P. Puglisi sacerdote e amico al servizio degli ultimi

di Maria Lo Presti
pubblicato nel numero di giugno/2018 di Theofilos

Uno dei servizi svolti da p. Puglisi, e a cui teneva particolarmente, era quello che ha  compiuto presso la Casa dell’Accoglienza curata dalle Assistenti Sociali Missionarie. Ci siamo rivolti, quindi, a Marcella Filippone, a.s.m.  che ha diretto la Casa dal 1988 al 2015, per una testimonianza su p. Puglisi. Riportiamo di seguito l’intervista, e la ringraziamo anche di averci dato la possibilità di pubblicare, con l’autorizzazione dell’interessata (di cui riporteremo per suo desiderio solo le iniziali, C.T.) la testimonianza di una ospite della Casa dell’Accoglienza, preparata in occasione della beatificazione di p. Puglisi.

Ho avuto modo di collaborare con la Casa dell’Accoglienza, ma molti nostri lettori probabilmente non sanno di cosa si tratti.
Marcella, ce ne vuoi parlare?

La Casa Madonna dell’Accoglienza sorta nel 1974, per ospitare temporaneamente madri nubili, donne con difficili situazioni coniugali con o senza figli, bambini e ragazze in difficoltà e vittime di violenza, era uno dei servizi  dell’OPCER (Opera Pia Cardinale Ernesto Ruffini), Ente che ha riunito molte delle numerose Opere Sociali promosse e realizzate dal Card. Ruffini fin dal suo arrivo a Palermo nel marzo del 1946, a favore delle fasce più bisognose della popolazione.

Il Cardinale, dinanzi allo scenario di distruzione (dovuto alla guerra), alla grande ed estesa povertà, alla disoccupazione e alla mancanza dei più elementari servizi di base, ha cercato di capire come affrontare i problemi in radice e come offrire, con immediatezza, risposte ai bisogni fondamentali delle persone.

A tal fine si è fatto promotore di opere e servizi degni del valore di ogni persona, suscitando e coinvolgendo la solidarietà e la responsabilità sia dei privati cittadini, che delle Istituzioni pubbliche.

Alla realizzazione e alla conduzione di tali Servizi abbiamo concorso, fin dall’inizio, noi Assistenti Sociali Missionarie, Comunità di Vita consacrata fondata anch’essa dal Card. Ruffini.

Nel tempo alcuni Servizi, terminata la loro funzione di risposta ad una particolare  “emergenza sociale”, sono stati chiusi o trasformati, altri, in continuità di ispirazione, sono sorti. Tra quest’ultimi “La Casa dell’Accoglienza”, fondata e diretta per vari anni dalla nostra prima sorella Elena Coda, coadiuvata da una piccola comunità di Missionarie.

La comunità di sorelle, all’interno della “Casa” era finalizzata non solo ad un mutuo e reciproco sostegno per rispondere meglio e in modo integrato alle esigenze degli “ospiti” , ma soprattutto alla creazione di uno stile di famiglia aperta e allargata nella piena condivisione di spazi e di vita.

Io fui chiamata dall’Argentina, ove mi trovavo in missione, nel 1988, a far parte di questa “speciale comunità”.

Parlo di comunità “speciale” perché si è trattato di una convivenza, diurna e notturna, dei giorni feriali e festivi, con persone di varia appartenenza culturale, sociale, religiosa; provenienti da differenti popoli e nazioni, tutte accomunate da pesanti problemi personali ed esistenziali. È stata per me, per noi sorelle, un’esperienza non facile, una “sfida” quotidiana a crescere nella fraternità solidale, ad ampliare gli orizzonti e gli argini del cuore verso quelli indicati dal Vangelo della carità. È stato un grande dono del Signore per ciascuna e per tutte. In questo, di grande aiuto sono state la presenza del Card. Pappalardo, che ha tanto appoggiato e sostenuto quest’Opera, e quella di diversi sacerdoti e, in modo speciale, quella discreta e profondamente umano-sacerdotale di P. Puglisi.

Come si è inserito nella Casa p. Puglisi?

Dal 23 aprile 1989 p. Puglisi, che già veniva da tempo, divenne, con periodicità settimanale, una presenza ufficialmente riconosciuta dall’OPCER. Per tale servizio riceveva  un piccolo compenso, un’offerta, che lui  devolveva sistematicamente o per le ospiti – donne e bambini – della Casa dell’Accoglienza o  per persone bisognose di aiuto che lui conosceva.  È nota la grande generosità di p. Puglisi: per sé non teneva nulla, viveva poveramente, in modo essenziale; era sufficiente guardare l’abbigliamento. Egli amava molto studiare, apprezzava i libri, per acquistarli  faceva anche qualche sacrificio e accettava volentieri il dono di un libro, ma per il resto si contentava di poco.

P. Puglisi veniva alla Casa dell’Accoglienza molto volentieri, perché il suo impegno sacerdotale era, in modo privilegiato, rivolto ai poveri, ai più disagiati, ai più sfortunati nella vita. La celebrazione Eucaristica, da lui presieduta, risultava semplice, familiare, accessibile e accettabile anche a chi era lontano o non iniziato a questa dimensione di vita. P. Puglisi desiderava fare conoscere, avvicinare, fare incontrare e innamorare qualunque creatura, piccola o grande, con il compagno di viaggio che è Gesù. Questa esperienza  vissuta da tanti, ha toccato e cambiato profondamente l’esistenza di tante ospiti. Furono celebrati, negli anni, tanti battesimi, prime comunioni e cresime. Ricordo, ad esempio, una mamma minorenne, con  la sua figlioletta di due anni, inviataci dal Tribunale dei Minori, per una esperienza alternativa al carcere. Era, all’inizio,  molto lontana dalla fede e padre Puglisi, con grande amabilità e sapienza l’accompagnò molto in un lento, ma efficace itinerario di fede. Itinerario che condusse la giovane madre ad esprimere  il desiderio di fare la prima comunione e di  battezzare la sua bambina. Entrambi i sacramenti vennero celebrati lo stesso giorno in un unico Rendimento di Grazie. Particolarmente pregnante per il vissuto delle ospiti era la celebrazione del sacramento della Riconciliazione. Esperienza da loro descritta come ascolto profondo e abbraccio paterno dell’amore misericordioso del Signore. P. Puglisi comunicava e trasmetteva la sua fede e il suo amore per il Signore con una gioia, con una semplicità che incantava i cuori.

Che posto occupava questo servizio nella Casa per p. Puglisi?

Il servizio sacerdotale  di P. Puglisi nella Casa era stato richiesto  dalla  nostra sorella Elena che lo conosceva e lo stimava tanto. Il Cardinale Pappalardo, che sin dall’inizio ha molto sostenuto questa Casa,  ha accolto, con molta soddisfazione, questa insistente richiesta di Elena e la rese fattibile. In quel periodo padre Puglisi aveva anche l’incarico di direttore spirituale dei seminaristi.

Alla richiesta, padre Puglisi rispose subito ed in modo eccezionale, tanto che, quando i suoi impegni all’interno della parrocchia di Brancaccio – e che parrocchia! – erano di molto aumentati, diceva: “lascerò tutti gli altri impegni, ma la Casa dell’accoglienza  assolutamente no”.

Egli ha eletto questo luogo in una maniera eccezionale.  Portava a volte anche alcuni suoi amici. Negli ultimi anni aveva scelto questo luogo come ambito “sicuro” dove poter incontrare, ascoltare altri, soprattutto giovani, nel loro percorso di vita da amico e da padre.

Spesso si fermava anche a pranzo favorendo sempre, con semplicità e gioia, un clima di famiglia.

Cosa ricordi del suo servizio con le ragazze della Casa?

Di p. Puglisi ricordo lo sguardo dolce e penetrante, la sua vicinanza fraterna e sincera, specie verso le persone più svantaggiate e più bisognose di amicizia vera: bisognose di capire cosa è l’amore vero, l’amicizia vera. Nel nostro ambiente si trattava di ragazze molto provate  nell’ambito “dell‘amore”.

P.Puglisi quando incontrava le giovani diceva loro: “ma tu non sei sola, tu hai tuo fratello (Gesù), il tuo paparino, lo sai chi è il tuo paparino? – il Padre nostro. E poi ci sono io… qualunque cosa succede, io ci sono”. Questa vicinanza così semplice rendeva le ragazze desiderose di volerlo incontrare. Solitamente, quando in questi ambienti ci sono celebrazioni liturgiche c’è un po’ il fuggi fuggi, invece, lui era capace di creare relazioni così profonde, così fresche e così semplici con tutti che era atteso con molta gioia, e si desiderava la sua presenza, stare con lui.

C’è un ricordo particolare che vuoi evidenziare?

La vigilia del compleanno di p. Puglisi  una giovane donna, della quale di seguito è riportata la testimonianza, era molto in crisi. Padre Puglisi, quel giorno, “ignorando” tutti gli altri suoi impegni, si è fermato nella Casa dalla mattina alle 16,00 circa, perché desiderava aiutare questa ragazza a prendere consapevolezza del rischio che stava correndo e  voleva che nella sua vita vi fosse una  esperienza di amicizia sincera e disinteressata.  La sera della sua uccisione, quando appresa la notizia l’abbiamo comunicato alle ospiti, si è vissuta un’esperienza di grandissimo dolore con pianto  straziante, come  quando si “perde”  un punto di riferimento molto importante  e con urla verso chi aveva avuto tale durezza di cuore da uccidere un uomo buono, un sacerdote del Signore amante dei suoi fratelli, in particolare dei più poveri di amore e di beni.

Marcella, cosa ci dici della testimonianza di C.T., che riporteremo di seguito alla tua intervista?

Questa testimonianza esprime l’efficacia, per grazia del Signore, del servizio sacerdotale di P. Puglisi. È un’ esperienza pasquale i cui frutti perdurano nel tempo.

Nella sua testimonianza, C.T. ricorda lo sguardo e le mani di P. Puglisi: mani grandi e affettuose, sguardo empatico e non giudicante che raggiungono il cuore, esprimono l’amore con il quale ci ama il Signore e ci dicono che, anche nel dolore più cupo, non siamo soli.

Testimonianza di C.T., maggio 2013

Mi è stato chiesto di comunicare le mie emozioni e i miei sentimenti sul caro don Pino Puglisi. In occasione della sua Beatificazione, a vent’anni dalla sua tragica dipartita, posso testimoniare che avere avuto la fortuna e la grazia di averlo avuto accanto spiritualmente  un solo, esclusivo, fondamentale, particolare anno della mia vita, è bastato ad impregnare l’intera mia vita di una serenità prepotente, di una forza interiore, di un coraggio da poter dire con fede: Grazie Signore di aver messo sui miei passi il caro don Treppì che mi ha insegnato a pregare, ad amare, a sorridere, a ringraziarTi per ogni piccola o grande situazione che mi metti innanzi.

Ma voglio tornare indietro di vent’anni. Quando per una parentesi di vita travagliata, faccio ingresso a Casa Madonna dell’Accoglienza di Boccadifalco.

Don Treppì, assistente spirituale, viene tutte le settimane a stare con noi, allietarci un momento, incoraggiarci con costanza, e celebrare l’Eucaristia, animandola insieme a noi. L’Eucaristia era il fulcro della sua vita, e lui la celebrava ogni giorno, perché diceva: “Non ne posso fare a meno, io sono sacerdote perché amo celebrare l’Eucaristia!”. Aveva una grande capacità di ascolto, e gli bastava guardarmi negli occhi per leggere i miei turbamenti, le mie paure, le mie perplessità. Allora mi invitava a tirar fuori tutto quello che tenevo dentro e con dolcezza mi ascoltava. La sua era una presenza discreta, ma profonda, per nulla insistente, sincera e disinteressata.

Alla fine mi diceva sempre: “Non devi aver paura perché Lui è con te e ti vuole bene e anch’io ti voglio bene!”. Con quelle semplici e umili parole aveva la capacità di infondermi una prepotente serenità, nonostante tutti i miei pensieri, tutte le mie paure, le mie ansie, i miei scoraggiamenti.

Alla vigilia della morte, martedì 14 settembre 1993, don Pino venne a trovarci. Un giorno come tanti altri. Tenerezza di affetti, dolci occasioni di vita comunitaria, un pasto caldo da consumare insieme alle ragazze del centro: la sua gioia erano i piatti fumanti di lenticchie! Come al solito lui ci infonde parole di speranza che cadono come gocce d’acqua sulla terra riarsa. Chi poteva pensare che fosse l’ultimo incontro con qell’amico? Un amico dolce, che sapeva capirmi perché mi guardava con uno sguardo pieno di tenerezza, un amico che mi ha tirato su dalla fossa della disperazione, dell’angoscia, del non-senso della vita e delle cose.

Durante quel martedì pomeriggio avvenne l’ultimo nostro colloquio: “Stai tranquilla, non sei sola!”. E bastava la sua stretta di mano e il suo abbraccio per trovare la forza di continuare a lottare. Sì, proprio io che dei preti avevo sempre diffidato!

Dopo l’omicidio, prendo carta e penna e scrivo con tutto il dolore che ho dentro questa lettera ai giornali: “Quando ero stanca di vivere e di lottare, di credere e di amare, quando mi sentivo sola ed insicura, delusa dalle amarezze della vita, è stato allora che ho incontrato Padre Puglisi, ed è da allora che sono rinata spiritualmente e moralmente. Quel piccolo Servo di Cristo mi ha insegnato che la vita non può ridursi a uno scorrere tranquillo di giorni senza storia, ma deve essere il ‘luogo’ di una lotta costante contro il male, le tentazioni, lo scoraggiamento…”. E continuavo: “con voce piena di speranza dico a tutti quanti di continuare a lottare contro quel male; forse ne andrà di mezzo molto sangue, ma sono sicura che alla fine l’amore vincerà. Solo allora saremo liberi di volare su ali d’aquila e di reggerci sulla brezza dell’alba, un’alba che segnerà la parte più profonda di ognuno di noi, per poter finalmente dire: È NATO UN NUOVO GIORNO! 3 P sarai sempre il mio angelo custode e la tua vita sarà per me una pagina di Vangelo da imitare quotidianamente! E alla sera quando chiuderò gli occhi ci sarai sempre tu ad incoraggiarmi a spingermi a lottare, e infondermi ancora tanta gioia nel cuore”.

Dopo vent’anni, e penso per tutta la vita, sei ancora qui, prepotentemente ad incoraggiarmi, a spingermi a lottare e ad infondermi tanta gioia nel cuore. Perché don Puglisi ha incarnato l’ideale di farsi Chiesa povera tra i poveri e di cercare di lenire il dolore della gente, non attraverso filosofiche catechesi, ma attraverso la promozione reale e forte dei valori evangelici nell’agire quotidiano.

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