Nicola Fiorita

(associato di Diritto ecclesiastico nell’Università della Calabria,
Dipartimento di Scienze giuridiche C. Mortati)

Mafie e Chiesa *

 

SOMMARIO: 1. I termini di un rapporto controverso – 2. Mafia e consenso sociale – 3. Ritardi e ambiguità dell’antimafia ecclesiale – 4. Da don Puglisi a mons. Bregantini: la sofferta nascita di una pastorale antimafiosa – 5. Dai singoli casi ai documenti ufficiali: la posizione della Chiesa-istituzione – 6. Vincere la mafia con la Chiesa e grazie alla Chiesa.

 

1 – I termini di un rapporto controverso

Agli omaggi usuali che la buona educazione vuole che ogni ospite rivolga a coloro che lo hanno invitato, devo aggiungere uno speciale ringraziamento a chi ha deciso di inserire in un programma così autorevole e innovativo una sessione dedicata al tema “Mafie e Chiesa”. Lo faccio volentieri perché mi pare che questa scelta abbia saputo intercettare un problema di consistente rilevanza e di sicura attualità, troppo spesso sottovalutato dall’opinione pubblica come dagli esperti della criminalità organizzata e dagli specialisti delle questioni cattoliche. Basterà richiamare sin da subito qualche recente avvenimento calabrese – di cui molto si è parlato sui giornali, non solo locali -, per verificare immediatamente la centralità della questione di cui ci apprestiamo a occuparci. E dunque si consideri:

a. La decisione del parroco di Sant’Onofrio (Vibo Valentia) di annullare nel 2010 il tradizionale rito pasquale dell’Affruntata a causa della presenza di esponenti criminali tra i portatori della statua della Madonna1. A seguito di questa decisione, il parroco subì diverse intimidazioni da parte di alcuni criminali del luogo ma ricevette anche una larghissima solidarietà da parte dei fedeli e della società civile calabrese, tanto che la processione si svolse nei giorni immediatamente successivi alla presenza di un imponente servizio d’ordine.

b. Le polemiche virulenti che hanno riguardato l’utilizzazione del santuario della Madonna di Polsi (Reggio Calabria), da sempre luogo simbolo della mafia calabrese ma anche oggetto di un’accorata venerazione popolare. In occasione del pellegrinaggio che si tiene ogni settembre e che coinvolge migliaia di fedeli, i capi delle diverse famiglie mafiose sono soliti ritrovarsi a Polsi per assumere le decisioni più importanti relative alla gestione dell’organizzazione criminale. Si tratterebbe di una sorta di raduno annuale di una mafia con ramificazioni internazionali che continuerebbe, secondo la vulgata più diffusa, ad avere una struttura familiare e localistica2. Le polemiche sull’uso mafioso del santuario raggiunsero il culmine dopo la strage di Duisburg e spinsero il vescovo locale a un’omelia durissima, su cui torneremo più avanti.

c. La vicenda del gruppo scout di Rosarno 2, sciolto dai vertici nazionali dell’Agesci dopo il coinvolgimento di un educatore in una inchiesta sulla mafia locale, che ha generato una polemica durissima tra il livello apicale dell’associazione e quello calabrese, sfociata nelle dimissioni di venti capi scout e nella protesta di moltissimi genitori che vedevano sparire da un territorio difficilissimo uno dei pochi riferimenti educativi a disposizione. Il conflitto si è esteso anche alla chiesa locale, con la diocesi che premeva per lo scioglimento e i parroci di Rosarno (Reggio Calabria) che si schieravano con la popolazione.

d. Il ruolo simbolico assunto negli anni passati dal vescovo di Locri-Gerace (Reggio Calabria), Mons. Bregantini – vero leader dell’antimafia sociale in Calabria, iniziatore di una nuova stagione di consapevolezza e impegno in questa Regione3 – e le polemiche furibonde che fecero seguito alla decisione, formalizzata negli ultimi giorni del 2007, di disporne il trasferimento da Locri a Campobasso.

Non a caso, questi primissimi esempi sono tutti relativi a episodi avvenuti in Calabria. Sarà infatti una costante di questo intervento l’attenzione privilegiata – anche se non esclusiva – al rapporto tra ‘ndrangheta e chiesa calabrese. Una scelta che è fondata su tre distinte ragioni, che ritengo opportuno esplicitare immediatamente.

In primo luogo, la Calabria è la terra che conosco meglio, non tanto per esserci nato quanto perché qui da qualche anno sono tornato a vivere e a svolgere la mia attività accademica. In secondo luogo, il panorama di per sé molto ridotto di studi sul tema si compone quasi esclusivamente di analisi relative alla mafia siciliana, così che il versante calabrese della questione è ancora in buona parte da esplorare e da indagare4. In terzo e ultimo (e decisivo) luogo, vi è comunque da considerare che non esistono differenze sostanziali in ordine all’atteggiamento mantenuto dalle singole mafie nei confronti del cattolicesimo e dalla comunità ecclesiale di questa o di quella regione meridionale nei confronti della criminalità organizzata. Le differenze sono differenze di uomini, di tempi, di contesti, di episodi, tali da indurre a ricostruzioni specifiche ma non da incidere sulla visione complessiva del rapporto tra fenomeno mafioso e chiesa cattolica.

Sul finire del 2010 ho partecipato a un dibattito su questo tema, svoltosi a Reggio Calabria, che aveva come protagonisti due ospiti molto autorevoli: Isaia Sales (già deputato e sottosegretario, ora docente universitario e saggista di un certo successo), da cui sono piovute sottolineature forti delle incertezze, delle ambiguità e delle colpe che la Chiesa ha accumulato in questi decenni sul terreno della lotta alla mafia, e Mons. Foderaro (direttore dell’Istituto superiore delle scienze religiose di Reggio Calabria), da cui è venuta, al contrario, l’orgogliosa rivendicazione degli sforzi straordinari che il mondo cattolico ha compiuto sul medesimo versante5.

È una duplicità di letture che ripropongo in apertura di questo contributo perché essa rende perfettamente l’ambivalenza del rapporto tra Chiesa e mafie6. C’è del vero in quello che scrive Sales quando ricostruisce le vite storte di alcuni esponenti del clero meridionale, quando denuncia l’uso strumentale della religione da parte dei mafiosi che la Chiesa ha spesso tollerato, agevolando la formazione e la tenuta di un consenso sociale diffuso intorno alle organizzazioni criminali, quando richiama l’attenzione sulle ambiguità che hanno macchiato l’atteggiamento ecclesiale in merito al fenomeno del pentitismo. Ma c’è del vero anche nelle contrapposte posizioni che ricordano il sacrificio estremo di alcuni preti meridionali, lo sforzo quotidiano di tanta parte dell’associazionismo cattolico, l’argine opposto da queste stesse realtà alla penetrazione mafiosa in contesti di elevata sofferenza sociale, le esperienze straordinarie maturate in questi anni nei luoghi più nascosti del paese che hanno ravvivato la speranza, la legalità, il rifiuto della violenza e dei soprusi. Per dirla banalmente, la storia della Chiesa italiana è tanto la storia oscura di Don Frittitta quanto la storia eroica di Don Puglisi.

Ed è su questo duplice binario che proverò a giocare le mie riflessioni.

2 – Mafia e consenso sociale

Un acuto studioso del fenomeno mafioso e della società calabrese, Vittorio Mete, ha dedicato una speciale attenzione al tema dell’infiltrazione criminale dei consigli comunali, anche quelli più isolati e minuscoli7. La sua indagine parte da una domanda che, apparentemente, aggiunge delle dosi d’ingenuità al rigore metodologico della ricerca, ma che invece incanala con sagacia la riflessione su uno dei temi essenziali dell’analisi del fenomeno mafioso contemporaneo. Quello che l’autore, in buona sostanza, si domanda è per quali motivi la ’ndrangheta miliardaria, che muove grandi capitali, che penetra nelle regioni ricche dell’Europa, che controlla i migliori ristoranti romani e i locali milanesi alla moda abbia ancora interesse e bisogno di eleggere l’assessore al traffico di Canolo, l’assessore al turismo di Molochio o il vice-sindaco di qualche altro sperduto e sconosciuto paesino calabrese? Mete risponde al quesito individuando la giustificazione di questa resistenza ai processi di modernizzazione delle organizzazioni criminali nella persistente necessità delle famiglie mafiose di mantenere il controllo sociale dei propri luoghi di origine.

D‘altronde, come nota un altro esperto del fenomeno “i gruppi mafiosi si qualificano – sin dalle origini – per le capacità di radicarsi in un territorio, di disporre di notevoli risorse economiche, di controllare le attività comunitarie e di influenzare la vita politica e istituzionale … ricorrendo all’uso di un apparato militare ma ricercando anche un certo grado di consenso sociale”8. I mafiosi, scrive Rocco Sciarrone, sono al tempo stesso specialisti della violenza e specialisti delle relazioni sociali9.

Per dispiegare efficacemente questa loro peculiare competenza i mafiosi hanno bisogno di possedere e di mantenere un radicamento, una legittimazione, un’appartenenza alla cultura del luogo in cui si muovono che gli viene anche, e a volte in prevalenza, dalla partecipazione ai riti, alle cerimonie e più in generale dall’appartenenza visibile e riconosciuta alla chiesa cattolica. Non a caso non si conoscono esempi di mafiosi atei o anticlericali10, fatto salvo l’esempio particolarissimo di Matteo Messina Denaro, personaggio misterioso e per certi versi irripetibile, presentando caratteristiche assolutamente peculiari anche sotto diversi altri profili11.

Attraverso l’uso di un linguaggio che evoca continuamente l’elemento spirituale12, tramite la partecipazione attiva e visibile alle feste religiose, mediante l’assunzione di ruoli di rilievo nelle medesime feste e in tutti i riti religiosi (specie nel battesimo, che ancora oggi costruisce in larga parte del territorio meridionale vincoli anche più intensi e duraturi di quelli parentali13), i mafiosi perpetuano la legittimazione all’esercizio di posizioni di dominio all’interno della comunità locale, garantendosi quel rispetto che rappresenta l’altra faccia della paura che essi incutono ai consociati. In sostanza, i momenti di aggregazione intorno ai riti religiosi consentono ai mafiosi di consolidare i legami sociali ma anche di “ostentare la potenza individuale e familiare”14, rinnovando in ultima analisi quella che Renate Siebert chiama la “signoria territoriale”15.

Per riprendere uno degli esempi introdotti in apertura, a Sant’Onofrio (come a Catania, durante la festa di Sant’Agata) i mafiosi innalzano sulle proprie spalle la statua del santo forse anche perché credenti e devoti ma certo principalmente allo scopo di legittimare il proprio ruolo sociale, di affermare visibilmente una presenza qualificata nelle manifestazioni più tradizionali e più popolari di quella specifica comunità.

Il successo di questa strategia presuppone una lunga e colpevole tolleranza da parte della Chiesa cattolica, le cui propaggini locali solo recentemente – come vedremo tra qualche pagina – hanno modificato il proprio atteggiamento, cominciando in più occasioni a far prevalere la sostanza del messaggio evangelico sull’esteriorità dei comportamenti e sulla condivisione solo formale dell’insegnamento ecclesiale che rappresenta, evidentemente, la cifra principale dell’agire mafioso in questo ambito.

3 – Ritardi e ambiguità dell’antimafia ecclesiale

Isaia Sales, nel suo già citato intervento, si chiede proprio come la Chiesa abbia potuto tollerare che degli assassini si presentassero e agissero nella società come dei buoni fedeli cattolici. È la stessa domanda che a metà degli anni ’90 si pose don Nino Fasulo, animatore della rivista il Segno, e che prima o poi si pongono tutti coloro che si accostano a questo controverso tema. Senza dubbio si tratta di un quesito difficilmente eludibile per chi indaga il rapporto tra chiesa e mafie, ma a ben vedere si tratta allo stesso tempo di un quesito che non può essere posto con riferimento esclusivo al tema di nostro interesse, perché ogni tentativo di risposta conduce a estendere l’indagine alle forme di compatibilità che nel corso dei secoli il messaggio evangelico ha sperimentato con le dittature, con i totalitarismi, con il fanatismo16.

Il ritardo con cui la Chiesa ha fatto ingresso nel campo dell’antimafia non può essere spiegato solo con le debolezze degli uomini che la rappresentavano nel Sud Italia, con la sottovalutazione della mafia, con i condizionamenti culturali che marchiavano la vita di regioni povere e arretrate come quelle meridionali; vi è alla base di questo ritardo certamente qualcosa di più profondo, qualcosa che si annida nella concezione escatologica del bene e del male, nei rapporti tra questo e quell’altro mondo, nella legittimazione di quel male minore che serve a evitare un male maggiore che è stata magistralmente evocata da Paolo Sorrentino nel suo film, Il divo, su Giulio Andreotti. Non si dimentichi cioè che la mafia, come le dittature fasciste e tante altre drammatiche esperienze, è stata percepita in alcuni ambienti come un argine alla proliferazione del pensiero marxista, un male minore ampiamente tollerabile rispetto al male maggiore rappresentato dal pericolo comunista.

Su questo punto insiste particolarmente Enzo Ciconte, che della mafia e della società meridionale è da molti anni un attento studioso, dopo essere stato anche deputato del Pci. Secondo Ciconte, la Chiesa meridionale è rimasta per lungo tempo condizionata dalla propria radice contadina e tradizionalista, lasciandosi così docilmente cooptare in quella santa alleanza conservatrice, se non reazionaria, che per la maggior parte del secolo scorso si è opposta con tutti i mezzi a propria disposizione a qualsivoglia cambiamento degli equilibri di potere. La permanenza della Chiesa in questo fronte dipendeva in larga parte dalla sua avversione nei confronti del liberalismo e del comunismo, avversione così radicale da spingere a forme di collaborazione o vicinanza con qualsiasi forza, mafia compresa, che rifiutasse quelle idee17.

E se si ferma l’analisi a quel periodo storico, ciò che immediatamente colpisce l’osservatore è certamente – come già era stato notato da uno dei primissimi autori che si sono occupati del rapporto tra chiesa e mafia18 – la ridottissima quota di interventi episcopali in materia e la centralità di figure come il Cardinale di Palermo, Ernesto Ruffini, che consideravano il comunismo il male assoluto e contestualmente negavano la pericolosità del fenomeno mafioso. E, però, dobbiamo allo stesso tempo rammentare come nessuna delle grandi agenzie formative che operavano nelle regioni meridionali negli anni ’50, ’60, e per certi versi ancora negli anni ’70 del secolo scorso, abbia mai inserito la lotta alla mafia tra le proprie priorità. Molto poco, ad esempio, si è scritto delle ambiguità e delle opacità che caratterizzarono nel primo dopoguerra l’operato di alcuni settori del Partito comunista calabrese – che pure rappresentò successivamente la punta più avanzata della lotta alla ‘ndrangheta –, quando in alcuni specifici contesti territoriali (Caulonia, Africo, Limbadi, tanto per introdurre qualche riferimento concreto) i militanti comunisti percepivano nel mafioso – ignorante, figlio della terra, povero – un possibile alleato nella lotta all’ordine costituito, immaginando di indirizzare la loro barbara violenza al servizio di un progetto di riscatto sociale che ne avrebbe egemonizzato e riconvertito le storture.

Sarà soltanto a partire dai tragici eventi di Reggio Calabria, che segneranno l’alleanza tra mafia e destra estrema con tanto di benedizione da parte di alcuni pezzi dello Stato, che questa colpevole tolleranza di una parte della società calabrese troverà fine e inizierà una nuova, più consapevole, stagione di rifiuto della violenza e della mentalità mafiosa. Se la storia della mafia calabrese passa per alcuni ben precisi punti di svolta (i moti di Reggio, la terribile stagione dei sequestri, la gestione dei rifiuti) va ammesso che solo alcuni segmenti della società calabrese hanno saputo reagire con tempestività e adeguatezza a queste trasformazioni e che per lungo tempo le posizioni della Chiesa si sono piuttosto distinte per lentezza e inefficacia.

Più in generale, possiamo convenire con chi ritiene che la Chiesa cattolica abbia vissuto un’epoca dell’indifferenza rispetto al fenomeno mafioso e una successiva fase del silenzio prima di approdare a quello che è stato definito il tempo della Parola19. I primi due periodi hanno consentito che la mafia crescesse nella società meridionale, non contro la Chiesa ma grazie alla Chiesa e dentro la Chiesa, alimentando quello strumentario di commistioni, equivoci e strumentalizzazioni con cui ancora oggi ci dobbiamo confrontare.

E se molto è cambiato, come vedremo, questo lascito del passato induce anche autorevoli commentatori a non recedere dalla propria diffidenza e a segnalare con una punta di rincrescimento come la Chiesa calabrese continui a selezionare in modo discutibile le proprie priorità, preferendo insistere eccessivamente sui temi della famiglia o della bioetica piuttosto che predisporre tutto lo sforzo necessario a rendere efficace la propria pastorale antimafiosa20.

Alessandra Dino, in un suo bel libro cui più volte si farà riferimento in queste pagine, insiste opportunamente su alcuni valori fondamentali della religione cattolica e sull’impatto che essi possono produrre nelle strategie di contrasto al fenomeno mafioso. In particolare, nell’analisi della studiosa palermitana torna più volte in rilievo il sacramento della confessione21.

Si tratta, come evidenziano recenti ricerche sociologiche, di un sacramento in crisi, e che più di altri risente di quella individualizzazione della religiosità che scuote ogni tipo di appartenenza confessionale22. Peraltro, chi segue, sia pure superficialmente, l’evoluzione del dibattito interno alla chiesa cattolica sa bene che da tempo il sacramento della confessione è al centro delle riflessioni dei più attenti e autorevoli rappresentanti dell’ala riformista del cattolicesimo. Già nel 1999, il cardinale Carlo Maria Martini in un suo celebre discorso intitolato “Verso l’indizione di un Concilio Vaticano III”, inseriva tra i principali profili di discussione la rivisitazione della regolamentazione della penitenza.

Senza considerare adeguatamente queste voci dissonanti rispetto al magistero ufficiale e la conseguente ricchezza del dibattito ecclesiale, alcuni tra i critici più severi della Chiesa ritengono che la dottrina cattolica permetterebbe un accesso sin troppo agevole al conseguimento del perdono, dovendosi ritenere sufficiente a questi fini il pentimento del fedele espresso a una competente autorità religiosa23. Nessun obbligo di ravvedimento operoso dunque, nessun obbligo di espiare una condanna, ma semplicemente l’allontanamento fisico e morale dalla condotta errata e il dialogo interiore con Dio sarebbero le condizioni richieste per conseguire l’assoluzione religiosa. Questa descrizione non è totalmente condivisibile, ma certo rende subito percepibile l’impatto difficoltoso del pensiero cattolico sulla legislazione statale in materia di pentiti, laddove l’accesso alle misure di vantaggio è subordinata a una condotta attiva del soggetto che con le proprie dichiarazioni evita per il futuro la commissione di nuovi reati.

Estremizzando queste differenze, alcuni sacerdoti siciliani hanno espresso critiche e perplessità sulla legislazione in questione, arrivando a descrivere come delatori i pentiti che, con le proprie dichiarazioni, rendevano possibile l’arresto di uno o più soggetti24. Molto opportunamente la Chiesa siciliana ha condannato tali dichiarazioni e ha chiarito che il perdono cristiano non può essere ridotto a un fatto intimistico, ma richiede sempre la riparazione del danno compiuto25. Una presa di posizione importante che comunque non dissipa completamente la sensazione che alcuni atteggiamenti del clero meridionale abbiano contribuito ad alimentare un clima di ostilità e sospetto nei confronti dei pentiti di mafia.

L’esempio forse più eclatante di questo pezzo di clero meridionale che travisa alcuni comandi evangelici e li piega fino al punto di far coincidere comandi religiosi e mentalità mafiosa è rappresentato da Mario Frittitta, un frate carmelitano che venne arrestato sul finire degli anni ’90 con l’accusa di favoreggiamento del boss palermitano Pietro Aglieri. Qui, ovviamente, non interessa tanto la vicenda giudiziaria di Padre Frittitta, condannato in primo grado e poi assolto da tutte le accuse nei giudizi successivi, quanto piuttosto le ragioni di ordine spirituale con cui questi giustificò il proprio comportamento.

Don Mario Frittitta non nega di aver frequentato per un certo periodo di tempo il covo di Pietro Aglieri, sebbene da questo comportamento derivi l’accusa di aver favorito la latitanza di un criminale spietato. La difesa del frate si gioca completamente sull’opportunità, anzi addirittura sulla necessità, degli uomini di chiesa di interloquire con ogni persona, boss della mafia compresi, e di accompagnare il cammino di ogni peccatore verso la conversione o comunque verso un percorso interiore di purificazione26. Ne risulta la giustificazione della celebrazione dei sacramenti e delle ripetute visite nel covo di un capomafia, posto che in questa ottica tali eventi non avrebbero favorito la sua latitanza ma al contrario avrebbero facilitato il suo avvicinamento alla parola di Dio.

Com’è evidente anche da questa breve ricostruzione della sua difesa, sfugge completamente al frate che il problema non consiste nella presenza della Chiesa in ogni luogo della società, da quelli più lussuosi a quelli più abietti, ma piuttosto nelle modalità concrete di tale presenza, e che la frequentazione di criminali già condannati e per di più ricercati dalla giustizia da parte di un uomo di chiesa senza che vi sia al contempo una condanna chiara e totale di quelle azioni, senza che vi sia la richiesta assordante che essi esteriorizzino il proprio eventuale pentimento e senza che l’accesso ai sacramenti avvenga nelle forme e con le condizioni normalmente richieste dal magistero non può che trasmettere all’opinione pubblica un messaggio di vicinanza, comprensione, addirittura simpatia, ovvero non può che rilegittimare agli occhi del popolo di Dio la figura screditata del capomafia.

4 – Da don Puglisi a mons. Bregantini: la sofferta nascita di una pastorale antimafiosa

La storia del clero meridionale degli ultimi decenni è anche la storia di figure di ben altro spessore rispetto a quelle sin qui richiamate. Don Pino Puglisi e don Peppino Diana sono inevitabilmente i primi due nomi che affiorano sulle labbra di chiunque abbia voglia di raccontare questa storia. Nemmeno in questo caso s’intende qui ricostruire gli eventi tragici che spezzarono la vita e l’azione di questi due sacerdoti, volendosi soltanto rimarcare l’esistenza di un clero strenuamente impegnato contro la mafia e disposto a sacrificare la propria esistenza pur di non indietreggiare di un passo.

Tanti altri sacerdoti rinnovano oggi questo impegno. In Calabria, don Pino de Masi – vicario della diocesi di Palmi ed esponente regionale di Libera – don Giuseppe Campisano, parroco di Gioiosa Jonica e vittima di diverse intimidazioni, don Giacomo Panizza la cui esperienza è ora narrata in un libro di recente pubblicazione27 e via dicendo. L’apporto peculiare di queste esperienze va individuato nella capacità degli uomini di Chiesa di spostare l’impegno contro la mafia dal piano prevalentemente teorico a quello più pratico e concreto. La pastorale antimafia si accompagna con un’azione quotidiana di prevenzione e di recupero che si svolge nei luoghi più caldi del territorio e che si rivolge agli ambienti più esposti e fragili28. Questi sacerdoti indicano con la propria parola la retta via ai fedeli e al contempo offrono – e qui sta a mio avviso il loro principale merito – una prima chance di salvezza, concreta e riconoscibile, a soggetti ad alto rischio di inserimento nel mondo criminale e, ancora, una seconda chance di salvezza a chi da quel mondo intende uscire.

Questa grande capacità degli uomini di chiesa è ben percepibile, ad esempio, nell’esperienza delle cooperative del consorzio Goel, la cui nascita è il frutto dell’impegno di mons. Bregantini e la cui azione deve superare immaginabili avversità ma anche imprevedibili traversie di cui ci occuperemo tra poco.

Questa nuova e vigorosa sensibilità non connota soltanto l’azione di qualche prete di frontiera, ma da tempo influenza positivamente gli orientamenti dei vertici della chiesa meridionale e, più in particolare, calabrese. In particolare, voglio qui sottolineare l’azione di quei vescovi che stanno cercando di depurare la vita ecclesiale dall’inquinamento mafioso, restituendo un senso religioso a manifestazioni e riti che – come abbiamo detto – spesso venivano utilizzati strumentalmente dagli appartenenti alle cosche locali.

Mons. Mondello, vescovo di Reggio Calabria, il 13 settembre del 2011, nel messaggio rivolto alla città in occasione delle feste mariane, ha pronunciato espressioni inequivocabili, denunciando apertamente l’urgenza di riappropriarsi delle feste religiose da parte della comunità cristiana, ponendo così termine a quella tolleranza che ha consentito che tali feste passassero lentamente “dall’essere manifestazione della fede del popolo cristiano al diventare un’impresa, più o meno redditizia, affidata o accaparrata da gente lontana dalla Chiesa, che disconosce il significato stesso della festa cristiana e che intende gestire la manifestazione secondo capricci e finalità spesso innominabili. In questo modo le feste religiose, sempre più spesso, hanno tristemente smesso di essere feste del popolo cristiano; e sono di fatto diventate, nel loro svolgersi, proprietà di gruppi, alle volte mafiosi”.

Allo stesso modo, il vescovo di Locri-Gerace, mons. Morosini, conduce da alcuni anni un’intensa azione volta a depurare la già citata festa della Madonna di Polsi da significati extra-religiosi. Come abbiamo sottolineato, la visita al santuario che coinvolge, all’inizio di ogni settembre, migliaia di fedeli è stata utilizzata per lo svolgimento di alcuni summit mafiosi, tanto da potersi ritenere che in alcuni momenti della storia recente quel luogo avesse assunto non solo un valore altamente simbolico per le famiglie ‘ndranghetiste ma anche una sorta di condizione di extraterritorialità di fatto con conseguente sospensione del diritto statale. Nell’omelia del settembre del 2011, riprendendo le accalorate parole pronunciate a Polsi un anno prima, mons. Morosini ha rinnovato l’impegno della chiesa calabrese a purificare la religiosità popolare evitando qualsiasi commistione con fenomeni criminali di ogni genere e ha invocato il sostegno dell’intera comunità e delle istituzioni politiche in questo cammino di profondo rinnovamento29.

Alla luce di questi richiami, pur inevitabilmente contenuti, si deve ritenere che la suggestione di un clero composto da uomini modesti, poco coraggiosi, totalmente immersi nella subcultura del luogo di origine, propensi ad adattare il Vangelo ai costumi tradizionali della comunità di riferimento, sia abbondantemente datata e non più utilizzabile.

Eppure, sarebbe ingenuo identificare completamente il clero meridionale con le sue avanguardie più avvedute e sensibili. Esso piuttosto appare ancora composto da personalità differenti e per certi versi lontanissime tra loro. Per tornare in Calabria, quale esempio di quella antica descrizione potrebbe prendersi don Memé Ascone, parroco di Rosarno, il quale chiamato a testimoniare dal Tribunale di Palmi nel processo “All Inside”, sciorina una serie di luoghi comuni a proposito dei presunti reggenti della cosca Pesce, presentati al collegio giudicante come buoni fedeli sempre presenti alle funzioni religiose, assidui frequentatori della parrocchia, generosi sostenitori di attività sociali, compagni di scampagnate tra i boschi in cerca di funghi30. Insomma, una lettura in cui l’atteggiamento esteriore dei soggetti, e la loro adesione alle forme più visibili dell’appartenenza confessionale, prevale completamente su qualunque altro elemento e occulta incredibilmente la dimensione della violenza e del crimine.

5 – Dai singoli casi ai documenti ufficiali: la posizione della Chiesa-istituzione

A seconda dei punti di osservazione è dunque possibile narrare una storia luminosa ed eroica del rapporto chiesa-mafie o una storia oscura e peccaminosa della medesima relazione. Ma proprio per questa irriducibile ambivalenza, ritengo maggiormente utile riflettere sulle dichiarazioni ufficiali e sugli orientamenti della Chiesa-istituzione piuttosto che sulle debolezze o sulle vite straordinarie dei singoli. Ovvero ritengo che l’unica operazione effettivamente significativa sia quella volta a ricostruire una storia reale e solida del rapporto tra la Chiesa (e non tra gli uomini di chiesa) e le mafie.

Da questo punto di vista, la valutazione mi pare molto più semplice e lineare. La Chiesa ufficiale sconta un forte ritardo e una lunga timidezza in tema di contrasto alla mafia che muta in maniera significativa negli anni ’80 del secolo scorso31 e si interrompe definitivamente nel 1993 con il celebre discorso della Valle dei templi di Giovanni Paolo II. Da quel momento in avanti la tendenza alla prudenza e alla sottovalutazione comincia a rarefarsi e sia pure con mille incertezze, con i tempi lunghi che da sempre segnano l’attività ecclesiale – naturalmente refrattaria a rotture improvvise e stravolgimenti radicali -, la linea di condanna del fenomeno mafioso è perseguita in maniera coerente32, trovando infine un suo sbocco decisivo nel documento della Conferenza episcopale sul mezzogiorno del 2010, nel discorso palermitano di Benedetto XVI del 3 ottobre dello stesso anno, nelle prese di posizione registrate durante la settimana sociale di Reggio Calabria ancora dell’autunno 2010.

La Chiesa calabrese, invero, condannava in maniera inequivocabile la mafia già in una Lettera Pastorale del 1948, e nel passato possono essere rintracciati ulteriori e numerosi documenti di sicuro interesse come, ad esempio, quello del 30 novembre del 1975 con cui la conferenza episcopale calabrese denunciava il peso negativo della mafia su un ogni progetto di sviluppo della regione. Ancora, la stessa Cec, nel 1979, definiva la mafia come cancro esiziale e soprastruttura parassitaria33; ciò nondimeno, la condanna delle mafie – descritte come strutture di peccato – contenuta nel documento sul mezzogiorno della CEI, che è stato sopra richiamato, rappresenta una svolta storica, perché per la prima volta determina una condanna ufficiale della mafia in quanto tale, individuando la commissione del peccato non nel singolo ed eventuale atto delittuoso ma nella mera partecipazione all’associazione. Un peccato associativo, che pure non è una novità nel pensiero cattolico (si pensi alla scomunica comminata in passato per i massoni e per i comunisti) ma che è per l’appunto una novità straordinaria in ordine al tema di nostro interesse. Resta casomai da consegnare al dibattito il dato di una condanna netta dell’associazione criminale – tale da colpire non solo chi delinque ma anche chi in qualunque modo agevola il perpetuarsi della presenza mafiosa – che però non viene completata dalla previsione della sanzione massima, quella della scomunica, che pure è stata comminata in altri casi34 e che pure è stata evocata da mons. Bregantini nei confronti di tutti coloro che “fanno abortire la vita dei nostri giovani, uccidendo e sparando, e delle nostre terre, avvelenando i nostri campi”35.

Una strada lineare e direi irreversibile quella intrapresa negli ultimi anni dal magistero cattolico ma, per l’appunto, non ancora giunta al dispiegamento di tutti i mezzi che la Chiesa ha a propria disposizione. In questo senso, mi permetto un’ulteriore suggestione ricordando come da sempre il Vaticano utilizzi la santità per fornire un modello di comportamento al popolo di Dio36, così che la scelta del numero, dei tempi, e della personalità dei beati risponde spesso a una strategia politica ben precisa della Curia. Se per lungo tempo l’accesso alla santità era riservato a uomini e donne eccezionali, a chi aveva conosciuto il martirio o aveva vissuto in maniera straordinaria la propria fede, con Giovanni Paolo II si affaccia una nuova concezione di santità, aperta a chi ha consumato la propria vita nel mondo, ovvero a quei tanti laici che hanno saputo coniugare in modo mirabile la fede con la presenza nella società degli uomini. Se la santità può essere raggiunta da tutti i fedeli, ecco che la selezione di questa o di quella figura assume – ancor più di ieri – il senso di un esempio da seguire per l’intera comunità ecclesiale, il modello cui il buon cristiano deve tendere, l’indicazione visibile e riconoscibile delle priorità della Chiesa al mutare dei tempi. Non stupisce, quindi, che nel pieno della campagna contro la pedofilia che ha investito pesantemente la Chiesa cattolica in molti Paesi occidentali, la risposta della Chiesa sia passata anche attraverso la proclamazione della santità, nell’ottobre del 2010, di Suor Mary MacKillop, che denunciò gli abusi sessuali commessi da un sacerdote su alcuni bambini di una scuola cattolica venendo per questo duramente osteggiata dai propri superiori.

In questo contesto, è chiaro che l’annunciata beatificazione di don Puglisi (di cui si discute dal lontano 1998 quando per iniziativa del cardinale De Giorgi venne attivata a livello diocesano la causa per il riconoscimento del martirio e la cui procedura è ora nelle mani di mons. Bertolone, arcivescovo di Catanzaro) non assumerebbe soltanto una valenza spirituale, offrendo al contrario a tutti i cattolici meridionali un esempio chiaro e riconoscibile di vita giusta, un modello a portata di mano che si connota per l’intransigente rifiuto di ogni compromesso con la mafia.

I ritardi che hanno frenato la beatificazione di don Puglisi sono per certi versi comprensibili, ma certo hanno dato adito anche ad alcune perplessità, come quelle espresse da chi ritiene che “i vertici della Santa Sede temono ciò che tanti cattolici di base sperano: che una canonizzazione di don Pino Puglisi trasformi il suo atteggiamento nei riguardi dei mafiosi da opzione individuale e opinabile in modello normativo per tutti i fedeli (presbiteri o laici che siano). Insomma: che il ripudio esplicito, concreto, effettivo, quotidiano del sistema mafioso entri ufficialmente nella lista dei doveri morali del cristiano … i responsabili della Congregazione vaticana sono troppo acuti per non vedere che l’eventuale inserimento di questo prete di periferia nel calendario dei santi martiri da venerare potrebbe innescare un sommovimento a valanga sia dal punto di vista teologico che dal punto di vista etico … Don Pino Puglisi non si limitava a partecipare, con i suoi ragazzi, ai cortei di protesta per le stragi di Capaci e di via d’Amelio, ma affrontava a muso duro i politici … attivandosi perché Brancaccio avesse una scuola, un centro sportivo, una biblioteca e perché ai fedeli dei Graviano fossero sottratti i magazzini – abusivamente occupati – di via Azon. Che questa antimafia praticata nei giorni feriali, più che proclamata dai pulpiti domenicali, non piaccia alle gerarchie cattoliche, non mi sembra poi così incomprensibile”37.

Ora, si condividano o meno posizioni così radicali, resta fuori di dubbio che risulta estremamente importante la decisione di portare finalmente a compimento la procedura di beatificazione, anche alla luce di una ulteriore considerazione. Ripercorrendo le fasi e le tappe dell’atteggiamento ecclesiale tratteggiato nelle pagine precedenti, a me pare potersi affermare che il cambio di atteggiamento della Chiesa cattolica si sia realizzato effettivamente solo quando il segnale di una nuova consapevolezza è arrivato dall’alto, come per certi versi è comprensibile stante la natura gerarchica e verticistica della chiesa (ma come non sempre, nella storia del cattolicesimo, è stato). L’antimafia è una conquista della Chiesa cattolica ufficiale e non un mutamento prodotto dal basso, dalla base dei cattolici o dai preti in prima linea. Che non sono mai mancati, che hanno sempre testimoniato l’esistenza di un’altra chiesa anche nei periodi più bui dell’indifferenza e del silenzio38, che con il proprio esempio hanno consentito che il rinnovamento si realizzasse senza generare traumi laceranti, ma che non hanno mai avuto la forza di strappare il velo dell’indifferenza o di neutralizzare la condivisione di codici culturali da parte di una componente significativa del clero e degli esponenti criminali. Un sincretismo culturale39 che sopravviveva senza fatica ai processi di selezione e formazione del clero meridionale e che quindi si rinnovava di generazione in generazione fino a quando non ha trovato l’ostacolo insormontabile di un magistero ufficiale finalmente chiaro e univoco.

6 – Vincere la mafia con la Chiesa e grazie alla Chiesa

Lo spostamento progressivo della Chiesa-istituzione su posizioni di contrasto alla mafia più avanzate e meno contraddittorie rappresenta una grande conquista e una grande speranza per tutti noi, almeno per due ordini di ragioni.

Viene qui in rilievo il contributo, davvero speciale, che la Chiesa può assicurare a ogni progetto di contrasto alle associazioni mafiose in considerazione delle sue naturali caratteristiche. Basterà accennare, in questa sede, a qualche elemento particolarmente significativo:

  1. La Chiesa non ha bisogno di voti, la Chiesa non ha bisogno di posti di lavoro, la Chiesa non ha bisogno di sostegno economico da parte delle mafie. La Chiesa cioè rappresenta una forza libera da condizionamenti in un terra in cui una larga fetta della popolazione – per necessità o interesse – accetta di barattare la propria libertà con agevolazioni di vario genere.
  2. La Chiesa non ricerca, né ha la necessità di conseguire, un consenso immediato e dunque può sfidare con maggiore facilità l’impopolarità, così come può gestire senza contraccolpi i tempi lunghi che servono a cambiare le coscienze.
  3. La Chiesa può delineare, ed eventualmente correggere in tempo pressoché reale, le proprie strategie di contrasto al fenomeno mafioso sfruttando quella massa di dati che gli trasmettono le proprie orecchie sparse su tutto il territorio nazionale. La Chiesa ascolta continuamente la società, conosce in tempo reale i bisogni e gli orientamenti delle varie comunità grazie alla sua rete capillare di parrocchie e associazioni.
  4. La Chiesa ha la straordinaria capacità di parlare a tutti – e da tutte le componenti sociali è ascoltata – a differenza di coloro i quali (intellettuali, giornalisti, professori universitari) spesso si rivolgono, volenti o nolenti, a chi già sa e già sta da un parte.
  5. I due punti precedenti ci ricordano che la Chiesa è presente e opera anche nel più sperduto paesino del meridione, rappresentando spesso l’unica istituzione credibile per la comunità. E se è vero, come abbiamo ricordato in apertura di queste riflessioni, che la mafia continua ad avere come suo irrinunciabile riferimento la piccola entità territoriale di tradizionale radicamento ne consegue che proprio la dimensione locale si rivela “il terreno ideale per diffondere ideali e abitudini di rifiuto della criminalità mafiosa”40.
  6. Infine, la presenza della Chiesa nello schieramento che lavora per un Sud finalmente libero dalla violenza fisica e morale e dai condizionamenti mafiosi può aiutarci a ricordare che la lotta a un fenomeno così pericoloso e così spietato non può comunque smarrire nel suo svolgimento il valore dell’umanità.

Quest’ultimo punto merita un ulteriore e conclusivo approfondimento, se non altro perché consente di individuare un nuovo incrocio problematico tra la strategia cattolica e la strategia governativa o giudiziaria di contrasto al fenomeno mafioso.

È di recente divulgazione la notizia del diniego opposto dagli organi statali competenti al rilascio del certificato antimafia per la Cooperativa Valle del Bonamico, che fa parte di quella preziosa esperienza messa in piedi da Mons. Bregantini, cui abbiamo già accennato, e che svolge la propria azione di contrasto della cultura mafiosa nella locride, valorizzando le potenzialità del territorio con il lavoro dei giovani provenienti da famiglie mafiose e degli ex carcerati che vogliono rientrare nell’alveo della legalità. La rigida norma statale che esclude il rilascio del certificato antimafia a quelle imprese in cui risultano presenti soggetti condannati per un certo tipo di reati, o a questi legati da vincoli parentali, entra dunque in contrasto con la rivoluzionaria impostazione di cooperative che cercano di attrarre e coinvolgere proprio quegli stessi soggetti. La lotta alla mafia viene condotta, in un caso, facendo terra bruciata intorno al nemico-mafia e, nell’altro, spalancando le porte a chi fugge dall’esperienza criminale.

Il nostro ordinamento conosce moltissimi casi di insanabile tensione tra regola religiosa e regola statale e chi è abituato a studiare la regolamentazione del fenomeno religioso sa bene quanto in alcune ipotesi sia complesso, a volte finanche impossibile, conciliare i diversi valori di riferimento. Ma l’ecclesiasticista sa altrettanto bene che il nostro ordinamento ha elaborato raffinati strumenti di raccordo tra le autorità statali e religiose, ha consolidato modalità di concertazione e luoghi in cui ricercare soluzioni condivise. Quel che stupisce, allora, non è lo scontro tra due strategie di fondo incompatibili, quanto piuttosto la mancata attivazione di un dialogo tra le rispettive autorità che permetta di superare la situazione di stallo che si è venuta a creare e che rischia di indebolire una delle esperienze più feconde di quel territorio.

D’altra parte, la rigidità della normativa antimafia ha innescato questioni di non poco conto anche in una vicenda tutta interna all’ordinamento statale. Mi riferisco al caso del licenziamento di un lavoratore operato da una cooperativa che gestiva il servizio di pulizia dell’Asl di Locri, giustificato con il timore della società di restare esclusa dal sistema di appalti pubblici a causa del legame parentale che univa il suddetto lavoratore a un soggetto condannato per associazione mafiosa e che avrebbe potuto indurre l’autorità prefettizia all’emissione di un provvedimento interdittivo41. Un timore che il giudice, a cui la dipendente si è rivolta per la tutela dei propri diritti, non ritiene sufficiente a giustificare il licenziamento, posto che regola generale del nostro ordinamento è la personalità della prestazione, a nulla rilevando quindi le vicende dei familiari del lavoratore, e che nessuno spazio può essere riconosciuto a un licenziamento di tipo preventivo come quello in oggetto.

La conclusione del giudice locrese non va sottovalutata, perché richiama correttamente l’attenzione sulla necessità di contemperare la lotta alla criminalità organizzata con il rispetto dei valori fondamentali del nostro ordinamento, proprio come la vicenda della cooperativa Valle del Bonamico avverte tutti noi della necessità di combattere la mafia senza smarrire il rispetto e la fiducia in ciascun essere umano.

Per ogni cittadino laico della Repubblica italiana, il fine rieducativo della pena sancito nell’art. 27 della Costituzione deve rappresentare un principio prezioso e irrinunciabile, un valore ultimo della comune idea di democrazia e di società. E credo che proprio dall’azione ecclesiale possa venire il richiamo – ovviamente espresso con la terminologia spirituale propria di una confessione religiosa – a non dimenticare mai il peso e il valore dell’umanità, a non dimenticare mai che la sfida è ancora più complessa di quello che appare, giacché il vero obiettivo è vincere la mafia senza perdere noi stessi.

* * *


* Contributo sottoposto a valutazione.
Il testo riproduce, con la sola aggiunta delle note, la relazione tenuta (il 3 maggio 2012) presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Ferrara nell’ambito di MaCrO: ciclo d’incontri e seminari di approfondimento in tema di mafie e criminalità organizzata.

1 Si noti che nel 2003, a Stefanaconi, sempre in provincia di Vibo Valentia, si era già verificato un caso analogo che era passato però sostanzialmente inosservato. La differente reazione dell’opinione pubblica e dei mezzi di comunicazione di massa dimostra come in questi anni sia vertiginosamente cresciuta l’attenzione sugli atteggiamenti assunti dal mondo cattolico rispetto ai fenomeni criminali in genere e a quelli mafiosi in particolare.

2 Questa consolidata descrizione della mafia calabrese è stata recentemente messa in discussione da alcuni orientamenti giudiziari, propensi a individuare una dimensione verticistica dell’organizzazione criminale analoga a quella della mafia siciliana. In particolare, nella sentenza del Gup di Reggio Calabria, depositata il 20 luglio del 2012, relativa al cosiddetto “Processo Crimine”, si legge testualmente: “L’organizzazione criminale di stampo mafioso denominata ‘ndrangheta … ha assunto via via nel tempo e in un contesto di trasformazione ancora non concluso, una strutturazione unitaria, tendente a superare il tradizionale frazionamento e isolamento tra le varie ‘ndrine … la ‘ndrangheta non può più essere vista in maniera parcellizzata come un insieme di cosche locali, di fatto scoordinate, i cui vertici si riuniscono saltuariamente (pur se a volte periodicamente) ma come un arcipelago che ha una sua organizzazione coordinata e organi di vertice dotati di una certa stabilità e di specifiche regole”.
Si ricordi, peraltro, che una trasformazione analoga è stata vissuta anche dalla mafia siciliana, passata nel corso della sua esistenza da un insieme di tante piccole associazioni autonome a una struttura piramidale e centralizzata. Questa evoluzione è ben ricostruita da A. LA SPINA, Mafia, legalità debole e sviluppo del Mezzogiorno, il Mulino, Bologna, 2005, p. 17 ss..

3 Sul punto si veda ampiamente G.M. BREGANTINI, M.C. SANTOMIERO, Non possiamo tacere. Le parole e la bellezza per vincere la mafia, Piemme, Casale Monferrato, 2011.

4 Negli ultimi anni la ‘ndrangheta è stata oggetto di una vastissima produzione letteraria, di ogni genere e tipo ma non sempre di adeguata consistenza. Tra gli studi più recenti dedicati a evidenziare le caratteristiche più specifiche si rimanda a E.G. PARINI, ‘Ndrangheta: un prisma di potere, in A. Mammone, N. Tranfaglia, G.A. Veltri (a cura di), Un Paese normale? Saggi sull’Italia contemporanea, Baldini Castaldi Dalai editore, Milano, 2011, p. 365 ss..

5 Gli interventi di Sales e di mons. Foderaro sono ora pubblicati nel volume a cura di C. La Camera, Vincere la ‘ndrangheta, Aracne editrice, Roma, 2011. Il primo ha dedicato al tema anche il libro I. SALES, I preti e i mafiosi, Baldini Castaldi Dalai editore, Milano, 2010.

6 Di atteggiamenti ambivalenti della Chiesa parla U. SANTINO, Storia del movimento antimafia, Editori Riuniti, Roma, 2000, p. 179.

7 V. METE, Fuori dal Comune, Bonanno, Acireale – Roma, 2009.

8 R. SCIARRONE, Mafie, relazioni e affari nell’area grigia, in R. Sciarrone (a cura di), Alleanze nell’ombra, Donzelli, Roma, 2011, p. 3.

9 R. SCIARRONE, Mafie, relazioni e affari nell’area grigia, cit., p. 7.

10 E. CICONTE, Storia criminale, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2008, p. 228.

11 Si vedano in proposito le lettere inviate dal capomafia nel corso della sua latitanza e raccolte da S. MUGNO in Lettere a Svetonio, Nuovi equilibri, Viterbo, 2008.

12 Sul punto si rimanda al lavoro di A. CAVADI, Il Dio dei mafiosi, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo, 2009.

13 Cfr. G.M. BREGANTINI, Annunciare, denunciare, rinunciare. Come declinarli ancora?, in AA. VV., È cosa nostra, Editoriale progetto 2000, Cosenza, 2007, p. 104. L’ex vescovo di Locri evidenzia, contestualmente, anche la delicatezza delle esequie, utilizzate dalla mafia per ammantare di un significato di dominio i segni religiosi attraverso una sapiente strumentalizzazione del tessuto culturale di comunità che attribuiscono un valore particolarmente intenso al lutto.

14 A. DINO, La mafia devota, Laterza, Roma-Bari, 2008, p. 19.

15 R. SIEBERT, Donne di mafia. Affermazione di un soggetto pseudo-femminile, in http://www.stopndrangheta.it/file/stopndrangheta_1053.pdf, p. 11.

16 Non a caso il già citato libro di A. Cavadi si apre proprio con un riferimento al più ampio rapporto tra fede e violenza “Se la genesi del nazismo in terra cristiana ha posto e pone interrogativi scomodi, possiamo evitare analoghe domande a proposito delle mafie?”.

17 E. CICONTE, Storia criminale, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2008, p. 211 ss..

18 Lo studio pioneristico di Mario Tedeschi, per lunghi anni rimasto colpevolmente isolato, è ora leggibile in M. TEDESCHI in Vecchi e nuovi saggi di diritto ecclesiastico, Giuffrè, Milano, 1990, pp. 391 ss..

19 E. CICONTE, Storia criminale, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2008, p. 201 ss..

20 Cfr. A. RAUTI, A. SPADARO, Senso dello stato, familismo amorale e ‘ndrangheta: il problema dell’inquinamento criminale della partecipazione politica in Calabria, in www.federalismi.it, p. 13.

21 A. DINO, La mafia devota, cit., p. 132 ss..

22 Cfr. F. GARELLI, Religione all’italiana, il Mulino, Bologna, 2011, p. 65.

23 Cfr. I. SALES, I preti e i mafiosi, cit., p. 147.

24 Cfr. A. DINO, La mafia devota, cit., p. 132 ss..

25 In questo senso si veda in particolare il Documento redatto da alcuni docenti della Facoltà teologica siciliana. Ampi stralci del documento sono riportati da A. DINO, La mafia devota, cit., p. 148 ss..

26 Recentemente è stato pubblicato un libro, da parte di un altro discusso sacerdote, che riprende queste argomentazioni difensive. Cfr. V. NOTO, Da sacerdote tra i mafiosi. Il caso di Padre Mario Frittitta, Ila Palma, Palermo, 2009.

27 G. FOFI, G. PANIZZA, Qui ho conosciuto Purgatorio, inferno e paradiso, Feltrinelli, Milano, 2011.

28 Un corposo elenco di iniziative miranti a realizzare percorsi educativi in contesti a presenza mafiosa può essere letto in G. PANIZZA, Esperienze significative a servizio della “polis”, in AA. VV., È cosa nostra, cit., p. 89 ss..

29 Il testo integrale dell’omelia di mons. Morosini può essere letto in www.diocesilocri.it/download/vescovo/morosini/omelie/Polsi%202%20settembre%20.2011.pdf.

30 Nel momento in cui si scrive, il processo All Inside è ancora in corso. Ampi stralci della deposizione di Don Ascone sono stati riportati dai giornali locali. In particolare si rimanda a Il Quotidiano della Calabria del 22 luglio 2012.

31 Un mutamento che viene percepito immediatamente dagli stessi mafiosi come notava con la consueta acutezza L. SCIASCIA, A futura memoria, Bompiani, Milano, p. 67 ss..

32 Di particolare interesse in questo percorso, come nota P. FANTOZZI, Disorientamenti e privazioni che la ‘ndrangheta propaga, in AA. VV., È cosa nostra, cit., p. 73, è il documento Educare alla Legalità elaborato dalla Commissione Iustitia et Pax nel 1991, che contiene una lucida analisi del fenomeno mafioso e anticipa alcune delle successive iniziative ecclesiali di contrasto del potere criminale.

33 M. CASABURI, Borghesia mafiosa: la ‘ndrangheta dalle origini ai giorni nostri, Dedalo, Bari, 2010, p. 311.

34 Ma non manca chi ritiene che in questo caso una scomunica esplicita non servirebbe, perché chi fa parte di queste organizzazioni criminali sarebbe già, automaticamente, fuori dalla comunità religiosa. Sul punto si veda G. GATTO, Novissima considera, ut videas bona, in Segno, aprile 2011.

35 Così mons. Bregantini nella lettera inviata ai sacerdoti della sua diocesi in data 2 aprile 2006.

36 Sul punto si veda, per tutti, G. DALLA TORRE, Santità e diritto. Sondaggi nella storia del diritto canonico, Giappichelli, Torino, 2ª ed., 2008.

37 Don Puglisi, un modello di cristiano che dà fastidio, in La Repubblica – edizione di Palermo, 14 settembre 2011.

38 Nel 1976, a Gioiosa Jonica, Don Natale Bianchi pagava con la rimozione dall’ufficio ecclesiastico il suo impegno contro la mafia e la chiesa potente di Don Stilo, raccontata da C. STAJANO, Africo, Einaudi, Torino, 1979. Per una ricostruzione antitetica della figura di Don Stilo, si veda C. BELLUSCIO, F. KOSTNER, Il Vangelo secondo Don Stilo. Il prete scomodo che doveva per forza essere mafioso, Klipper, Cosenza, 2009.

39 A. DINO, Modelli di religiosità e sentire mafioso, in Il Segno, n. 200, 1998, p. 95.

40 A. LA SPINA, Mafia, legalità debole e sviluppo del Mezzogiorno, cit., p. 139.

41 Su questa vicenda si rimanda a M. RANIERI, I confini del licenziamento legittimo tra disciplina civilistica e normativa antimafia, in Rivista italiana di diritto del lavoro, 3/2010, p. 578 ss..

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