Il cortile della legalità
Pino Puglisi

Tavola rotonda
Maurilio Assenza
Direttore della Caritas diocesana di Noto

1. NEL CORTILE DELLA LEGALITÀ CON “FATTI DI VANGELO”

Nel cortile della legalità c’è gente che parla e si ferma alle parole, c’è gente che invece si espone e dona la vita. Come don Pino Puglisi, con un particolare apparentemente secondario sottolineato spesso da suor Carolina Iavazzo, che le fu accanto nella “discesa agli inferi” di Brancaccio, come pure dal suo assassino: «arrivava sempre con un sorriso», un sorriso non ingenuo ma indicativo del suo dimenticarsi affidandosi a Dio per esporsi con tutto se stesso e tutti accogliere senza ovvietà, stabilendo rapporti veri («un rapporto personale, mai banale, mai scontato, mai superficiale e abitudinario»), offrendosi come guida sicura, aprendo sempre nuove possibilità per tutti1. Così ci accompagna nel cortile della legalità questo prete che, anzitutto e sempre, volle essere tale senza alcuna altra aggettivazione2, oggi «compagno assente» perché tolto a noi dalla violenza mafiosa ma presente «nel suo carisma cristicamente»3. Don Pino ci chiede di entrare nel cortile della legalità con «parole convalidate dai fatti»,4 con fatti – diremmo nel linguaggio che nella Caritas ci è caro – tali da poter diventare ‘segni’, «segni pedagogici»: fatti che non cambiano certo il mondo, ma provocano interrogativi, offrono un orientamento, spingono ad una crescita umana, cristiana e civile5, lasciano intravedere il compimento della storia in Dio, da noi invocato incessantemente nel Padre Nostro, dai martiri davanti all’unico «sovrano santo e verace» (cf. Ap 6, 9-11). Non si tratta per questo di fatti e di segni qualsiasi, di semplici denunce o schieramenti, ma si tratta di fatti e di segni capaci di unire «pane e Vangelo» nella logica pasquale del seme, nella forma ‘cristica’ del dono6 e della vocazione, logica e forme contrapposte alla logica mafiosa della prepotenza ammantata di religiosità, ma anche alle forme ideologiche o narcisistiche in cui facilmente scivoliamo quando non siamo veramente ancorati al Padre di Gesù Cristo. Per questo fatti e segni devono essere illuminati dal ‘pensare’, e il ‘pensare’ a sua volta deve essere autenticato dalla povertà – che è libertà dai beni e da qualsiasi legame con i potenti – e da un’effettiva passione educativa. Don Puglisi era una persona che ‘pensava’ e viveva in povertà, come notò il pubblico ministero Matassa entrando nella sua stanza spoglia ma piena di libri7; un prete che viveva il suo ministero nella compagnia degli uomini, condividendo la fatica dei giovani e dei poveri fino a far suoi il loro grido e il loro pianto8. Pascal l’aveva chiarito: «entra nell’ordine della carità solo chi si interroga gemendo»9. Nell’interrogarsi «gemendo» di don Puglisi c’erano il sostegno dato all’Intercondominiale di via Hazon, che lottava (e lotta) contro la mafia non per ideologia ma per forte senso della dignità umana, e la sfida alla mafia per strappare a questo mostro anzitutto i bambini10 e poter per loro e con loro – le vittime più innocenti ma anche il ricominciamento continuo dell’umanità – costruire un mondo più giusto; c’erano l’affetto per giovani che dovevano sfuggire alla forma della prepotenza mafiosa e per i giovani del Liceo che dovevano trovare un senso alla vita; c’erano il problema dei sacramenti da dare ai bambini che non potevano andare al catechismo perché dovevano andare a rubare11 ma anche l’appello agli uomini della mafia perché, ricordando di essere dei battezzati, uscissero dal buio e dimostrassero di «essere veramente uomini d’onore»12; c’erano il perdono donato con un sorriso al suo uccisore e l’aiuto saggio e concreto ai giovani che dovevano elaborare rotture con le famiglie mafiose: «figli del vento»13, aiutati tutti da don Puglisi a vivere «a testa alta»14 in una terra come il Mezzogiorno in cui, ancora oggi, troppe volte l’illegalità diventa una peste che tutto contagia e un enorme peso che piega le persone15; oggi per noi in un’Italia in cui sempre più la legittimità, anche istituzionale, e l’illegalità, anche non immediatamente mafiosa, si contaminano, generando una pesante e diseducativa eclissi della legalità e del bene comune16. Da qui l’esigenza di un discernimento e di un coraggio corali, di una compagnia e di una profezia ecclesiali che ci impegnano ad andare al fondo dell’illegalità, per svelarne i meccanismi17 e opporvi resistenza, sostenendo l’impegno degli uomini di buona volontà alla radice, offrendo l’indicazione di ‘dove’ poter trovare forza e coraggio, invitando con don Puglisi – diciamocelo senza ovvietà – anzitutto «alla preghiera»18.

2. IL «PADRE NOSTRO» E I “PADRINI”

Siamo così condotti ad affrontare il tema della legalità da credenti, cogliendo il nostro specifico: aiutare ad andare alla ‘radice’. Di fronte all’illegalità e al degrado che ne consegue, il recente documento dei vescovi sul Mezzogiorno chiarisce che nelle mafie, nelle illegalità, nelle ingiustizie c’è “al fondo” una sfida non solo etica, culturale, educativa, politica ma anzitutto teologica. Riflettendo sulle testimonianze dei martiri – leggiamo – «si può comprendere che, in un contesto come quello meridionale, le mafie sono la configurazione più drammatica del “male” e del “peccato”. In questa prospettiva, non possono essere semplicemente interpretate come espressione di una verità distorta, ma come una forma brutale e devastante di rifiuto di Dio e di fraintendimento della vera religione: le mafie sono strutture di peccato»19. Dobbiamo per questo andare al “fondo del fondo”. Dobbiamo riscoprire ed aiutare a riscoprire il Padre vero! Allora rispetteremo ed educheremo al rispetto, alla legalità, ameremo nella verità ed educheremo alla «carità nella verità». Verità che manca, al “fondo del fondo”, perché orfani del Padre, non solo nei vari “Brancaccio” del nostro Sud e delle nostre città, ma anche e soprattutto per l’aria generale di smarrimento che respiriamo «da molto tempo». Siamo infatti da qualche secolo nel tempo della modernità, tempo senza Padre e quindi tempo di fratelli orfani che si contendono spazi e per questo necessitano di «disciplina». Disciplina che, però, quando mancano condizioni di benessere e di cultura, rischia di restare esterna o modellata solo sul più forte e sul più furbo. Alla radice di un impegno educativo per la legalità allora – accogliendo la «dote» dei martiri – occorre ritrovare il Padre: non un padre qualsiasi, non i “padrini”, non i potenti che «spadroneggiano e si fanno chiamare benefattori» (cf. Lc 22, 25), non i padri-padrone o i padri assenti, ma il Padre di Gesù, il «Padre nostro». Nome che don Puglisi dà al “segno” che a un certo punto pensa di porre nel quartiere di Brancaccio, attorno a cui si condensano un accompagnamento «uno ad uno» ed un tessuto di relazioni che, nel riferimento al «Padre nostro», sono nella logica delle «beatitudini», della misericordia nella fedeltà, l’unica logica capace di generare quello stile che permette ad un segno, ai nostri segni della carità, di risplendere come “evangelici”. Scriveva don Puglisi: «se la fedeltà senza la tenerezza può diventare solo organizzazione, la tenerezza senza la fedeltà può correre il rischio di diventare semplice sentimentalismo; quindi le due cose vanno insieme»20. Inoltre, perché la logica delle «beatitudini» si mantenga viva e trasparente, diventa necessario per questo piccolo prete evitare qualsiasi commistione e contiguità con i Palazzi del potere21: non accettare sovvenzioni e compromessi è per lui saggezza22, atto di fede nella Provvidenza e sequela di Gesù sulla via della piccolezza23. Si tratta di quella chiarezza propria di chi vede le cose in Dio, di chi sa bene con tutto se stesso – unzione, forma “cristica” della vita – che «non si possono servire due padroni», che occorre «obbedire a Dio prima che agli uomini» e che, per questo, appoggiarsi ai potenti è in primo luogo mancanza di fiducia in Dio (rischio che corriamo spesso anche nel mondo ecclesiale o della solidarietà quando, «a fin di bene», si giustificano i mezzi con il fine o si stringono alleanze con altri signori che non sono il nostro Signore Crocifisso e Risorto, non aiutando peraltro in questo modo la conversione dei prepotenti e scandalizzando le vittime). Si tratta allora sempre di ripartire da una fede effettiva nel Dio che ha cura di tutti a partire dai piccoli, tutti educandoci con uno stile preciso che sempre dobbiamo da Lui imparare con rinnovato stupore (altra caratteristica non secondaria di Padre Puglisi). Si tratta di offrire a tutti quella chiarezza che fa crescere come «onesti cittadini e buoni cristiani» (principio di don Bosco molto caro a don Puglisi)24; chiarezza con cui, tracciando confini chiari25, si precisa l’incompatibilità tra la fede cristiana e l’illegalità, spingendo alla fiducia nelle regole ed anzi portando anche oltre. Messaggio questo che le nostre Chiese, chiamate ad educare nelle frontiere della vita e della storia ove Gesù continua ad inviarci come «pecore in mezzo ai lupi, prudenti come i serpenti e semplici come le colombe» (Mt 10,16), devono – aiutate anche dalle nostre Caritas – apprendere sempre di nuovo dai loro martiri e riportare «alla carne e al sangue» della vita. Accettando il prezzo da pagare e confidando nei segni di consolazione che il Signore non fa mai mancare. Come è accaduto lo scorso gennaio a Caltanissetta con il “Comitato cittadini Scorta Civica” che si è costituito attorno al giudice Giovanni Tona (membro della Fuci a Palermo negli anni in cui era assistente don Puglisi) e ai suoi colleghi dopo il pericolo di attentati mafiosi: i giovani vanno dal giudice, che era andato da loro per spiegare la legalità, e gli danno forza, fino a fargli dire: «Ora più nessuno potrà più permettersi di chiedermi “Chi te lo fa fare”»26. Così anche noi – “spiegando” con la nostra vita il «Padre nostro», ponendo segni e sostenendo chi si espone – possiamo con tutti resistere a mafie e illegalità, «sempre pronti, adorando Dio nei nostri cuori, a rendere conto della speranza che è in noi» (cf. 1 Pt 3,15), ben sapendo «a chi abbiamo dato la nostra fiducia» (cf. 2Tm 1,12).


1 Cf. C. Iavazzo, Figli del vento, San Paolo, Cinisello Balsamo 2007, pp. 31; 41-42.

2 Cf. C. Lorefice, La forma “cristica” di una figura “a-tipica”: Pino Puglisi, in Synaxis 25/2 [2007].

3 M. Luzi, Il fiore del dolore, Edizioni della Meridiana, Firenze 2003, p. 28.

4 «Credo a tutte le forme di studio, di approfondimento e di protesta contro la mafia. La mafiosità si nutre di una cultura, e la diffonde: la cultura dell’illegalità. La cultura sottesa alla mafia è la svendita del valore della dignità umana. E i discorsi, la diffusione di una cultura diversa, sono di una grande importanza. Ma dobbiamo stare molto attenti che non ci si fermi alle proteste, ai cortei, alle denunce. Se ci si ferma a questo, sono soltanto parole. Le parole vanno convalidate dei fatti» (a cura di G. Bellia, Il coraggio della speranza, Città Nuova, Roma 2005, pag. 74).

5 «L’azione dei volontari e delle suore del Centro “Padre Nostro” deve essere un segno. Non può trasformare l’ambiente, questo non ce lo possiamo permettere neppure come illusione. È soltanto un segno per cercare di muovere l’ambiente, per cercare di dare un modello di comportamento, per spingere le autorità a fare il loro dovere, perché tutti a poco a poco si sentano coinvolti. Non per risolvere i problemi di Brancaccio. No, è solo per dire: dato che qui non c’è niente, noi vogliamo rimboccarci le maniche per dimostrare che si può fare qualcosa. Se ognuno di noi fa qualcosa, allora si può fare molto» (a cura di G. Bellia, Il coraggio…, p. 77).

6 «Dalla vicenda “eucaristica” di don Puglisi, come di chiunque ha reso testimonianza a Cristo fino al dono della propria vita, si può ricavare, appunto, la consapevolezza credente che pane e Vangelo non possono essere disgiunti né nelle attese della nostra gente, né nella volontà di Dio […] Il Vangelo ci è donato e spiegato da colui che lo ha annunciato per primo, con la sua stessa Pasqua, come un granello di senapa (cf. Mc 4,30-32), come un pizzico di sale (cf. Mt 5,13), come un frammento di lievito (cf. Mt 13,33), come un chicco di frumento che marcisce per poi germogliare tra le zolle di un terreno altrimenti destinato a restare sterile (cf. Gv 12,24): cioè come un appello esigente all’umile ma coraggioso dono di sé. Don Pino Puglisi lo sapeva e lo insegnava ai giovani che partecipavano agli incontri e ai campi vocazionali da lui organizzati nella diocesi di Palermo, come pure ai ragazzi della sua parrocchia» (Cei, Per un Paese solidale. Chiesa italiana e mezzogiorno, n. 18).

7 Cf. F. Deliziosi, Don Puglisi. Vita del prete palermitano ucciso dalla mafia, Mondadori, Milano 2001, pp. 160-161.

8 Cf. Facoltà teologica di Sicilia, Don Pino Puglisi, prete e martire, Il pozzo di Giacobbe, Trapani 2000, p. 22.

9 Cf. Sainte-Beuve, Pascal in Les grands écrivains français, XVIIe siècle: Philosophes et moralistes, Paris, Garnier.

10 Al processo Grigoli ricordò che don Puglisi «si prendeva i bambini, per non farli diventare persone che rubano, che vanno in carcere […] per non darli […] nelle mani della mafia» (F. Deliziosi, Don Puglisi…, p. 131).

11 Cf. B. Stancanelli, A testa alta, Einaudi, Torino 2003, p. 47.

12 F. Deliziosi, Don Puglisi…, p. 32.

13 C. Iavazzo, Figli…, pp. 13-14.

14 «Dobbiamo riuscire a far capire ai bambini perché esistono, per che cosa vivono, ma senza fare discorsi filosofici. Il bambino di quelle famiglie capirà i gesti che si faranno: il gioco, la convivenza, intesi come modelli di comportamento. Nel gioco, si deve loro far vedere che ci sono delle regole da seguire, che non è giusto barare: nell’ambiente mafioso chi bara ha più consenso, perché esprime doti particolari, come la furbizia. Diventa una controproposta anche per loro, uno stile di vita. Per loro lo scopo della vita è guadagnare. A qualsiasi costo. Un volontario e una suora che vanno lì, nelle loro case, con senso di solidarietà, di gratuità, di amore cristiano rappresentano una controproposta che potrà avere un’efficacia in seguito» (a cura di G. Bellia, Il coraggio…, p. 75).

15 Cf. Cei, Per un Paese…, n. 9.

16 G. Brunelli, Tornare a Sud, in Il Regno/attualità 6/2010, p. 146.

17 «Svelare la verità di un disordine abilmente celato e saturo di complicità, far conoscere la sofferenza degli emarginati e degli indifesi, annunciando ai poveri, in nome di Dio e della sua giustizia, che un mutamento è possibile, è uno stile profetico che educa a sperare. Occorre però che il senso cristiano della vita diventi fermento e anima di una società riscattata da ritardi e ingiustizie, capace di stare al passo del cammino economico, sociale e culturale del Paese» (Cei, Per un Paese…, n. 19).

18 «Per la chiesa di padre Puglisi, aperta alla redenzione di chiunque, essere fedeli a Cristo ha significato soprattutto non essere contro l’uomo. Pertanto, tentare il recupero spirituale della persona mafiosa o intrisa di cultura mafiosa lo sentiva un suo dovere. Ecco perché non amava essere definito “prete antimafia”. Egli amava scendere tra la sua gente, cercava di capirne i bisogni, tentava di risolverli. A noi ci invitava alla preghiera perché, sosteneva, con l’aiuto di essa potevamo trovare la forza e la volontà di continuare nel nostro impegno civile. Una forza e una volontà che ci ha reso capaci di instaurare rapporti cordiali e collaborazione con la gente della borgata; di avere incontri con le Autorità cittadine; organizzare petizioni e affrontare e condurre fino in fondo i difficili problemi di vivibilità che mano a mano si presentavano nella nostra zona. Tutto ciò ha fatto della parrocchia di Padre Puglisi il centro delle speranze di tanta gente che chiedeva una avvenire migliore a Brancaccio» (P. Martinez, Non dimentichiamo padre Puglisi, in: C. Iavazzo, Figli…, p. 94).

19 Cei, Per un Paese…, n. 9.

20 A cura di G. Bellia, Il coraggio…, p. 73.

21 Si tratta di qualcosa che è tutt’uno con il suo essere prete, si radica nella maturazione della sua vocazione che avviene a contatto con il suo parroco, Calogero Caracciolo, di cui don Puglisi «ricordava spesso un episodio: i galoppini di un politico all’epoca vennero ad offrire un ricco assegno, soldi in cambio di appoggio elettorale. E padre Caracciolo li cacciò via bruscamente dicendo: “Sappiate che io dico a tutti di votare secondo coscienza, ma senza dare nomi, anche se me li chiedono […] Quella è la porta, andatevene!”» (F. Deliziosi, Don Giuseppe Puglisi il prete martire ucciso dalla mafia, Arcidiocesi di Palermo, settembre 1999, p. 10).

22 «C’è un gesto che Puglisi rifiuta di compiere, e con determinazione, con ostinazione, senza ripensamenti: darsi da fare per ottenere finanziamenti pubblici per il Centro […] Suor Carolina ricorda d’averne parlato spesso parlato con don Pino, “ma lui pensava che, se fossero arrivati finanziamenti per il Centro, avremmo perso il volontariato. In realtà il Centro era nato all’insegna della Provvidenza, padre Puglisi aveva una grande fiducia nella Provvidenza, ricordava sempre i molti benefattori che ci avevano aiutato. Ma i contributi pubblici, no, non li voleva […] diceva che i soldi fanno perdere tanti valori, fanno morire l’entusiasmo”» (B. Stancanelli, A testa…, pp. 86-87).

23 Cf. F. Deliziosi, Don Puglisi…, p. 103.

24 «Padre Puglisi era convinto della necessità di formare prima l’uomo per poterne fare un cristiano autentico. Non era preso dall’ansia di “portare ai sacramenti” ma sentiva di dover rispondere a delle sfide urgenti e prioritarie decisive per la qualità della vita di ciascuno. Educare diventava così il modo concreto di preparare il terreno per accogliere la novità evangelica di Gesù Cristo. Intanto era necessario rivelare il volto di Dio Padre, attraverso relazioni alternative; scoprire la propria dignità di figli di Dio, senza essere schiavi di nessuno; sperimentare in germe la bellezza di sentirsi accolti e vivere in comunità» (C. Iavazzo, Figli…, p. 105).

25 «Quella mentalità abbastanza diffusa in Sicilia che porta a credere che con la mafia purtroppo bisogna convivere non può essere accettata, noi non l’abbiamo accettata. Con la nostra azione abbiamo tracciato un confine a Brancaccio. Abbiamo fatto capire in modo chiaro da che parte noi eravamo schierati: dalla parte della legalità, della giustizia e contro ogni forma di violenza come è giusto che sia per chi ritiene di essere un cristiano (seguace degli insegnamenti di Cristo). E al mafioso che ostenta la sua presenza in chiesa, con la nostra testimonianza di vita abbiamo detto che siamo dalla parte di quel Cristo che per noi si è fatto uccidere e non ha ucciso […] Padre Puglisi si è esposto per salvare le nostre vite e noi non possiamo permetterci di pensare di convivere con la mafia. Nel suo nome continueremo a testimoniare che la corruzione e la mafia possono essere sconfitte e noi ne stiamo stati testimoni. Ma non possiamo essere in pochi a pensare in questo modo» (P. Martinez, Non dimentichiamo padre Puglisi, in: C. Iavazzo, Figli…, p. 96-97).

26A. C. Valle, Quel giudice lo scorto io in Famiglia Cristiana n. 09 del 28 febbraio 2010, p. 65.

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