XXV ANNIVERSARIO DI ORDINAZIONE PRESBITERALE DI
S.E. MONS. CARMELO CUTTITTA

Chiesa Cattedrale 10-01-2012

Is 61,1-3a; Sal 109; 1Ts 2,2b-8; Gv 15,9-17

1. È motivo di commozione e di gioia il nostro ritrovarci insieme, stasera, per elevare alla SS. Trinità l’inno di ringraziamento per un dono grande: il 10 gennaio 1987, venticinque anni fa, Mons. Carmelo Cuttitta, in questa Chiesa Cattedrale, veniva ordinato sacerdote per l’imposizione delle mani e la preghiera del compianto Cardinale Salvatore Pappalardo che oggi continua ad accompagnarlo paternamente dalle Dimore Eterne.

A Don Carmelo fanno corona il Signor Cardinale Salvatore De Giorgi, che non ha voluto mancare a questo solenne rendimento di grazie della Chiesa Palermitana, e gli Arcivescovi e Vescovi di Sicilia, che si stringono a lui in fraterna esultanza.

Ci sono poi, numerosi, i presbiteri e i diaconi, i membri della Vita Consacrata, i cari seminaristi, i laici tutti nelle loro molteplici espressioni comunitarie e aggregative.

Ci sono soprattutto le comunità parrocchiali che Don Carmelo ha servito nel suo ministero presbiterale: quella di “S. Atanasio” in Ficarazzi, dove è stato vicario parrocchiale dal 1988 al 1990, e quella di “San Giuseppe Cottolengo” che ha guidato con zelo pastorale dal 1996 al 2007.

E c’è anche la sua famiglia, in particolare la mamma Maria, che ho visto sempre felice ed orgogliosa di lui, e il papà Giuseppe, che, dal Cielo, parteciperà a questa festa in modo altrettanto gioioso. C’è anche il Servo di Dio Don Pino Puglisi, che hai conosciuto come tuo parroco a Godrano e che ha accompagnato il tuo iter vocazionale.

Questa Cattedrale rappresenta oggi una luminosa attestazione di gratitudine e di affetto nei confronti del nostro caro Vescovo Ausiliare, un segno di partecipazione e di vicinanza in questo giorno particolare, di memoria grata al Signore.

Sono certo, carissimo Don Carmelo, che questi giorni, e questo in particolare, sono stati per te densi di ricordi. Con la memoria del cuore sarai ritornato ai contesti di servizio e alle persone incontrate sul tuo cammino e, soprattutto, alla grazia passata attraverso le tue mani. Col Salmista puoi dire: “Quante meraviglie hai fatto, tu, Signore, mio Dio, quanti progetti in nostro favore: nessuno a te si può paragonare! Se li voglio annunciare e proclamare, sono troppi per essere contati” (Sal40,6).

2. Nel discorso che Gesù rivolge ai suoi discepoli nel Cenacolo, come ascoltato dalla pagina evangelica di questa sera, egli chiama “amici” coloro che continueranno la sua azione sacerdotale al servizio degli uomini: “Non vi chiamo più servi ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi” (cf. Gv 15,15).

Egli chiama “amici” i sacerdoti. Li attrae a sé in un rapporto totalmente nuovo, particolare, intimo. Fa conoscere loro tutto ciò che ha udito dal Padre suo. Li mette a parte della confidenza che c’è fra lui e suo Padre Dio. Che grande mistero!

All’icona dell’amicizia, quale immagine del sacerdozio, si mostra da sempre particolarmente legato il Santo Padre Benedetto XVI, che, lo scorso anno, in occasione del suo 60° anniversario di ordinazione sacerdotale, così la spiegava: “Egli mi chiama amico. Mi accoglie nella cerchia di coloro ai quali si era rivolto nel Cenacolo. Nella cerchia di coloro che Egli conosce in modo del tutto particolare e che così Lo vengono a conoscere in modo particolare” (Omelia per la S. Messa dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, 29 giugno 2011).

Sì! Il sacerdozio è intima e profonda relazione di amicizia con Cristo, frequentazione costante del suo amore, nel quale egli desidera che noi rimaniamo: “Rimanete nel mio amore”. Questa amicizia non è qualcosa di superficiale, ma un legame profondo e vitale che unisce due volontà, quella del sacerdote quella di Dio.

Per questo, continuava il Santo Padre: “L’amicizia non è soltanto conoscenza, è soprattutto comunione del volere. Significa che la mia volontà cresce verso il “sì” dell’adesione alla sua. La sua volontà, infatti, non è per me una volontà esterna ed estranea, alla quale mi piego più o meno volentieri oppure non mi piego. No, nell’amicizia la mia volontà crescendo si unisce alla sua, la sua volontà diventa la mia, e proprio così divento veramente me stesso”.

Dunque, si tratta anche di un’amicizia che, in qualche modo, ripresenta dinanzi agli uomini il Cristo. Gli amici di una persona dicono già qualcosa di lui. Noi sacerdoti, amici di Cristo, siamo immagine sua, capaci di dire e dare quello che a noi Cristo ha detto e dato: “Tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi” (Gv 15,15).

Caro Don Carmelo, mi sembra che la raccomandazione di questo intimo e profondo legame ti era stata come anticipata dalle parole che il Cardinale Pappalardo, venticinque anni fa volle rivolgere a te e ai tuoi compagni di ordinazione, don Giuseppe Calafiore, scomparso nel 2010, e don Pino Spataro, che oggi è presente insieme con noi per rendere grazie al Signore.

Il Cardinale Pappalardo riprendeva proprio le parole dell’epiclesi della preghiera di ordinazione e diceva: “Ministero, integra condotta di vita, santità: quale mirabile programma di vita si delinea dinnanzi a voi perché lo adempiate con fedeltà! Sarà possibile se sarete imitatori del Figlio prediletto in cui il Padre si compiace; se vivrete in gioiosa intimità con Gesù Signore, Maestro, amico, fratello di ogni Sacerdote; se anche al di là delle preghiere e delle invocazioni della liturgia, un continuo anelito di fiduciosa confidenza sale a Lui dal vostro cuore, ed anzi, meglio ancora se i battiti e i palpiti e i sentimenti del vostro cuore coincidono con quelli del cuore di Cristo”.

C’è ancora qualcosa in più da dire circa quel “Rimanete nel mio amore”. Gesù parla al plurale, a tutto il gruppo dei suoi, come se raccomandasse loro anche di rimanere “nel suo amore” rimanendo anche nell’amore reciproco: “Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore” Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi” (cf. Gv 15,10.12). Rimanere “nel suo amore” sarà visibile anche quando i suoi saranno e si mostreranno legati fra loro “nel suo amore”.

Caro Don Carmelo, per te questo “rimanere nell’amore di Cristo” si è sempre tradotto anche in un affettuoso legame con il presbiterio diocesano. Sono tante le relazioni fraterne che in questi venticinque anni hai voluto e saputo intessere, relazioni fatte di cordialità e reciproco sostegno, autentiche testimonianze di fraternità presbiterale. Oggi, il grazie a Dio di questo presbiterio che vedi qui riunito è congiunto con il grazie profondamente umano alla tua persona e quanto ha rappresentato!

3. Nella prima lettura che abbiamo ascoltato stasera Isaia ci ha parlato di una consacrazione e di una missione sacerdotale al servizio di una comunità. Lo Spirito Santo che scende sul profeta è quello stesso che consacra ogni sacerdote. È quello che invochiamo nella preghiera di ordinazione, come l’unico vero dono da continuare a domandare “ogni giorno” per essere confermati nell’effusione di “quel giorno”.

Ma a questa discesa dall’alto dello Spirito corrisponde un movimento orizzontale, vasto, ampio. Il profeta Isaia parla di unzione. Ed io penso all’immagine delle gocce di olio che, cadute dall’alto verso il basso, si spandono, in orizzontale. Ecco: dopo l’unzione sacerdotale data dall’azione dello Spirito che viene dall’alto, c’è “e non può non esserci” questo movimento orizzontale e vasto della missione: ”portare il lieto annunzio ai miseri”, “fasciare le piaghe dei cuori spezzati”, “proclamare la libertà degli schiavi, la scarcerazione dei prigionieri”, “promulgare l’anno di grazia del Signore”, “consolare tutti gli afflitti”.

È una sorta di movimento “centrifugo”, che giunge fino alle periferie dell’umanità sofferente. Per il ministero dei sacerdoti queste periferie vengono fecondate dall’azione dello Spirito Santo. E la Chiesa si edifica prodigiosamente, misteriosamente. Noi presbiteri siamo testimoni e ministri di questa straordinaria costruzione, secondo il cuore grande di Dio.

Carissimo Don Carmelo, questa unzione si è diffusa anche per mezzo della tua umanità, certamente segnata dalla debolezza e dal peccato, ma forte della grazia di Dio. Così ti sei impegnato a camminare accanto a tanti, uomini e donne, da “fratello”, consapevole di questa missione “centrifuga” che ti ha fatto essere per tutti “senza distinzioni” “amico”.

Questa Chiesa ha sempre ammirato quanto tu ti sia adoperato perché, per opera di quello stesso Spirito Santo che ti ha consacrato presbitero, ti facessi servo della comunione ecclesiale. Tu hai sempre amato la Chiesa, mai “privatizzando” il tuo ministero, sempre cercando di “spandere” in essa quella preziosa unzione che ti era stata affidata.

Alla Chiesa hai sempre guardato con il realismo di chi la conosce fragile e piena di rugosità, e con l’entusiasmo di chi nutre il desiderio di vederla santa ed unita, dono dello Spirito di Dio.

In questo Spirito hai sempre considerato che il sacerdozio “ed oggi l’episcopato” non è un privilegio o un’onorificenza, ma un compito necessario affinché a tutti possa giunga la bellezza della Vangelo e la forza dirompente dell’amore. hai saputo fare del tuo ministero ordinato un’occasione perché la comunità ecclesiale cresca e la novità della Pasqua giunga davvero a tutti.

Per opera dello Spirito di Dio, fatto amico e commensale alla mensa di Cristo, hai voluto sempre testimoniare la tua profonda fede in una Chiesa “sinodale”, fatta di cammini comuni, forse più faticosi da percorrere in termini di energie e di tempo, ma senza dubbio autenticamente evangelici perché costruiti nella carità.

Grazie per questo, caro Don Carmelo!

4. Infine voglio riferirmi alla seconda lettura che ci ha presentato il ministero di Paolo e il suo stile ecclesiale, il suo coraggio nell’annuncio del Vangelo in mezzo a tante lotte, e la sua purezza d’animo. Una predicazione, quella di Paolo, che “non nasce da menzogna, né da disoneste intenzioni e neppure da inganno” non cercando di piacere agli uomini, ma a Dio” (cf. 1Ts 2,3-4).

La difesa di Paolo è tutta una lode a Dio che gli ha concesso la grazia di mantenersi fedele: “Mai abbiamo usato parole di adulazione, ne abbiamo avuto intenzioni di cupidigia. E neppure abbiamo cercato la gloria umana, né da voi né da altri, pur potendo far valere la nostra autorità di apostoli di Cristo” (1Ts 2,5-6).

Paolo testimonia che, per guidare la sua comunità, non ha mai utilizzato l’autorità a lui conferita come apostolo. Egli parla piuttosto di relazioni caratterizzate da affetto rispettoso e da cura amorevole: “Siamo stati amorevoli in mezzo a voi, come una madre che ha cura dei propri figli” (1Ts 2,7).

Lasciandomi guidare da questa Parola, permettimi, caro Don Carmelo, di testimoniare più personalmente i tratti del tuo ministero in mezzo alla gente. La tua affabilità nelle relazioni, la sollecitudine attenta e la cura amorevole nei confronti della nostra Chiesa locale, in tutte le sue componenti, specie quelle più problematiche, lo stile semplice e disinteressato, privo di parzialità e carico di responsabilità, hanno fatto sempre di te un presbitero stimato perché testimone dell’amicizia di Dio per gli uomini, immagine di Cristo e del suo amore misericordioso.

Ma c’è di più! E non posso tacerlo! La tua cura per questa comunità ecclesiale che ti ha generato nella fede, ha assunto una diversa connotazione dal luglio del 2007, quando il Santo Padre Benedetto XVI ha voluto che tu ricevessi la pienezza del sacerdozio con l’ordinazione episcopale. In questi ultimi quattro anni e mezzo di ministero episcopale come Vescovo Ausiliare, l’amore alla Chiesa di Palermo è passato attraverso lo zelo instancabile, la dedizione intelligente, le generosità senza limiti che tu hai dimostrato al Pastore di questa comunità ecclesiale.

Di questo ti è grata la Chiesa di Palermo!

Di questo ti sono grato io, Pastore di questa porzione del gregge di Dio che insieme cerchiamo di condurre nella sua adorabile volontà!

Grazie Don Carmelo!

5. A Maria Immacolata, Madre dei Sacerdoti e Regina degli Apostoli, continuerai ad affidare il tuo ministero in questa Chiesa.

Nella tua Godrano sei cresciuto sotto la sua materna protezione, e hai continuato a sentirne la dolce presenza quando hai detto i diversi “sì” quotidiani del ministero, sempre più gravosi, sempre più impegnativi.

Ma accanto a questa presenza celeste hai anche sperimentato la testimonianza paterna del tuo caro parroco, il Servo di Dio don Pino Puglisi, che questa sera, siamo sicuri, dal Cielo prega per te e per la tua vita sacerdotale, perché continui ad essere autentica donazione a Dio e ai fratelli.

Mi piace concludere proprio con un passaggio di una sua catechesi ai giovani, in un campo scuola degli anni “80: “Sappiamo che dobbiamo impegnarci, però sappiamo anche che siamo fragili, e abbiamo fatto, tante altre volte, propositi, forse anche alti e grandiosi che poi non sono stati rispettati, ma il Signore sa che noi siamo qui e chi siamo, e guarda ai nostri propositi con tenerezza; sa dove possiamo arrivare e Lui ci sta accanto, con il suo amore, con il suo sguardo, con il suo sorriso paterno, direi anzi materno, e ci segue. Non dubitiamo mai della sua tenerezza e del suo Amore, anche se dovessimo sbagliare, anche se qualche volte non siamo capaci di mettere in pratica quei propositi che abbiamo fatto. Alziamo lo sguardo; il Signore è lì che ci aspetta sorridente; si ferma e ci aspetta, ci prende per mano e ci sollecita, ci dà la sua luce e la sua forza”.

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