OMELIA IN OCCASIONE DELL’IMPOSIZIONE DEL PALLIO

nella memoria del Beato Martire Giuseppe Puglisi

Cattedrale di Palermo, 21 Ottobre 2016

Amatissimi, sorelle e fratelli,

Il Pallio non è un grado apposto sull’uniforme di un alto ufficiale. Non è il segno di un titolo onorifico. È un simbolo che ricorda il dolce giogo del Maestro. Sottomessi a lui per essere sottomessi gli uni agli altri. Un simbolo dunque che ci fa fare memoria che la Chiesa viene radunata dal Buon Pastore e nel nome del Buon Pastore, Gesù, il Crocifisso Risorto, che ha dato la vita per noi. Un simbolo che dà significato ad ogni ministero nella Chiesa: si possono condurre altri soltanto se ci si dispone a servire. Un simbolo, pertanto, del legame speciale con il vescovo di Roma, il successore di Pietro, che presiede le chiese nella Carità. Un simbolo capace di esprimere una comunione che, dalla Chiesa di Roma, si estende al territorio di una metropolia, di chiese sorelle viciniori, come suggerisce il §437 del CJC: «Segno liturgico della comunione che unisce la Sede di Pietro e il suo Successore ai Metropoliti e, per loro tramite, agli altri Vescovi del mondo è il Pallio…».

Fatto di lana bianca, decorato con sei croci nere di seta (che ricordano le ferite di Cristo), guarnito, davanti e dietro, con tre spille (acicula) a forma di chiodo (rimando ai tre chiodi della croce di Cristo). È simbolo dell’Agnello crocifisso per la salvezza dell’umanità e, insieme, del vescovo come buon pastore. Il simbolo del vescovo che porta la lana del gregge – il gregge affidatogli – attaccata strettamente al collo e dunque del pastore-servo e del padre-fratello. Papa Benedetto XVI nell’Omelia nella Santa Messa per l’inizio del ministero petrino il 24 aprile 2005 a riguardo di questo simbolo ebbe a dire: «… la lana d’agnello intende rappresentare la pecorella perduta o anche quella malata e quella debole, che il pastore mette sulle sue spalle e conduce alle acque della vita».

Un segno che ci giunge attraverso il Nunzio Apostolico in Italia, mons. Adriano Bernardini, che ringrazio di cuore per la sua amabile presenza. In lui salutiamo con profondo attaccamento e gratitudine il Santo Padre, Papa Francesco, che lo ha inviato per impormi il Pallio, questo segno di comunione ecclesiale che richiama la nostra comune appartenenza a Cristo, all’Agnello immolato e vittorioso.

Questo segno di comunione mi suggerisce un saluto particolare, sentito e affettuoso, a voi carissimi confratelli nell’episcopato e in particolare, ai carissimi ed eminentissimi cardinali Salvatore De Giorgi e Paolo Romeo e ai Vescovi della metropolia, agli Abati, come anche a tutti i Presbiteri e Diaconi diocesani e Religiosi e a tutto il Popolo santo di Dio qui riunito nella memoria liturgica del Beato Giuseppe Puglisi, nonché ai cari rappresentanti delle altre confessioni cristiane e religiose, come pure alle distinte Autorità civili e militari chiamate a tutelate la città umana nel segno della legalità, della giustizia e della pace.

Il simbolo del Pallio e del chicco di grano della pagina evangelica proclamata, ci ricordano che in Cristo morto e risorto, il bello e buon (kalos) Pastore che ha dato la vita per noi, il Padre “ci ha amati per primo” (1Gv 4, 19).

Il Pallio e il chicco di grano ci riconsegnano l’ermeneutica ecclesiale che il beato martire Giuseppe Puglisi ha colto e vissuto in tutta la sua vita e nel suo ministero profuso in favore della Chiesa palermitana come presbitero, e in delle Chiese di Sicilia e delle Chiese italiane come animatore della pastorale vocazionale: essere dove è il Signore Gesù, ripercorrere i suoi passi, assumere la sua stessa logica: «Chi ama la sua vita la perde e chi odia la sua vita in questo mondo la conserverà per la vita eterna. Se uno mi vuol servire mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servo. Se uno mi serve, il Padre lo onorerà» (Gv 12, 25-26).

La consegna del Pallio al vescovo della Chiesa di Palermo nella memoria di un suo luminoso martire della fede, don Pino Puglisi, chiede alla nostra comunità diocesana e alle nostre chiese sorelle di guardare a Gesù («vogliamo vedere Gesù: v. 21), di ascoltare lui, di seguire lui, di imitare lui, se vogliamo crescere nella comunione, nella fraternità, che dà autorevolezza e credibilità al nostro annunzio, alla nostra testimonianza: « Se uno dicesse: “Io amo Dio”, e odiasse il suo fratello, è un mentitore. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede. Questo è il comandamento che abbiamo da lui: chi ama Dio, ami anche il suo fratello» (1Gv 4, 20-21).

Il contesto del brano evangelico odierno è importante. Gesù entra a Gerusalemme come re e messia liberatore che viene nel nome del Signore, ma su un asino piuttosto che su un cavallo. Non in potenza. Ma nella mitezza e nell’umiltà: «Gesù, trovato un asinello, vi montò sopra, come sta scritto: Non temere, figlia di Sion! Ecco, il tuo re viene, seduto sopra un puledro d’asina» (v. 15-16; cfr Zc 9,9). La folla gli va incontro e lo accoglie nella sua attesa di liberazione. Lui liberamente e per amore va incontro al suo popolo, si consegna, alla città, preludio di una donazione totale sul legno della croce. Gesù attesta una presenza salvifica e amorosa di Dio. La profezia citata dall’evangelista al v. 15 «mostra come compiuta la promessa dell’avvento regale del Signore in Sion attraverso la mediazione estrema del Servo elevato sul suo trono proprio nella passione».1

«Gesù rispose: “È giunta l’ora che sia glorificato il Figlio dell’uomo. In verità, in verità vi dico: se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto”» (vv.23-24). «Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me». Questo diceva per indicare di qual morte doveva morire» (vv. 32-33). Solo così possiamo capire la risposta di Gesù ai Greci che lo vogliono vedere. Tutti Gesù attrae. Ma lui solo ci può dire chi è e chi dobbiamo seguire. «I farisei allora dissero tra di loro: “Vedete che non concludete nulla? Ecco che il mondo gli è andato dietro!”» (v.19). Tutti gli uomini e le donne sono chiamati, tutto il mondo. Ma nella misura in cui tutti lo seguiamo nella “forma” della sua glorificazione: lui viene re su un asino, lui regna sul legno della croce. Lui è un re che dà la vita per il suo popolo, un pastore che dà la vita per le sue pecorelle.

Questa è la metafora del Pallio e del chicco di grano, questa è la testimonianza di don Pino per la nostra Chiesa palermitana e per le chiese sorelle della nostra metropolia. Don Pino oggi ritorna a dirci: «Cristo, l’Uomo-Dio […] diventa uomo normativo per tutti i credenti». «Il seguace di Cristo, [è] colui che ha scelto di vivere secondo il modello di comportamento di Gesù Cristo».2

Questo è l’impegno pastorale che si apre dinnanzi a noi amatissima Chiesa palermitana. Un anno che ci chiede di “vedere Gesù”. Ma solo lui si rivela a noi, se ci mettiamo ai suoi piedi a farci narrare la parabola del chicco di Grano. Lui ci rivelerà che è il servo di tutti, il pastore che porta su di sé le pecorelle che il Padre glia ha affidato. Lui è il vero evangelizzatore, solo da lui che ci raduna in unità, potremo apprendere ad essere Chiesa che evangelizza, che testimonia la misericordia di Dio. Una Chiesa che confessa una fede operante, una fede che opera per mezzo della carità. Una fede che argina il male, i poteri di questo, una fede speranza, per tutti gli uomini e le donne, dei cieli nuovi e della terra nuova.

Questa scelta ci aiuterà a fare strada insieme, a trovare convergenza sulle cose essenziali della vita e della testimonianza delle nostre comunità, a riscoprire la nostra identità di discepoli rigenerati dalla Parola ed inviati a condividere con gratuità e gioia la bella notizia che «Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio» (Gv 3, 16); che egli è venuto nel mondo per dare a tutti vita in abbondanza (cfr. Gv 10,10). In questo nostro percorso vogliamo sentire ancora accanto a noi come compagno di viaggio don Pino Puglisi, testimone (martire) dell’Evangelo fino all’effusione del sangue; desideriamo guardare a lui nel cammino ordinario della nostra comunità diocesana, delle nostre parrocchie, delle comunità religiose e monastiche, delle nostre associazioni e movimenti, dei nostri gruppi. Affido alla mia amata Chiesa palermitana, per intercessione della Madre-serva, la Discepola per eccellenza, il Sussidio pastorale – che alla fine della celebrazione verrà consegnato attraverso i Vicari episcopali – che contribuirà a dare voce al desiderio che tutti nutriamo di un cammino comune; a sostenere le azioni pastorali delle nostre comunità e a favorire e alimentare tutte le possibili e preziose collaborazioni tra di esse. Ci sia di aiuto -come auspica fortemente papa Francesco – «per avanzare nel cammino di una conversione pastorale e missionaria» (Evangelii gaudium, 25).

1) M. NICOLACI, Giovanni, in I Vangeli tradotti e commentati da quattro bibliste, Ancora, Milano 2015,1523.

2) Don Giuseppe Puglisi educatore dei giovani e formatore di coscienze. Campi scuola 1984-1992, a cura di F. Pizzo, Palermo 1994, 2° Campo, 68; ibid., 1° Campo, 52.

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