UCCISO IL 15 SETTEMBRE 1993, DIVENTERÀ BEATO IL PROSSIMO 25 MAGGIO

I tre amori di don Puglisi
Gesù, la Parola, i poveri

di don Mario Torcivia

L’autore di questo articolo, studioso e docente di teologia spirituale, ci mette a contatto con la viva voce del prete palermitano riportando alcuni suoi interventi. Da essi traspare la sua fede nella Provvidenza, nell’uomo e in Gesù e nella sua Parola. Le parole da lui pronunciate sulla testimonianza cristiana sono profezia del suo martirio.

L’argomento di queste pagine riguarda la testimonianza di fede di Giu­seppe Puglisi, prete palermitano ucciso dalla mafia in odium fidei il 15 settembre 1993 e dichiarato beato, perché riconosciuto dalla Chiesa mar­tire, il prossimo 25 maggio 2013.1 Per trattarlo, ho scelto di andare soprattutto alle fonti2 e presentare quanto emerge dagli scritti stessi di Pu­glisi su come lui ha vissuto e testimoniato la fede, perché consapevole che, da quanto scritto, si evince anche la comprensione che don Giuseppe aveva della fede.

Puglisi non è stato, però, uno scrittore, un pubblicista, un docente di teologia, come egli stesso ebbe a dire: «Non sono un biblista, non sono un teologo, un sociologo, sono uno che ha cercato solo di lavorare per il re­gno di Dio».3 I suoi scritti hanno a che vedere strettamente con la sua azione pastorale, rivolta soprattutto all’organizzazione dei campi voca­zionali, al relazionare, in quanto direttore, ai centri pastorali diocesani e regionali sul lavoro svolto e alla partecipazione a qualche convegno. Per questo ci incontreremo con delle linee, dei tratti, delle luci, emergenti dalla lettura degli scritti conservati nell’Archivio Giuseppe Puglisi (AGP), il cui genere letterario non è ovviamente “scientifico”, nel senso che sono scritti redatti non per essere pubblicati in riviste/libri.

Fede nella Provvidenza

Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, né mietono, né ammassano nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non contate voi forse più di loro? (Mt 6,26)

Puglisi ha condotto la propria vita all’insegna della povertà: le utili­tarie della Fiat come autoveicoli, la modestia nell’abbigliamento, la tem­peranza nell’assunzione di cibo e bevande, ne sono un segno evidente. La scelta della povertà nasceva da una profonda fiducia di don Giuseppe nella Provvidenza di Dio, che lo aveva portato ad essenzializzare tutto quanto ritenuto normalmente necessario per vivere e a scoprire nella quotidianità, non a parole o con belle e dotte relazioni, come Dio sia l’unico tesoro capace di arricchire l’uomo. A tal proposto mi piace ri­portare la testimonianza di un giovane partecipante ai campi scuola: «Aveva una fiducia incrollabile nella Provvidenza di Dio, amava ricor­dare quel passo del Vangelo di Matteo che dice: guardate i gigli del campo e gli uccelli del cielo, non tessono e non mietono, eppure il Pa­dre vostro celeste si occupa di ciascuno di loro [cf. Mt 5,26]; e diceva di non essere mai stato deluso da questa Parola del Vangelo, neppure una volta nella sua vita».4

E proprio Dio e la sua Provvidenza costituiscono l’oggetto del rin­graziamento di Puglisi all’inaugurazione ufficiale del “Centro di Acco­glienza Padre Nostro” (29/01/1993), acquistato proprio riponendo fidu­cia nella Provvidenza divina, che, per don Giuseppe, si è fatta carne nella solidarietà concreta degli uomini e delle donne, ai quali aveva indiriz­zato lettere di richiesta di aiuto dall’ottobre al dicembre 1991: «Grazie a Dio che, nella sua Bontà e Provvidenza, ci ha suggerito e, poi, anche aiu­tato, nella realizzazione di questo progetto. Un ringraziamento a Dio, innanzitutto. Ma Dio si serve degli uomini. Dio sempre ha voluto, ha bi­sogno degli uomini. E quindi il nostro grazie viene rivolto alle persone che hanno, in un modo o nell’altro, dato il loro contributo fattivo […]».5 E ancora: «L’apertura di questo Centro, per noi, è segno di un’esplicita fiducia nella solidarietà degli uomini che esprime, potremmo dire, la Provvidenza di Dio, che già si è espressa in tanti modi precedentemente ma che continua ad esprimersi, attraverso collaborazione e anche solle­citazione e anche coinvolgimento».6

Possiamo affermare, pertanto, come in Giuseppe Puglisi la fede assoluta nella Provvidenza si sia concretizzata nella scelta di un’effettiva povertà ed essenzializzazione di tutto, vera via ascetica per arrivare all’Unum e la profonda consapevolezza che la Provvidenza, a dispetto di ogni lettura spi­ritualistica, veste la carne della solidarietà/collaborazione degli uomini e delle donne che Dio pone sul nostro cammino.

Fede nell’uomo

La fede nell’uomo ha portato Puglisi a lavorare di concerto con le per­sone, anche non credenti. Pensiamo agli anni dello Scaricatore, con i vo­lontari; del Roosevelt, con gli educatori e i docenti di sinistra. La collabo­razione non è stata qualcosa che Puglisi ha vissuto soltanto come stile per­sonale, ma ha sempre cercato di veicolarla, qualunque fosse il servizio pa­storale reso, spendendosi perché le persone incontrate comprendessero la necessità della collaborazione.

Al Centro diocesano vocazioni (CDV), forte dell’impostazione data fin dall’inizio da mons. Francesco Pizzo, tanti possono testimoniare della va­riegata partecipazione di credenti di diverse vocazioni e della loro stretta collaborazione che, come un circolo virtuoso, produceva nei membri del CDV sempre più affiatamento e corresponsabilità.

Scrive Puglisi: «Quando nel 1979-80 sono stato chiamato prima ad af­fiancare il lavoro di mons. Pizzo e poi a dirigere il CDV ho sentito il bisogno (forse anche perché non posseggo la creatività vulcanica del mio predecessore), ho sentito il bisogno di una collaborazione sempre più vasta e a tutti i livelli [ … ]. Tutto questo (il libero confronto durante il convegno diocesano annuale del CDV, ndr.) in clima di fiducia reciproca, di affiata­mento crescente tra i membri che poi sfocia praticamente in un impegno sempre maggiore sia personale che comunitario. [ … ] L’Ufficio (del CDV, ndr.), anch’esso luogo di collaborazione vera e profonda, nella sua riunione mensile studia, discute e prepara l’ordine del giorno delle sedute del Consiglio, le quali progressivamente vanno diventando a conduzione collegiale: la responsabilità della presentazione e della conduzione dei vari punti dell’o.d.g. è affidata ai singoli membri dell’Ufficio. Essi si assumono anche il compito di stimolo e di guida del resto del Consiglio per la rea­lizzazione del programma concordato».7

La fede nell’uomo e nelle sue potenzialità è stato anche lo sprone prin­cipale del suo battersi per il miglioramento della condizione dei ragazzi del paesino di Godrano, dove Puglisi fu parroco negli anni ’70, attraverso lo studio. Quanta costanza e volontà nel riuscire a convincere i genitori a mandare i propri figli, ragazzi e ragazze, a frequentare le scuole medie su­periori a Palermo! Così pure per tutto ciò che riguardava il miglioramento delle condizioni della gente più povera, vero filo rosso dell’opera di pro­mozione umana realizzata da don Giuseppe fin dai primi anni di mini­stero (Scaricatore) e conclusasi tragicamente a Brancaccio.

Possiamo certamente affermare che il ministero svolto da Puglisi si è configurato, al contempo, come servizio a Dio e all’uomo. L’azione sociale svolta da don Giuseppe non è stata, infatti, un’aggiunta all’azione pasto­rale che deve caratterizzare ogni ministro ordinato; si manifesta, anzi, come necessitata da questa. Per questo motivo rientra pienamente nei compiti di un pastore d’anime.

Due sono state le fonti di questo atteggiamento presbiterale profonda­mente unitario di Puglisi: il card. Ruffini, e la produzione magisteriale seguita alla celebrazione del concilio Vaticano II.

Don Giuseppe è cresciuto, nella vocazione presbiterale e nei primi anni di ministero ordinato, alla scuola dell’allora arcivescovo di Palermo, il mantovano Ernesto Ruffini, la cui carità pastorale si presentava sotto forma di carità sociale. Ne fanno fede le innumerevoli realizzazioni pro­prio in campo sociale – istituzione di centri sociali, creazione di interi quartieri, solo per fare qualche esempio – da lui poste in atto nel capo­luogo siciliano, devastato dalle ultime vicende belliche. Ecco perché, fin da giovane presbitero, svolgendo il ministero presbiterale nel quartiere pa­lermitano di Romagnolo – siamo nella seconda metà degli anni ’60 –, Puglisi si prodigava per aiutare il centro sociale gestito dalle Assistenti sociali missionarie, adoperandosi altresì per la povera gente che abitava le cata­pecchie della zona denominata Scaricatore.

Accanto al card. Ruffini, tanta parte hanno giocato i documenti del ma­gistero postconciliare, universale e locale, da cui ha attinto Puglisi, pre­sbitero secondo il Vaticano II, per comprendere come avrebbe dovuto vi­vere il suo essere pastore di anime lì dove veniva mandato dal vescovo. Per questo possiamo affermare come, nella sua azione presbiterale, don Giu­seppe testimoniava quella che costituisce una profonda convinzione del­l’azione della Chiesa tout court: prendersi cura delle reali situazioni di dif­ficoltà dei fedeli, quando questi si trovano a vivere in situazione di de­grado e ingiustizia, non è un optional per il credente, specie se ministro ordinato in cura di anime. Questa cura attinge proprio da quel fonda­mentale principio d’incarnazione della nostra fede che spinge tutti ad an­nunziare l’Evangelo di Gesù sovvenendo anche agli eventuali bisogni in­dividuati. Legge, quella dell’incarnazione, che è inoltre il motore della charitas pastoralis, «principio interiore e dinamico capace di unificare le mol­teplici e diverse attività del sacerdote».8

Tre sono, così, gli aspetti della fede di Puglisi nell’uomo: essere collaboratori di tutti ed educatori di collaborazione con tutti; essere promotori della crescita degli uomini, specie quando questi hanno pochi strumenti culturali; essere in autentico dialogo con gli uomini e le donne del nostro tempo, secondo lo stile presbiterale voluto dal Vaticano II.

Fede in Gesù Cristo – vero uomo e vero Dio – e nella sua Parola fino alla testimonianza suprema: il dono della vita.

In verità, in verità vi dico: chi ascolta la mia parola e crede a colui che mi ha mandato, ha la vita eterna e non va incontro al giudizio, ma è pas­sato dalla morte alla vita (Gv 5,24); Questa è la vita eterna: che cono­scano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato GC (Gv 17,3); Voi avrete tribolazioni nel mondo: ma abbiate fiducia; io ho vinto il mondo (Gv, 16,33); E così abbiamo conferma migliore della parola dei profeti, alla quale fate bene a volgere l’attenzione come a lampada che brilla in un luogo oscuro finché non spunti il giorno e la stella del mattino si levi nei vostri cuori (2Pt 1,19).

Per Puglisi, Gesù Cristo è colui che ha portato valori umani, validi per tutti gli uomini, anche per i non credenti: «Umanità, interesse nei con­fronti dell’uomo, solidarietà nei confronti dei deboli. Deboli che non erano soltanto quelli malati in salute, ma deboli nello spirito. Poi l’amicizia, ri­volta sia alle donne che agli uomini. E questo è un fatto di notevole im­portanza, data la diversa situazione tra uomini e donne in quei tempi, gli uomini che potevano imparare, ascoltare la parola, mentre le donne do­vevano stare dietro le grate. Amicizia con l’adultera, con Maddalena».9

Gesù è stato uomo…: «Gesù poi uomo, proprio uomo come tutti. Senti­menti umani per es.: tenerezza verso i bambini (Mc 10,14), sentimenti di angoscia, di paura e poi di sdegno per coloro che non rispettavano am­bienti come il tempio (Mc 14,32-36). E già si vede questa paura-angoscia per quello che l’aspettava e chiede aiuto al Padre. Ma si vede anche il suo profondo amore e la sua fiducia e la sua fede – °Non ciò che io voglio, ma ciò che vuoi Tu” – nei confronti del Padre e di ciò che deve compiere, rea­lizzare. Poi, ancora, come es. di angoscia: °Alle tre Gesù…” e, quindi, senso di abbandono, di sconforto, di solitudine, che anche noi proviamo. Addi­rittura l’angoscia, la solitudine, la paura della morte».10

…anche se non soltanto uomo: «Ultima cosa: adesso che abbiamo avuto un quadro generale di quella che è la figura di Gesù, ci accorgiamo di una cosa probabilmente: la sua umanità, sono valori umani quelli che porta avanti, anche i suoi sentimenti, quindi validi universalmente per l’uomo indipendentemente dal fatto che si sia cristiani o meno. Gesù nella sua grandezza è un uomo. Però è anche Dio. È troppo umano per essere solo un uomo. È l’uomo perfetto, un altro uomo. Uno di noi non avrebbe po­tuto, non sarebbe riuscito ad avere tanta umanità come Gesù».11

Interessante si rivela il feed back della presentazione di Gesù Cristo fatta ai ragazzi. Ascoltiamo uno di loro: «A questi ragazzi e a qualche al­tro che man mano andava inserendosi nel gruppo veniva proposto, come tema per il secondo campo, la figura di Cristo. Era uno dei temi più intensi e appassionanti di cui amava parlare: Cristo modello autentico da inqua­drare per comprendere il vero senso della vita dell’uomo. Di Cristo sotto­lineava la grande umanità, i suoi sentimenti umani, l’interesse nei con­fronti di ogni uomo ed in particolare per i deboli, i bambini, i peccatori, e poi parlava di Gesù uomo libero e liberante al tempo stesso. Ogni mo­mento del campo acquistava significato e valore proprio dalla conoscenza della persona di Cristo e del volto paterno di Dio che Egli ci ha svelato. Ricordava in particolare lo sguardo di Gesù, uno sguardo che raggiunge l’uomo nel profondo, lo conosce, lo interpella e lo promuove, avvolgendolo nella tenerezza e nell’amore di Dio».12

Riguardo alla parola di Dio, è in seminario che Puglisi scopre la sua bellezza: «Quando mi sono finalmente deciso ad entrare in seminario non avevo ancora fede in Gesù Cristo. Sentivo questa apertura verso gli altri, amavo un pochino Gesù Cristo, ma non lo avevo ancora scoperto, proprio bene… fin quando non intrapresi lo studio della Bibbia. Era mio professore mons. Arena: un sacerdote che amava la Bibbia, che faceva di questa la sua vita, era inoltre di una gentilezza, di una delicatezza, di un rispetto per gli altri che faceva innamorare della parola di Dio. Fu allora che presi gusto della Bibbia e del Vangelo in modo particolare. Fu anche mio professore di s. Scrittura mons. Petralia. Questo amore per il Vangelo crebbe. Direi che fu proprio in quel periodo, avrò avuto 2 1-22 anni, quando mi trovavo al centro della scelta che conobbi veramente il Cristo: diventò per me una persona, un amico. Prima era il Cristo dell’°ascoltaci, o Signore”, poi mi sono sentito di dialogare con Lui. Me lo sentivo proprio vicino, accanto come uno qualsiasi, un altro dei compagni, ma di quelli più amici. Poi ma­gari cercavo, come si cerca con un amico, di scambiare alcune idee, di sa­pere come egli vive, che cosa fa… ogni momento della mia giornata io lo riferivo a Lui, me lo sentivo sempre vicino. E questo rapporto °personale” è continuato. Poi è subentrato un altro fattore: quello che hai fatto ai più piccoli dei miei fratelli lo hai fatto a me. Ecco che Gesù Cristo m’è stato pre­sente anche negli altri. Divenuto sacerdote, ho capito e sentito l’esigenza dell’approfondimento».13

Parola, per don Giuseppe, considerata un vero e proprio nutrimento. Per questo la porta, con i membri di Crociata del Vangelo, insieme al pane, ai terremotati del Belice.

Riguardo al ruolo assegnato alla Parola da Puglisi nei campi vocazionali e alla sua metodologia, continuiamo ad ascoltare quanto scrive Mercurio: «[ … ] la Parola di Dio. Era la via maestra cui faceva sempre riferimento e non si stancava mai di ricordarla e di proporla; non la annunciava in modo elaborato o con particolare inventiva oratoria ma sapeva presentarla con schiettezza e semplicità, in modo accessibile ai ragazzi, infatti si serviva spesso di detti e proverbi siciliani, di frasi ironiche o ancora di riferimenti storici, culturali, insomma di tutto ciò che poteva servire perché la Parola fosse compresa e accolta».14

Parlare di Puglisi uomo e testimone di fede, significa anche evidenziare l’assoluta sua distanza da ogni forma e ricerca di potere. Schivo dei palazzi che contano, dove vive la gente che indossa le morbide vesti (Mt 11,8) e alieno dal carrierismo, dalla ricerca, cioè, di posti che °contano”, don Giu­seppe ha vissuto la marginalità tipica dell’autentico uomo di fede, che ri­pone la propria fiducia solo nel Signore e nella sua Parola. E quando parlo di marginalità mi riferisco all’interno del contesto sociale – Puglisi non ha fatto mai rumore sui mass media se non quando fece conoscere la de­solante situazione in cui versava il quartiere di Brancaccio; di certo non può essere accusato di sovraesposizione mediatica – e, per alcune fasce, anche di quello ecclesiale.

Testimoniare è dare la vita

L’esito finale di don Giuseppe, autentico uomo di fede in Gesù Cristo e nella forza della sua Parola, è stato il dono della vita.

Il 24 agosto 1991 – festa liturgica di san Bartolomeo apostolo – Puglisi tiene una relazione al convegno nazionale del Movimento Presenza del Vangelo (Trento, 22-28 agosto 1991). In questa relazione, ritroviamo al­cune parole tristemente presaghe di quanto, appena due anni dopo, sa­rebbe a lui accaduto. Dopo aver parlato dei vari testimoni che il Nuovo Testamento ci presenta, don Giuseppe conclude la sua relazione su Testi­moni della speranza con la profonda consapevolezza che dire testimo­nianza significa dire persecuzione e, quindi, martirio: «Certo la testimo­nianza cristiana è una testimonianza che va incontro a difficoltà, una te­stimonianza che diventa martirio, infatti testimonianza in greco si dice martyrion. Dalla testimonianza al martirio il passo è breve, anzi è proprio questo quello che dà valore alla testimonianza. S. Matteo ci riferisce le pa­role dell’inizio del °Discorso della montagna”, le Beatitudini, che si con­cludono così: °Sarete felici quando vi perseguiteranno e mentendo di­ranno ogni sorta di male di voi per causa mia; rallegratevi ed esultate per­ché grande è la vostra ricompensa nel cieli” (Mt 5,11). Per il discepolo te­stimone è proprio quello il segno più vero che la sua testimonianza è una testimonianza valida».15

Profondamente spirituali e profetiche per quanto si sarebbe avverato appena due anni dopo, si rivelano le parole che seguono. Puglisi non esita infatti a parlare di desiderio del testimone di stare con Cristo al punto da trascendere la vita stessa: «Il testimone è testimone di questa attenzione alla presenza del Signore, attenzione a Cristo che è presente anche dentro di sé. Il testimone è testimone di una presenza del Cristo presente dentro, anzi dovrebbe diventare trasparenza di questa presenza di Cristo attra­verso questa sua vita vissuta proprio con questo desiderio costante di vi­vere in una comunione sempre più perfetta con Lui, sempre più profonda con Lui, in una fame e sete di Lui. Ricordate s. Paolo: °Desidero ardente­mente persino morire per essere con Cristo”. Ecco questo desiderio che di­venta desiderio di comunione che trascende persino la vita, che va al di là della vita stessa, anzi quasi può sembrare una porta chiusa da aprire per potere aprirsi a questo splendore di comunione con Lui».16

Commoventi, infine, le parole di don Giuseppe sulla totale dedizione al Signore e ai fratelli che deve caratterizzare il testimone di Cristo. Proprio perché anelante a Lui, Puglisi lo incontra nei sacramenti e nella storia de­gli uomini, restando sempre affamato della sua presenza: «Testimone della speranza è colui che, attraverso la propria vita, cerca di lasciar tra­sparire la presenza di Colui che è la sua speranza, la speranza in assoluto in un amore che cerca l’unione definitiva con l’amato e intanto gli mani­festa questo amore nel servizio a Lui, visto presente nella Parola e nel Sa­cramento, nella comunità e in ogni singolo uomo, specialmente nel più po­vero, finché si compia per tutti il suo Regno e Lui sia tutto in tutti; mani­festa insomma quel desiderio ardente di un amore che ha fame della pre­senza del Signore».17

Trattare della fede in Gesù Cristo ha significato per Puglisi presentare la piena umanità di Gesù che si trasfondeva e si rendeva trasparente pro­prio nell’umanità del prete palermitano. Possiamo affermare che don Giuseppe è stato un prete profondamente uomo, che ha evangelizzato attraverso la propria umanità.

Riguardo alla sua fede nella Parola, dobbiamo affermare l’ineludibile necessità di una pastorale improntata sulla forza della parola di Dio – per la cui comprensione e accoglienza Puglisi si è interamente speso – consi­derata come il luogo per incontrare/farsi incontrare da Gesù Cristo, che si rende poi presente nei più piccoli.

Ancora: la scelta di don Giuseppe della marginalità/liminarità stimola a porla come contrassegno di ogni credente e, quindi, anche dei presbiteri, perché Cristo, centro della storia, «fuori della porta soffrì. Perciò usciamo verso lui fuori dell’accampamento portando il suo obbrobrio» (Eb 13,12- 13).

Infine, il dato della testimonianza come trasparenza di vita cristica, del Cristo, cioè, che abita, direbbe Paolo, per la fede nei cuori vostri (Ef 3,17) e della perfetta comunione con Lui, alla quale si anela sempre, avendo con­tinuamente fame e sete di Lui. E questa è autentica vita mistica!

Conclusione

Per questa fede di cui ho detto, diventa naturale, per un uomo di fede come era Puglisi, accogliere la parola di Gesù «Non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo … » (Mt 10,28). E questa accoglienza della parola del Maestro si è fatta carne nella carne di don Giuseppe con l’offerta martiriale della propria vita. Offerta avvenuta non solamente nel momento finale dell’esistenza terrena, ma come Gesù, per tutto l’arco della vita, come lo stesso Puglisi diceva, e invitava a fare, parlando a dei giovani: «Il coman­damento °amatevi gli uni gli altri” c’era anche nell’Antico Testamento. Lo specifico, il nuovo è proprio in questo °come Io ho amato voi”. E Gesù ha amato fino a donare tutta la vita per i fratelli. °Tutta” nel senso che sulla Croce ha dato tutta la sua vita, non soltanto in quel momento, ma °tutta”, anche nell’arco della sua vita terrena. Con due parole, si potrebbe dire °in senso diacronico”, cioè attraverso il tempo, e °in senso sincronico”, nello stesso momento. Egli ha dato tutta la sua vita, quindi, anche noi siamo chiamati a dare la nostra vita».18

don Mario Torcivia

1Il testo, leggermente rivisto, presenta la riflessione tenuta ai presbiteri e ai diaconi della Chiesa di Palermo il 18 febbraio 2013 presso la Casa diocesana di Baida. Sul martirio del par­roco palermitano, cf. Torcivia M., Il martirio di don Giuseppe Puglisi. Una riflessione teologica, Monti, Saronno 2009.

2 Citerò soltanto la testimonianza di un partecipante ai campi vocazionali tenuti da don Puglisi.

3 Puglisi G., Testimoni della speranza. Relazione tenuta (24 agosto) al convegno nazionale del Movimento °Presenza del Vangelo”, Trento, 22-28 agosto 1991, in Presenza del Vangelo 44 (1991/5) 8-14.

4 Testimonianza di Alberto Mercurio resa a Malta durante il 13° convegno internazionale KERIGMA dal tema (ricordando padre Pino Puglisi) °Mi sono fatto debole con i deboli, per guadagnare i deboli; mi sono fatto tutto a tutti per salvare a ogni costo qualcuno. Tutto fac­cio per il Vangelo, per diventarne partecipe con loro” (1Cor 9,22-23), in AGP, Mercurio.doc.

5 File audio: Intervento3pcpnostro, in AGP.

6 File audio: Intervista inaugurazione centro, in AGP.

7 Puglisi G., Relazione sul Centro diocesano vocazioni [1981], ms. originale su carta velina, pp. 5, AGP, b. IV, fasc. 1.

8 Pastores dabo vobis, n. 23.

9 Puglisi G., Ecco l’uomo: il Cristo.[post 1984], [post 1984] Trascrizione da cassetta audiofonica, AGP, b.VII, fasc. n. 36.

10 Puglisi G., Ecco l’uomo, cit.

11Puglisi G., Ecco l’uomo, cit.

12 Testimonianza Mercurio, cit.

13 Puglisi G., Gesù la mia ammirazione, solo Cristo è il mio entusiasmo, in Alleluia! La voce dei giovani. Supplemento a Crociata del Vangelo (1974/2) 7-8.

14 Testimonianza Mercurio, cit.

15 Puglisi G., Testimoni, cit., 10.

16 Puglisi G., Testimoni, cit., 13-14.

17 Puglisi G., Testimoni, cit., 14.

18 Puglisi G., «Dio mi affida una missione d ’amore». Relazione tenuta al Campo vocazio­nale giovani per il Movimento °Presenza del Vangelo”, Motta D’Affermo 1990, Trascrizione da nastro audiofonico di Filomena Lo Manto, pp. 20, AGP, b. IV, fasc. 10, scatola cassette 1990.


tratto dalla rivista “Settimana”, 19/05/13, n. 20
Il testo, leggermente rivisto, presenta la riflessione tenuta ai presbiteri e ai diaconi della Chiesa di Palermo il 18/02/13 presso la Casa diocesana di Baida.

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