APERTURA DELL’ANNO PASTORALE
MEMORIA DI DON PINO PUGLISI
OMELIA DEL CARD. ARCIVESCOVO
Cattedrale, 13 settembre 2002

Amatissimi presbiteri e diaconi Carissimi fratelli e sorelle amati dal Signore,

1. all’inizio di un nuovo anno pastorale, che noi apriamo nel ricordo della barbara e sacrilega uccisione, da parte della mafia, del servo di Dio, D. Pino Puglisi, gloria della nostra Chiesa palermitana e onore del nostro presbiterio, il Vangelo odierno c’invita a fissare lo sguardo della contemplazione su Gesù, il buon Pastore che ha offerto la vita per il gregge, modello di ogni pastore.

C’invita a farlo alla luce dell’esempio di S. Giovanni Crisostomo, l’ascetico presbitero di Antiochia e il dotto vescovo di Costantinopoli, che oggi la Chiesa commemora, mirabile per l’eloquenza della sua bocca d’oro e soprattutto per la costanza nelle persecuzioni: subì per due volte l’esilio, dove morì di stenti, ripetendo la sua invocazione preferita “Gloria a Dio in ogni cosa. Amen”.

C’invita a farlo anche alla luce della vita e del sacrificio del servo di Dio

P. Pino Puglisi, che non si sottrasse al dovere di pascere la porzione del gregge di Cristo affidatagli nonostante le incomprensioni e le minacce, sino al sacrificio della vita, una fine che egli si aspettava, come ebbe a dire ai suoi uccisori.

2. Se l’uno è stato costante nelle persecuzioni e l’altro non si è sottratto al rischio di essere ucciso per l’esercizio esemplare del suo ministero, è perché ambedue hanno orientato e animato la propria missione con la contemplazione del volto di Cristo e da questa sono sempre ripartiti.

Da essa dobbiamo ripartire anche noi. Ha scritto il Santo Padre Giovanni Paolo II nella lettera apostolica Novo millennio ineunte, sul cui tracciato conduciamo il nostro cammino pastorale del nuovo millennio: “La nostra testimonianza sarebbe insopportabilmente povera, se noi per primi non fossimo contemplatori del suo volto” (n.16).

3. Sul buon Pastore, maestro di preghiera e sorgente di comunione, abbiamo rivolto lo sguardo l’anno scorso per essere illuminati e aiutati a fare dell’amata Chiesa palermitana una casa e scuola di preghiera e di comunione. Un’impresa sempre in cantiere, questa, mai una volta per sempre compiuta, costellata da vittorie e da sconfitte, da accelerazioni e da ritardi. Di questi chiediamo perdono, mentre c’impegniamo a continuare ad essere discepoli assidui della scuola del Maestro per crescere nella spiritualità della comunione ed essere così costruttori fedeli e instancabili della casa di Dio, che è la nostra Chiesa di Palermo.

“Questa prospettiva di comunione – precisa il Papa – è strettamente legata alla capacità della comunità cristiana di fare spazio a tutti i doni dello Spirito. L’unità della Chiesa non è uniformità, ma integrazione organica delle legittime diversità. È la realtà di molte membra congiunte in un corpo solo, l’unico corpo di Cristo” (n.46).

4. L’unico corpo di Cristo nella molteplicità delle sue membra e nella varietà delle loro funzioni, così come ce lo ha presentato S. Paolo nella lettera agli Efesini, dovrà essere oggetto della nostra contemplazione, della riflessione, della preghiera e dell’impegno nel nuovo anno pastorale, perché la Chiesa di Palermo – e in essa ogni parrocchia – si riconosca e cresca come una Chiesa tutta ministeriale. È necessario – scrive il Papa – che la Chiesa del terzo millennio stimoli tutti i battezzati e cresimati a prendere coscienza della propria attiva responsabilità nella vita ecclesiale. Accanto al ministero ordinato, altri ministeri istituiti o semplicemente riconosciuti, possono fiorire a vantaggio di tutta la comunità, sostenendola nei suoi molteplici bisogni: dalla catechesi all’animazione liturgica, dall’educazione dei giovani alle più varie espressioni della carità” (ib.).

5. Un commento magistrale a questa indicazione del Santo Padre, che costituisce il tracciato della nuova tappa del nostro cammino pastorale, mi è parsa una conferenza di D. Pino Pugliesi, tenuta in un campo scuola per giovani nel 1990 a Motta d’Affermo con lucida chiarezza.

D. Pino presenta la diaconia, ossia il servizio, come caratteristica di tutta la comunità cristiana, e in essa precisa sia i ministeri dei Vescovi, dei presbiteri e dei diaconi, che derivando dal sacramento dell’Ordine si chiamano ministeri ordinati, sia quelli conferiti ai laici in forza del Battesimo, come i ministeri istituiti del lettorato e dell’accolitato o anche esercitati semplicemente di fatto.

Di questi ultimi, in una ampia e lungimirante visione missionaria della Chiesa, espone con esperimentata concretezza pastorale le molteplici possibilità: dal catechista all’animatore liturgico, da chi sostiene e dirige il canto a chi fa la guida nella liturgia, da chi tiene in ordine e pulita la Chiesa a chi accoglie le persone, da chi tiene in ordine l’archivio a chi aiuta il parroco nella compilazione dei certificati, da chi collabora con lui nella conduzione economica e amministrativa della parrocchia a chi si mette a servizio dei poveri attraverso la Caritas parrocchiale.

A tal riguardo sottolinea una importante precisazione: “Oggi non sono soltanto poveri quelli che non hanno denaro, ma talvolta sono più poveri quelli che non hanno chi sta accanto a loro, che non hanno amici, che sono soli; quelli che cercano consolazioni che poi non danno soddisfazioni, che cercano di colmare la loro solitudine attraverso la droga, l’alcool o altre forme di dipendenza”.

6. Tra tutti i ministeri istituiti o di fatto egli riconosce – e giustamente ­maggiore importanza al “ministero dell’annunzio della Parola, nella comunità già stabile, nelle comunità che hanno perso la loro fede e che quindi hanno bisogno di essere vivificate dalla Parola di Dio, e negli ambienti in cui la Parola di Dio non è stata ancora annunziata, o è stata udita ma ancora non è penetrata. Potremmo dire – conclude – che è il ministero del missionario, intendendo per questo colui che annunzia la Parola e in questo modo costruisce la comunità”.

Costruire la comunità attraverso l’azione missionaria dei diversi ministeri, a cominciare da quelli ordinati. Era questo l’ideale pastorale di P. Puglisi. Sia questo l’ideale pastorale della nostra Chiesa diocesana e delle nostre comunità parrocchiali.

Mi ha colpito, infine, un’osservazione acuta sul significato più profondo di ogni ministero nella Chiesa: “I ministeri diventano concretamente annuncio dell’amore di Dio che viene verso di noi e, passando verso di noi, giunge ai nostri fratelli”. Senza amore, non può esercitarsi nessun ministero. Lo ha affermato con forza S. Paolo esortandoci a comportarci in maniera degna della vocazione e quindi del ministero che abbiamo ricevuto, con ogni umiltà, mansuetudine e pazienza, sopportandoci a vicenda con amore, cercando di conservare l’unità dello Spirito per mezzo del vincolo della pace (cf Ef 4,1).

Una comunità ecclesiale, infatti, può essere autenticamente missionaria, solo se esercita ogni ministero come espressione dell’amore di Dio, se è compaginata dalla comunione, se è animata dalla preghiera e dalla contemplazione, se è unita e concorde, se è fedele al progetto di Cristo, che come ci ha ricordato S. Paolo, “ha stabilito alcuni come apostoli, altri come profeti, altri come evangelisti, altri come pastori e maestri”.

7. La nuova tappa del nostro cammino pastorale è un invito a tutti noi Vescovi, presbiteri, diaconi, ministri istituiti o di fatto a riflettere sulla natura più profonda, direi misterica, del ministero che ci è stato affidato come grazia e a interrogarci sull’amore, sulle intenzioni, sulla fedeltà e sulla generosità con cui lo esercitiamo secondo la misura del dono di Cristo. E questo a cominciare da me Vescovo, che, celebrando nel prossimo anno il cinquantesimo dell’ordinazione presbiterale (28 giugno) e il trentesimo dell’ordinazione episcopale (27 dicembre), sono chiamato a fare un doveroso e rigoroso esame di coscienza. Per questo mi affido maggiormente alla vostra preghiera.

Se S. Giovanni Crisostomo – il cantore del sacerdozio -, data la trascendente grandezza del ministero ordinato, si dichiarava con sgomento come inetto di fronte ad una prospettiva così schiacciante, che cosa dovrò dire io? che cosa dovremo dire noi? Ci conforta solo la certezza che – come afferma il grande Dottore – Dio stesso provvede alla purezza e alla dignità interiore dei suoi ministri attraverso il ministero dei suoi angeli.

8. La nostra Chiesa Palermitana, che da anni dopo il Concilio ha favorito l’istituzione dei ministeri laicali (sono 53 gli accoliti, 27 i lettori, 965 i ministri straordinari della Comunione), come anche l’ordinazione dei diaconi permanenti (sono 22 e se ne preparano altri 16), ha bisogno soprattutto di presbiteri.

Il numero di quelli diocesani (225) è assolutamente inadeguato a coprire le 177 parrocchie, per cui ancora vi sono parroci che hanno due e persino tre parrocchie, mentre la categoria dei vicari parrocchiali si è ridotta a poche unità. Se non vi fossero i presbiteri di vita consacrata (sono 350), sarebbe quasi impossibile far fronte alle necessità delle parrocchie: e il fatto che, per mancanza di vocazioni, lascino il servizio parrocchiale alcuni istituti di vita consacrata è motivo di ulteriore preoccupazione per il futuro.

Per questo ammonisce il Papa, “certamente un impegno generoso va posto – soprattutto con la preghiera insistente al padrone della Messe – per la promozione delle vocazioni al sacerdozio e di quelle di speciale consacrazione. È questo un problema di grande rilevanza per la vita della Chiesa in ogni parte del mondo. È necessario e urgente impostare una vasta e capillare pastorale delle vocazioni, che raggiunga le parrocchie, i centri educativi, le famiglie, suscitando una più attenta riflessione sui valori essenziali della vita, che trovano la loro sintesi risolutiva nella risposta che ciascuno è invitato a dare alla chiamata di Dio, specialmente quando questa sollecita la donazione totale di sé e delle proprie energie alla causa del Regno” (ib.).

9. Dobbiamo essere grati al Signore che in questi ultimi anni ha fatto germogliare nella nostra Chiesa generose vocazioni al ministero presbiterale. Mi ha dato la gioia di ordinare in sei anni ben 37 – quest’anno ben 12 ­presbiteri diocesani e 26 religiosi. Alla grazia del Signore ha collaborato notevolmente il Centro Diocesano Vocazioni che ha avuto come primo, illuminato e illuminante direttore proprio D. Pino Puglisi. E credo di non essere lontano dal vero se affermo che questa provvidenziale fioritura di vocazioni al presbiterato, caratteristica degli anni ’90, sia dovuta anche – e oserei dire soprattutto -al suo sacrificio cruento, che ha suggellato una vita presbiterale di esemplare profilo spirituale e un servizio ministeriale di avvincente profilo pastorale, come è risultato dagli atti dell’inchiesta diocesana del processo canonico super martyrium, che tutti ci auguriamo si concluda positivamente e al più presto. Sarei felice se questo potesse avvenire durante il mio cinquantesimo di sacerdozio e nel decennale della sua uccisione. Tanto mi sento legato a D. Pino, come ci sentiamo legati tutti noi sacerdoti: non solo per l’affetto, la stima, la venerazione e i legami sacerdotali del Battesimo comuni a tutti i fedeli, ma anche per gli speciali vincoli sacramentali dell’Ordinazione, che neppure la morte può dissolvere. Per tutti noi D. Pino resta un modello a cui guardare.

10. A questa nuova tappa del cammino della nostra Chiesa, desiderosa di prendere sempre più il largo all’inizio del nuovo millennio, c’invita anche un altro motivo: il decennale della pubblicazione dell’esortazione apostolica post-sinodale “Pastores dabo vobis”, sulla formazione dei sacerdoti nelle circostanze attuali, che Giovanni Paolo II ha rivolto al cuore di tutti i fedeli e di ciascuno di essi, in particolare al cuore dei sacerdoti e di quanti sono impegnati nel delicato ministero della loro formazione.

È necessario riprenderla in mano e portarla a conoscenza dei fedeli, in forma sistematica, in tutte le comunità parrocchiali ed ecclesiali, perché costituisce il Documento di base, che dovrà orientare il cammino del nuovo anno pastorale: ne indica autorevolmente le finalità, gli obiettivi, gli strumenti.

I preziosi insegnamenti dottrinali, gli orientamenti pastorali, le indicazioni normative e le provocazioni profetiche in essa contenuti saranno oggetto di studio, di confronto, oltre che di preghiera, per la necessaria contestualizzazione nell’oggi della nostra Chiesa palermitana, da parte del Consiglio Presbiterale, del Consiglio Pastorale Diocesano, dei Centri pastorali diocesani, degli organismi di vita consacrata, dalla Consulta delle Aggregazioni laicali e dei Consigli Pastorali parrocchiali.

Sarà così più agevole ravvivare in tutti, clero e laici, una più chiara conoscenza della natura e della missione del sacerdozio ministeriale nel suo rapporto di servizio e di complementarità con tutte le altre espressioni ministeriali, nei diversi ambiti dell’azione pastorale e nelle diverse istanze culturali e sociali della società in un mondo che cambia.

Il compito del ministero dei pastori è quello, come ci ha ricordato S. Paolo, di rendere idonei i fratelli a compiere il ministero “al fine di edificare il corpo di Cristo, finché arriviamo tutti all’unità della fede e alla conoscenza del Figlio di Dio, allo stato di uomo perfetto, nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo”. E’ questo d’altronde il fine di ogni ministero.

11. Nello stesso tempo la Comunità Diocesana in tutte le sue componenti sarà aiutata a comprendere meglio e ad assumersi più concretamente le responsabilità nei riguardi sia della pastorale vocazionale sia del Seminario.

Proprio perché “la mancanza di sacerdoti è certamente la tristezza di ogni Chiesa” come si sono espressi i Padri Sinodali, la pastorale vocazionale esige di essere assunta con nuovo e vigoroso impegno da parte di tutti i fedeli, nella consapevolezza che essa non è un elemento secondario o accessorio, né un momento isolato o settoriale, quasi una semplice parte, per quanto rilevante, della pastorale globale della Chiesa: è piuttosto un’attività intimamente inserita nella pastorale di ogni Chiesa, una cura che deve essere integrata e pienamente identificata con la cura delle anime cosiddetta ordinaria, una dimensione connaturale ed esenziale della vita e della missione della Chiesa” (PdV, 34).

Anche nei riguardi del Seminario, luogo privilegiato della formazione dei candidati al presbiterato, la comunità diocesana deve sentirsi più responsabile, a partire dalla maggiore e più diretta conoscenza di questa necessaria comunità educativa dalla quale dipende in gran parte il futuro della nostra Chiesa: il Seminario deve tornare ad essere nel cuore di ogni comunità parrocchiale, di ogni sacerdote e di ogni fedele.

12. Quanto D. Pino Puglisi abbia contribuito all’affermarsi della pastorale vocazionale nella nostra Diocesi, quanto abbia amato il Seminario, del quale è stato Direttore Spirituale, è noto a tutti. Seguirlo anche in questa strada significa tener desta la sua memoria e rispondere a un appello che dal silenzio della morte, più eloquente di ogni parola, ci rivolge nel nuovo anno pastorale. Questo emblematicamente coincide con il decennale della sua immolazione, alla quale, come il buon Pastore, non si è sottratto, per essere fedele sino in fondo alla vocazione e alla missione presbiterale, che per sua natura è vocazione al martirio. Il buon Pastore – ha detto Gesù – offre la vita per le pecore, mentre il mercenario, quando vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge. D. Puglisi non solo non è fuggito di fronte ai lupi mafiosi, terribili nemici del gregge, ma ha offerto la sua vita, per amore.

Affidiamo il nuovo anno pastorale alla protezione della Vergine Santa, la serva del Signore diventata serva di tutta l’umanità, modello di ogni ministero nella Chiesa, Regina degli Apostoli e Madre dei sacerdoti. Amen.

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