Giovani e mafie «alla luce del sole»

Il film su padre Puglisi interroga il fronte antimafia
di Lorenzo Frigerio*

* Giornalista, responsabile dell’Ufficio legalità del Gruppo Abele, referente per la Lombardia dell’asso­ciazione Libera, consigliere provinciale delle ACLI di Milano.

Sul finire del mese di gennaio è uscito nelle sale cinematografiche italiane un bel film di Roberto Faenza, dedicato alla figura di padre Pino Puglisi, il sacerdote ucciso dalla mafia del quartiere Brancaccio di Palermo il 15 settembre 1993, nel giorno del suo cinquantaseiesimo compleanno. Il film si intitola Alla luce del sole perché, in un passaggio fonda­mentale, il protagonista, interpretato da un Luca Zingaretti davvero ispirato, chiama i mafiosi a un confronto diretto: «Voi che siete abituati ad agire nell’ombra, se siete ancora uomini, fatevi vedere alla luce del sole! Se siete ancora uomini, fatevi avanti!».

Così come è accaduto con I cento passi, di Marco Tullio Giordana, che raccontava la storia di Peppino Impastato, il giornalista di Cinisi (PA) fatto eliminare da Tano Badalamenti nel 1978, lo strumento cinematografico consente a molti di venire a conoscenza di storie di vita e di impegno civile purtroppo patrimonio di pochi e restituisce alla memoria collettiva vicende fondamentali.

  1. Una battaglia persa?

In queste ultime settimane, accanto alle proiezioni nei cinema, si vanno moltiplicando quelle organizzate dalle scuole, dalle associazioni, dalle parrocchie. Molte di esse domandano a Libera — l’associazione di cui chi scrive fa parte (cfr riquadro nella pagina seguente) — un intervento, un commento, chiedendo la possibilità di ragionare sui contenuti del film grazie alla testimonianza di esperti e docenti. È così possibile verificare pubblicamente, da Nord a Sud, le opinioni dei cittadini riguardanti i progressi nella lotta alla mafia, mettendo innanzitutto a fuoco il rapporto tra giovani e illegalità, tra giovani e criminalità organizzata.

Origini e impegno civile di Libera contro la mafia.

Infatti, il film di Faenza individua giustamente il motivo dell’omicidio del parroco nella paziente opera di aggregazione, portata avanti quotidianamente nel difficile quartiere di Brancaccio, dove ogni elementare diritto era — e ancora oggi, purtroppo, continua a essere — merce di scambio. La pastorale attuata da padre Pino, fatta di gioco e divertimento, di studio e di preghiera, sottraeva i bambini e gli adolescenti al controllo dei boss, mettendo in crisi i consensi e la stessa sopravvivenza della mafia, abituata a costruire il proprio futuro fatto di denaro, sangue e morte proprio sulla possibilità di attingere continuamente nel malcontento giovanile la propria manovalanza.

Dopo più di un decennio, il ricordo del sacerdote è ancora vivo in quel contesto, ma non mancano le voci che escono dal coro, finendo con il diventare spia di un malessere tuttora diffuso tra i giovani. «Padre Puglisi — commenta un ragazzo in un filmato girato a Brancaccio durante la lavorazione del film — stava facendo una cosa giusta, però ha fatto pure una cosa sbagliata perché voleva far uscire i ragazzi dalla mafia, in città voleva fare stare meglio, non esserci più mafia. Si è voluto far ammazzare lui per questo motivo; per me se l’è meritato, è stato lui a cercarsi la morte».

Facendo proprio leva su dichiarazioni sconvolgenti come questa, un arti­colo particolarmente duro si distingue tra i tanti commenti pubblicati dai quotidiani in occasione dell’uscita della pellicola, dove ci si chiede chi abbia vinto tra padre Puglisi e i fratelli Graviano, mandanti del suo omicidio. Così scrive Giuseppe D’Avanzo: «metto insieme quello che so — che tutti sanno — per rispondere. Padre Puglisi è sotto un metro di terra al cimitero. La sua comunità di ragazzi è stata liquidata e ora, riaperta, tira avanti una vita stenta. […] E i fratelli Graviano? Qual è stata la loro sorte? Sono stati cacciati in galera, è vero. La prigione e l’ergastolo non impediscono loro di pensare al futuro, e con molta concretezza. Studiano e vogliono laurearsi». La conclusione del giornalista è ancora più disarmante: «“Chi ha vinto?” è una domanda sciocca. Hanno vinto loro, Filippo e Giuseppe Graviano. Hanno vinto i mafiosi e padre Puglisi non è stato mai in partita. Il parroco di Brancaccio aveva soltanto la fede dalla sua, e il sogno di “colorare il mondo”» 1.

Non basta dichiarare la propria contrarietà a quanto sottolineato dall’edi­torialista, perché questa domanda sull’apparente inutilità del lavoro di padre Puglisi risulta frequente nei dibattiti e negli incontri che si rincorrono da una parte all’altra dell’Italia e, oggi, proprio a partire dalla visione del film di Faenza, torna d’attualità. Occorre quindi aggiungere qualcosa d’altro, occorre capire se davvero qualcosa è cambiato; in caso contrario, si corre il rischio di offrire risposte di opportunità, finendo per rabbonire gli ascoltatori con discorsi retorici.

Sono i giovani, in modo particolare, a chiedersi se il sacrificio personale valga la pena, quando siano in gioco ideali e valori, oltre che storie di vita. Le vicende narrate nel film ci mettono di fronte alla domanda fondamen­tale per chi si impegna sul versante della legalità e del contrasto alle organiz­zazioni mafiose: «Chi te lo fa fare?». Non si tratta di un interrogativo privo di significato, ma della richiesta di motivare le ragioni dell’impegno civile, quando tutto, intorno, sembra andare in una direzione differente, creando le condizioni per lo scoramento e la disaffezione.

È un dato di fatto ormai incontrovertibile quello con cui ci si misura quotidianamente e che sembrerebbe da solo capace di vanificare molti sforzi educativi: l’orizzonte culturale con il quale i giovani, ma anche gli adulti di oggi, si misurano è impregnato di culto della personalità, di rincorsa al successo a ogni costo, di ricerca della soddisfazione di bisogni effimeri e a buon mercato, dove il denaro e il possesso sono gli unici «valori» di riferimento. Gli scaffali delle librerie sono pieni di volumi che ci raccontano questa fase di crisi e di confusione nella quale viviamo e in cui parole come solidarietà e giustizia sociale sembrano vecchi arnesi di un passato ormai impolverato. Nessuno vuole più fare fatica, scommettere sul sacrificio per arrivare a un risultato; si vuole tutto subito e con il minimo di sforzi.

«La scuola non mi piace — dice un altro ragazzo intervistato durante le riprese del film — e neppure il lavoro: io voglio campare a spese dello Stato e del Comune. Lavorare… Uno pensa che oggi c’è, domani muore. Allora è meglio che la vita se la gode, ruba e basta».

  1. L’appello di Libera

È per questo che fin dalla sua fondazione, dieci anni fa, Libera si è battuta per il cambiamento delle prospettive sociali e culturali nei tanti territori del nostro Paese sottoposti alla pressione incombente della criminalità organizzata, ma anche in quelle realtà solo in apparenza libere dalla cultura mafiosa.

Uno dei punti fondanti l’azione del cartello antimafia è stato il lavoro per una qualità della vita migliore per adolescenti e giovani di molte Regioni, soprattutto del Sud. La realizzazione di condizioni di sviluppo autentico è stato il chiodo sul quale battere costantemente, a più riprese, con diversi strumenti.

L’impegno nella scuola, a fianco degli insegnanti, al servizio degli studenti rappresenta sicuramente il momento più alto in questo sforzo e la positività delle molte esperienze prodotte in questo decennio lo testimonia. Oltre un milione di studenti e decine di migliaia di insegnanti, a Nord come a Sud, hanno partecipato a incontri, testimonianze e convegni il cui minimo comune denominatore è stato l’educazione alla cittadinanza e alla legalità democratica.

Risale al 1999 il primo riconoscimento da parte del Ministero dell’Istru­zione, con la stipula di un Protocollo d’intesa. Nel 2002, il tentativo di escludere Libera dall’elenco delle associazioni abilitate fallisce a causa di una protesta civile diffusa in tutta Italia. Oggi Libera è un ente di formazione accreditato presso il Ministero dell’Istruzione ed è l’unica associazione in grado di certificare e realizzare progetti e corsi di educazione alla cittadinanza e alla legalità da inserire nei piani di offerta formativa.

Accanto alla scuola c’è un altro versante, non meno importante, lungo il quale Libera si è spesa da subito: la ricerca di un dialogo diretto con i ragazzi di mafia, con quanti hanno già ceduto alle lusinghe del denaro facile, del successo conquistato con la violenza e il sopruso. I destinatari del processo educativo non sono stati solamente le ragazze e i ragazzi inseriti nel normale circuito scolastico, ma soprattutto quanti, proprio perché avevano perso con anticipo lo status di studente, avevano maggiormente bisogno di attenzioni di tipo formativo.

Nel maggio 1996, un accorato appello ai giovani mafiosi è rivolto da don Luigi Ciotti, a nome delle oltre 500 associazioni allora promotrici di Libera, perché abbandonino le armi e la violenza e ritrovino il senso e il rispetto della vita. La richiesta di ricominciare una vita, nel rispetto della legge, è rivolta a quanti sono «pedine di una guerra terribile che non lascia speranza». La violenza e il sopruso non offrono speranza per il futuro e la richiesta di dialogo ha lo scopo di seminare il dubbio in quanti sembrano schierati apertamente con le mafie, perché, a partire dal recupero di una dignità perduta, facciano scelte coraggiose, rompendo con l’omertà e la subordinazione a quanti si servono della forza per schiacciare gli altri sotto i propri piedi.

Uscire dalle mafie: appello ai giovani

Ci rivolgiamo soprattutto a voi, giovani mafiosi: vi chiediamo di abbandonare le armi e la violenza, vi chiediamo di riflettere. Siamo disposti ad aiutarvi a trovare futuro, senso e significato positivi, nel rispetto della legalità, vi chiediamo di ricominciare la vita.
Basta con la violenza di giovani con altri giovani, basta con il furto di futuro ai danni di tanti uomini, donne e bambini; ritroviamo il senso e il rispetto della vita. Le mafie, le stragi, gli assassini incidono pesantemente nel lavoro e nella dignità di persone.
Le mafie vanno sconfitte e superate. È possibile farlo!
Lo sappiano i carnefici, i sostenitori, i soldati delle organizzazioni criminali. Lo sappiano le pedine di una guerra terribile che non lascia speranza neppure a loro. Occorre uscire dalle mafie!
Ci rivolgiamo ai giovani: non ubbidite più agli ordini di uccidere, di fare stragi, di affidarvi alla violenza e alla sopraffazione. Lasciate le armi! Abbandonate le armi, i metodi di sopraffazione e di illegalità. Non è una sconfitta, ma l’inizio di una vita nuova, un modo per recuperare un onore vero, per rispettare ed essere rispettati come uomini, per un futuro diverso anche delle vostre famiglie.
La violenza può incutere paura, ma non guadagna mai il rispetto degli altri. Bisogna allora che facciate una leale scelta di pace e di resa e in questo, solo in questo caso, troverete ascolto e attenzione. Come società civile e organizzata, come volontariato, come associazione Libera siamo pronti al dialogo, per costruire assieme opportunità di rientro nella legalità.
Uscire dalle mafie è un appello che rivolgiamo anche a noi stessi, come cittadini responsabili.
Siamo convinti che le mafie non si battono solo con una adeguata azione di contrasto, ma anche con la cultura, l’educazione, il lavoro, i servizi sociali, con uno sviluppo diverso. Uscire dalle mafie è possibile se sappiamo affermare positivamente i diritti di libertà, di giustizia, di dignità, se questi valori cessano di essere una spiegazione e diventano una realtà.
Di questo siamo convinti, per questo ci rivolgiamo a voi e ci dichiariamo disposti al dialogo se abbandonerete le armi. Per questo siamo disposti a fare la nostra parte.

A nome delle oltre 500 associazioni aderenti a Libera,
il presidente nazionale di Libera Luigi Ciotti
29 maggio 1996

«Uscire dalle mafie è possibile — questa la conclusione della forte esortazione, pubblicata integralmente nel riquadro qui sopra — se sappiamo affer­mare positivamente i diritti di libertà, di giustizia, di dignità, se questi valori cessano di essere una spiegazione e diventano una realtà. Di questo siamo con­vinti, per questo ci rivolgiamo a voi e ci dichiariamo disposti al dialogo se abbandonerete le armi. Per questo siamo disposti a fare la nostra parte».

Cultura, educazione, lavoro, sviluppo: quante volte nei dibattiti, nelle manifestazioni, nei cortei antimafia si è alzato forte il grido, la richiesta di questi che possono essere fattori di cambiamento? Quanto di tutto questo è rimasto utopia e quanto invece ha prodotto reali trasformazioni nei nostri territori, soprattutto in quelli ad alta densità mafiosa?

  1. Il mondo può essere colorato

La tentazione di cedere a facili scoramenti è appostata dietro l’angolo di ogni strada: ascoltando le interviste del filmato girato durante la realizzazione della pellicola di Faenza, oppure seguendo le vicende di questi ultimi mesi nel quartiere napoletano di Scampia, dove la guerra di camorra non rispetta niente e nessuno, verrebbe da dire che nulla è cambiato dagli anni in cui padre Pino veniva assassinato sotto casa o dagli anni in cui Libera chiedeva ai giovani mafiosi di dissociarsi da un presente fatto di sangue e dolore.

Eppure, proprio quell’appello conserva ancora oggi una forza dirompente, in quanto si basa sulla rottura di schemi consolidati, di facili letture e scontate contrapposizioni dove il nemico è ben individuato e non sono ammesse esitazioni. Proprio dal lavoro sul campo svolto in questo decennio da Libera e dalle tante realtà associate che si occupano di minori viene il segnale più importante: il cambiamento c’è stato, c’è e continua a produrre i suoi effetti sulle coscienze.

Dalle scuole, dai percorsi extrascolastici, dal vissuto quotidiano di ragazze e ragazzi emergono storie di pace, di perdono, di crescita, di abbandono della subcultura mafiosa. Gli importanti successi sono stati resi possibili dal contenuto delle proposte fatte, ma soprattutto dalla testimonianza offerta da chi si è messo in gioco, offrendo così una prova diretta della possibilità di vivere in un altro modo. Tutto questo non fa purtroppo notizia, perché si preferisce ricorrere agli stereotipi per raccontare una città, una Regione e le persone che vi abitano. Per un baby killer che arriva sulle prime pagine dei giornali, vi sono migliaia di ragazzi che decidono di fondare la propria vita su valori autentici.

È quindi possibile «colorare il mondo», come sognava padre Pino: la paura di perdere non ci deve impedire di sognare un domani diverso per chi ha avuto davvero poco dalla vita.

Allora non si tratta di una battaglia persa, ma di una battaglia fatta di piccoli passi in avanti, una battaglia che passa dall’impegno contro il problema — la mafia — e non contro le persone — i mafiosi — perché, in caso contrario, si finisce con l’essere ugualmente brutali, ugualmente vittime di quel perverso rapporto con la violenza. Sempre nel film di Faenza, il mafioso, cioè colui che usa la violenza, viene definito una bestia e non un uomo: la perdita della propria umanità è sicuramente il danno più evidente per chi sceglie di abbracciare la forza e il sopruso.

Un giovane sacerdote che si occupa di minori, nel commentare la pellicola su padre Puglisi durante un incontro con trecento ragazzi di un liceo di Como, ha messo in evidenza come il parroco di Brancaccio sia morto a testa alta, senza fuggire davanti ai suoi killer. Se è vero che la morte è il nostro ultimo atto, padre Puglisi ha dimostrato di non aver paura di perdere la vita, anzi proprio la sua morte illumina e spiega il valore della sua opera.

Il film sulla vita e la morte di padre Puglisi interroga dunque il fronte antimafia e riempie di contenuti l’elaborazione culturale all’interno di Libera, alla scadenza dei suoi primi dieci anni di vita.

Ci sembra doveroso, in conclusione, lasciare la parola allo stesso sacerdote martire: «Ognuno di noi sente dentro di sé una inclinazione, un carisma. Un progetto che rende ogni uomo unico e irripetibile. Questa chiamata, questa vocazione, è il segno dello Spirito Santo in noi. Solo ascoltare questa voce può dare senso alla nostra vita […]. Il discepolo di Cristo è un testimone. La testimonianza cristiana va incontro a difficoltà, può diventare martirio. Il passo è breve, anzi è proprio il martirio che dà valore alla testimonianza. Ricordate San Paolo: “Desidero ardentemente persino morire per essere con Cristo”. Ecco, questo desiderio diventa desiderio di comunione che trascende persino la vita».

1 D’AVANZO G., «Che cosa resta dei film sulla mafia», in la Repubblica, 15 gennaio 2005, 1.

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