteo, Sergio e Massimiliano, che questa sera venite ordinati presbiteri al servizio di Dio e del suo popolo, “per Cristo a tempo pieno”, come avrebbe detto lo stesso Servo di Dio: che risposta date a questa domanda? E che risposta darete da stasera in poi?

2. “Tu sei il Cristo”. Potremmo anche noi rispondere come Pietro, che, a nome dell’intero gruppo dei discepoli, riconosce quanto Gesù ha finora dimostrato con la sua potente predicazione e il suo prodigioso operato. Tu sei il “Cristo”, il “Messia”, “l’Unto di Dio”.

Ma riconoscere Cristo “a parole”, mossi dall’entusiasmo e dall’euforia, non basta. Tanto che alla confessione “verbale” di Pietro, Gesù non fa seguire nessun plauso. Solo l’ordine severo “di non parlare ad alcuno”. E l’inizio di una grande catechesi che rivela “apertamente” il suo destino: “Il Figlio dell’uomo doveva soffrire molto, ed essere rifiutato” venire ucciso e, dopo tre giorni, risorgere”.

In Gesù si compirà la profezia del Servo Sofferente di Jahwé: egli salverà il suo popolo non come liberatore politico e glorioso, ma passando attraverso il rifiuto della sua gente, la persecuzione, la sofferenza e la morte. E farà tutto questo nell’assoluta docilità al Padre, proprio come il Servo Sofferente: “Il Signore Dio mi assiste”.

3. “Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo”. Pietro non ci sta. Non è questo il “Messia” che aveva pensato. La sola idea del destino inglorioso di “questo” Cristo lo scandalizza, e diventa per lui un ostacolo in cui inciampare. Ed ecco: egli abbandona il posto di discepolo che segue il Maestro, e si pone davanti a Gesù, faccia a faccia: “Si mise a rimproverarlo”.

Ma il vero ostacolo è il modo di pensare di Pietro e Gesù lo richiama: “Va dietro a me, Satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini”. Lo chiama “satana”, che vuol dire avversario, ostacolatore. E lo invita a ritornare a far cammino “dietro” di lui, a ritornare a farsi discepolo, smettendola di pensare “secondo gli uomini”.

Ed ecco la proposta chiara di Gesù, non soggetta ad alcun fraintendimento: “Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi sé stesso, prenda la sua croce e mi segua”.

Dal “chi sono io per te?” al “vuoi venire dietro a me?”. Dalla domanda sull’identità di Cristo, alla domanda sull’identità del discepolo e sulla sua sequela. Ogni volta che cerchiamo di rispondere alla prima domanda, ci imbattiamo con l’unica risposta da dare, l’unica che ci impegna e ci coinvolge totalmente, facendoci mettere in gioco tutta la nostra vita: “Chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà”.

Perdere la vita” Salvarla” Non è un teorema da dimostrare, ma una proposta da accogliere. Questo “perdere la vita” è scommetterla “dietro” al Maestro, ed è proposta da accogliere per aprirsi ad una promessa senza precedenti.

Quando il discepolo non sarà più discepolo solo a parole, ma nell’esistenza di una vita donata per amore, come quella del Servo Sofferente Gesù, allora “e solo allora” verificherà il compiersi di questa promessa: “Sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza”.

4. “Sì, ma verso dove?”. Un famoso slogan del Centro Nazionale Vocazioni diventa, per don Pino Puglisi, occasione per uno dei suoi tanti campi-scuola, e ai ragazzi dice: “Venti, sessanta, cento anni, la vita. A che serve se sbagliamo direzione? Ciò che importa è incontrare Cristo, vivere come lui, annunciare il suo amore che salva. Portare speranza e non dimenticare che tutti, ciascuno al proprio posto, anche pagando di persona, siamo i costruttori di un mondo nuovo”.

Sì, ma verso dove? Come quella sull’identità di Gesù, anche questa domanda non richiede una risposta solo “a parole”, ma tutto un preciso orientamento esistenziale. “Vivere è scegliere” diceva don Pino “perché nella vita ci troveremo di fronte a tante vie. Chi vuol vivere realmente la propria vita dovrà scegliere, e scegliere significa rinunciare a qualche cosa per averne un’altra”.

La proposta è convertirsi alla logica del chicco di grano, e don Pino, oltre che a parole, lo ha fatto con la sua vita sacerdotale e con il suo martirio: “Gesù” diceva “ha portato molto frutto quando è morto. Gesù ha detto: “Chi vuol essere mio discepolo, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua”. Può sembrare una cosa che atterrisce prendere la croce per essere discepolo di Gesù, ma se noi vogliamo crescere, sarà questa la logica. Se noi vogliamo restare immaturi allora rifiuteremo la logica della croce, la logica del chicco di frumento”. E concludeva: “Chi vuol crescere deve accogliere la logica del chicco di frumento”.

5. “Sì, ma verso dove?” E soprattutto: come? Dobbiamo ammettere che “come Pietro” non sempre siamo capaci di essere discepoli andando “dietro” al Maestro Gesù! Specie quando ci fermiamo ai nostri modi di ragionare, al pensare “secondo gli uomini” e non “secondo Dio”.

Don Pino Puglisi, da sacerdote, continuò ad essere sempre discepolo.

Fuggendo dalle logiche di successo, di consenso, di carrierismo, di affermazione. Riconosceva in esse un ostacolo al cammino di Cristo nella storia del mondo, e una tentazione di divenire autoreferenziali e tronfi, non più discepoli che seguono il Maestro, ma “maestrini” impantanati nelle sabbie mobili dell’egoismo.

Il suo discepolato nei 33 anni di sacerdozio “in sintonia con quanto il Vangelo ci ha annunciato oggi” si è compiuto in modo mirabile nel suo martirio. “Ora comincio ad essere discepolo” (Epistula ad Romanos V, 3) scriveva S. Ignazio di Antiochia ai fedeli di Roma, mentre si avviava al carnefice. Il sorriso e la serenità di don Pino, in piazzale Anita Garibaldi, 19 anni fa, furono ancora quelli dell’appassionato discepolo e sacerdote di Cristo.

6. “Il Signore Dio mi ha aperto l’orecchio e io non ho opposto resistenza, non mi sono tirato indietro”. A voi, carissimi Francesco, Matteo, Sergio e Massimiliano, è donato in modo particolare oggi, nel giorno della vostra ordinazione, come consegna particolare, l’esempio di don Pino, discepolo di Cristo perché ascoltatore attento della sua volontà. Vivete il vostro sacerdozio sempre da discepoli, sempre “dietro” il Maestro.

Sacerdoti e discepoli, sacerdoti-discepoli, nell’obbedienza fiduciosa a quella missione che “mediante il ministero del Vescovo” il Signore vorrà affidarvi. Un’obbedienza fiduciosa che sarà certo anche faticosa. Tante saranno le proposte allettanti e gli stili di vita personalistici o autoreferenziali, che vi inviteranno a vivere un discepolato comodo e dunque un sacerdozio imborghesito e clericale.

Guardate, vi prego, all’esempio di don Pino, vostro confratello. Il giorno in cui il Cardinale Pappalardo gli proponeva il trasferimento a Brancaccio, all’uscita dall’episcopio, un amico medico, che aveva saputo della nuova missione, affettuosamente gli domandava “Peppinu, sì cuntentu?”. Don Pino rispondeva con semplicità e convinzione: “Al Cardinale non avrei mai potuto dire di no!”.

Il suo volto certo tradiva la sofferenza di “cambiare ancora una volta”, di “rimettersi in gioco” per una missione problematica. Ma nelle sue parole c’era l’allontanamento da ogni valutazione legata a preferenza, successo o merito, ed una reale disponibilità all’ascolto della volontà di Dio, disponibilità ordinaria e disarmante, nell’obbedienza al Vescovo. Un “perdere la vita” in una sequela autentica dietro a Gesù, dietro al Pastore Buono di cui era immagine, dietro al Giusto Crocifisso del quale, proprio a Brancaccio, sarebbe diventato icona con il suo martirio.

7. “La fede, se non è seguita dalle opere, in sé stessa è morta”. Chissà quante volte don Pino avrà letto e riletto la sferzante pagina della lettera di Giacomo che condanna una fede che non diventa carità. In don Pino la sintesi tra evangelizzazione e promozione umana ha veramente compiuto questa Parola.

L’opera di don Pino e di quanti lo collaborarono fu sempre animata dalla fede. Ma questa fede la mostrò apertamente in quelle opere che dalla stessa fede scaturivano. Per questo la mafia non poteva stare tranquilla: la fede di don Pino usciva dalla chiesetta di Brancaccio e rischiava di cambiare la realtà facendosi lievito di novità sulla strada. La mafia fu infastidita da questa “fede pericolosa”, che altro non fu se non una “fede incarnata”.

Nell’imminente apertura dell’Anno della Fede indetto dal Santo Padre Benedetto XVI, il martire don Pino ci sta davanti non per canonizzare l’antimafia, non come l’esempio di una “santa anti-mafiosità”, ma come esempio di un presbitero, che è discepolo innamorato di Cristo, ed apostolo innamorato della Chiesa. Un presbitero la cui fede diventa carità, che rigetta qualsiasi forma di male e che per questo è sempre scomoda. Una fede che “si” scomoda e “ci” scomoda perché richiama il banco di prova della nostra sequela professata: l’amore.

Carissimi Francesco, Matteo, Sergio e Massimiliano! Da presbiteri vi supplico di non fuggire la responsabilità di dar forma alla fede professata con la carità vissuta. Rimanete accanto all’uomo! Fatevi trovare dai fratelli!
Accompagnateli con dedizione ed amore nelle loro tragedie, nei loro drammi, nella loro esistenza ferita. “Sotto ogni croce non possono esserci le risposte, ma non devono mancare mai le presenze” (F. Scalia).

8. Rivolgetevi sempre alla Vergine Maria, che, come prima discepola, dirige ancora maternamente il suo sguardo su di voi. E mentre incrociate questo suo sguardo, così amorevole e pieno di tenerezza, consegnatele il vostro di sguardo, forse ancora trepidante, ma proiettato sul futuro della Chiesa, futuro di cui, da stasera, in modo più sollecito, sarete protagonisti e costruttori come don Pino.

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