ARCIDIOCESI DI PALERMO
Inchiesta diocesana sulla vita, virtù e fama di martirio del Servo di Dio Don Giuseppe Puglisi (1937-1993), sacerdote diocesano

Seminario di studio su Spiritualità e progetto culturale
Roma 10-11 novembre 2000

Pino Puglisi: spiritualità e ministero
Comunicazione di Agostino Ziino

Permettetemi di iniziare questa comunicazione confessandovi la difficoltà incontrata nel preparare il mio intervento, difficoltà causata non certo dall’imbarazzo del non trovar contenuti da proporre, ma piuttosto dal trovarmi davanti a una grande quantità di cose che si potrebbero e si vorrebbero dire, e dunque alla necessità di selezionare temi e argomenti i più opportuni per lo svolgimento di questo seminario di studio.

Nel dover parlare di don Giuseppe Puglisi -e già l’ho fatto altre volte in contesti diversi -non riesco mai a realizzare quel distacco e a collocarmi a quella distanza che forse sarebbero necessari per sviluppare un discorso e una riflessione il più obiettivi possibili. Aver avuto il dono di collaborare con lui, anche se solo in un ambito particolare: quello della pastorale giovanile e specificatamente vocazionale, tra i tanti che lo hanno visto impegnato per lo svolgimento del suo ministero nella Chiesa, fa parte per così dire di quel tesoro prezioso e riservato che il Signore permette a ognuno di noi di accumulare nel corso del nostro cammino di credenti, e che costituisce un patrimonio provvidenziale, cui attingere quando ne sentiamo il bisogno, per ritrovare le motivazioni, il gusto e la carica per proseguire il cammino. Per noi ministri tutto ciò ha un significato certamente particolare. Ma proprio perché si tratta di una ricchezza ricevuta in dono dall’Alto, si impone, perché ne possiamo godere appieno, il comunicarla e il condividerla con gli altri. Pur trovandomi ora chiamato a parlare di don Pino in un contesto di studio e di riflessione scientifica, non riesco, e in fondo confesso che neppure lo voglio, a depauperare il mio discorso di questa caratteristica specifica: si tratta di una testimonianza, di una comunicazione di esperienza vissuta, piuttosto che il risultato di una riflessione approfondita e di uno studio a tavolino.

Del resto, proprio il tema su cui si sta lavorando in questo seminario -la spiritualità, riscoperta come elemento costitutivo e determinante per generare e orientare una cultura – ben ci dovrebbe disporre ad accogliere discorsi che siano in sé testimonianze di un vissuto, concretamente realizzato da chi ne è stato protagonista e condiviso da chi quella testimonianza ha avuto il dono di raccogliere proprio sul campo.

Trattandosi di un presbitero, del presbitero Giuseppe Puglisi, si è portati a guardare a lui per identificare, nel leggere la sua storia di prete, i tratti di quella spiritualità presbiterale su cui tanto e tanto negli anni passati si è scritto e discusso. In quanto già è stato detto e scritto su di lui da altri -mi riferisco ai vari interventi del cardinale S.Pappalardo suo vescovo a Palermo1, alle biografie a firma di F.Anfossi e F.Deliziosi2, ai lavori di F.Pizzo sui materiali relativi all’attività di don Pino presso il Centro Diocesano Vocazioni di Palermo3, e ai contributi dei relatori al Convegno di studio organizzato dalla Facoltà Teologica di Sicilia nel novembre del 1998, nel 5° anniversario della sua morte4 -, i tratti caratteristici della sua spiritualità ministeriale sono stati già evidenziati con facilità, grazie alla trasparenza della testimonianza resa da don Pino attraverso gli scritti che ha lasciato, le registrazioni dei suoi interventi e più ancora il percorso di vita da lui realizzato. Soprattutto Salvatore Di Cristina, nel suo intervento di due anni fa5, si è fermato a delineare i tratti della spiritualità di Puglisi, partendo dalle parole dettate a caldo, nel tragico momento della sua morte, dall’arcivescovo il cardinale Pappalardo per descrivere a mo’ di epitaffio la sua persona:“Don Giuseppe Puglisi / sacerdote del Signore / missionario del Vangelo / formatore di coscienze nella verità / promotore di solidarietà sociale e di servizio ecclesiale nella carità”. E i titoli, sotto cui Di Cristina raccoglie le sue osservazioni sulla spiritualità di don Puglisi, lo descrivono come egli appare al suo sguardo attento di amico solidale nel servizio alla Chiesa palermitana; questi i ttitoli: Un prete dal volto e dal cuore francescano -Ministro della Parola formato alla scuola del Vangelo ­Educatore dotato della virtù dell’ascolto -Un pastore totalmente donato al gregge -Testimone di un amore grande fino alla morte. La “carità pastorale” è ovviamente la categoria che tutte queste connotazioni della fisionomia ministeriale di don Pino lega tra loro e svela nel loro contenuto più vero e fecondo. Una carità pastorale che può essere attinta, mediante una vita di preghiera e di costante apertura del cuore da parte di chi la esercita, direttamente all’unica fonte da cui essa scaturisce e viene partecipata al ministro: il Mistero pasquale del Signore Gesù Buon Pastore, primo Martire della consumazione in pienezza di questo amore divino che salva. Oggetto delle riflessioni sviluppate nel Convegno di Palermo nel ’98 è stato soprattutto il binomio ‘ministero-martirio’. Sono questi i termini entri i quali si è sviluppato tutto il percorso di diaconia alla Chiesa realizzato da don Puglisi e che aiutano a conoscere la sua spiritualità: il servizio presbiterale e la martyria dell’amore culminata nel martirio vero e proprio. Ci colpisce, e nello stesso tempo ci esalta perché ci ricarica di motivazioni profonde e capaci di rinnovare costantemente il nostro servizio nella Chiesa, ci colpisce notare ora quanta ricchezza di spunti di riflessione ci offre la vita di don Pino, di questo piccolo prete che non ebbe mai, non dico la pretesa, ma neppure la propensione a farsi maestro e modello di straordinarie virtù per gli altri; egli voleva semplicemente donarsi senza riserve agli altri – e lo faceva veramente – per renderli partecipi di quella luce e quella consolazione che dicono sempre una presenza del Signore accolta nel cuore, unica vera fonte di riconciliazione e di pace.

Tutta l’esperienza pastorale di Puglisi nei vari ambiti nei quali si è realizzata -dalla parrocchia, con le complesse implicanze del coniugare nel concreto evangelizzazione e promozione umana, alla scuola, dai diversi settori della formazione del mondo giovanile al servizio reso anche alla vita consacrata attraverso il servizio della direzione spirituale, al volontariato etc… ­ce lo rivelava nella sua dimensione di semplicità e concretezza evangelica. Sempre di più agli occhi di tutti appare mirabile l’unitarietà della sua azione pastorale, che non si sbriciolava e non perdeva di spessore e di pregnanza a causa della varietà degli ambiti nei quali era da lui realizzata. All’unità della sua azione pastorale corrispondeva certamente l’unità di spirito con cui egli portava avanti una tale mole di lavoro, un’unità che svelava il suo amare con un cuore indiviso e totalmente aperto a Dio, incontrato e servito negli altri. Ma questa unità del cuore è a sua volta da riconnettere all’unità dello Spirito, che agisce in chi a Lui si consegna senza riserve, per una scelta di amore. L’unità è attributo proprio di Dio; riscontrarla nel cuore di un ministro e poi ancora nella sua stessa azione pastorale ci è segno che Dio si è rivelato nell’essere e nell’agire di questo Suo servo, che vive e opera in vera comunione con Lui.

Non possiamo in questo contesto riprendere le considerazioni e da altri già fatte sull’esperienza pastorale di don Puglisi e svilupparle ulteriormente, andandole a riscontrare in tante contingenze del suo vissuto o anche soltanto identificandole a grandi linee nelle tappe più significative del suo cammino ministeriale. La brevità del tempo non ce lo permette. Ma a prescindere da questo elemento: il tempo, che necessariamente ci condiziona, ritengo anche più opportuno e forse anche più stimolante parteciparvi altre considerazioni che la riflessione sul tema affidatomi ha in me suscitato.

Il cammino di vita e di servizio alla Chiesa compiuto da don Pino Puglisi -e penso che un po’ noi tutti già lo conosciamo almeno belle sue linee fondamentali – ci appare quanto mai normale. Nulla di straordinario nelle tappe del suo ministero o negli incarichi affidatigli in diocesi, nulla di apparentemente eclatante nel modo in cui egli svolgeva il suo lavoro. Una presenza, la sua, sempre discreta e quasi sommessa nei vari momenti della vita diocesana; ma un impegno assolutamente pieno e senza riserve nel compimento del suo lavoro quotidiano, con una capacità di accoglienza e di ascolto degli altri veramente straordinaria. Ma anche ciò che in lui poteva apparire straordinario a chi gli era accanto, anche ciò era da lui vissuto con una tale semplicità e una tale spontaneità che non lo collocavano in chissà quale dimensione di vita o di impegno diversa da quella nella quale tutti noi vivevamo. Puglisi te lo sentivi vicino e solidale in tutto quello che comportava l’esercizio del ministero, fatiche e soddisfazioni, successi e delusioni: con lui condividevi con naturalità tutto, perché anche lui viveva in prima persona come tutti gli altri fatiche e soddisfazioni, successi e delusioni. Pur stimandolo e ammirandolo per alcuni tratti del suo modo di essere prete -la generosità nel servizio, per esempio, o la capacità di mantenere il controllo e la serenità in tutte le situazioni, o il coraggio della schiettezza e di una umiltà non formale bensì vera e aperta a tutti i rischi del quotidiano, e ancor più la profondità e insieme la concretezza del messaggio che trasmetteva a tutti indistintamente, giovani e anziani, credenti convinti e dubbiosi, attraverso il servizio alla Parola e alla Liturgia -nonostante ciò nessuno lo avrebbe definito un prete fuori dell’ordinario e particolarmente ‘importante’. A tutti comunque era dato, anche attraverso un semplice approccio apparentemente superficiale, di sperimentare lo spessore spirituale della sua vita di ministro di Dio; ma anche questa connotazione del suo mondo interiore era da lui vissuta e quindi proposta, anche senza espressamente volerlo, in modo del tutto ‘comune’ e naturale.

È per questo che l’evento drammatico della sua morte ci appare allora un elemento del tutto sorprendente e ‘nuovo’. Si trattò di un qualcosa che rompeva violentemente quell’apparente ordinarietà del suo essere prete, e ben presto si capì che in realtà si trattava di un evento tale da costituire, come da molti è stato riconosciuto, la vera chiave di lettura di tutto il percorso di vita da lui compiuto. E questa chiave di lettura ce la donava il Signore stesso. La sua morte, da martire del Vangelo e da testimone di una piena carità per l’uomo, non può non essere letta se non come un dono dall’Alto. Il martirio, in quanto carisma che più di tutti assimila il discepolo al Maestro, il credente al Cristo nell’evento della Sua Pasqua, ci appare come il sigillo posto dall’Alto a tutto un vissuto che, da quell’evento, appunto, acquista luce ed esige di essere ricompreso.

Esser certi che il nostro cammino di vita, realizzato sotto l’azione dello Spirito, è tutto un nostro libero e continuo rispondere a un disegno provvidenziale di Dio, vuol dir credere anche che lo Spirito plasma dentro di noi quell’ “uomo interiore”, quell’ “uomo spirituale”, che è la realizzazione di quel disegno. Vita spirituale, si è detto, è “vita secondo lo Spirito”, vita realizzata sotto l’autorevole guida, silenziosa ma efficace, dello Spirito (Cfr. Rom 8; Gal 5.16-26). Se il primo protagonista della nostra vita spirituale è proprio lo Spirito che in noi dimora, parla e agisce, e a noi vien chiesta la collaborazione della nostra docilità consapevole, amorosa e dunque libera, dobbiamo dire che un esito di vita, un compimento di cammino come quello vissuto da don Puglisi ci fornisce un’indicazione quanto mai preziosa per comprendere sempre più a fondo che cosa vuol dire camminare secondo lo Spirito, realizzare una autentica vita spirituale.

Nella vita di un presbitero spiritualità e ministero costituiscono un binomio tendente all’unità, a una fusione per osmosi che non annulla l’identità delle due componenti ma che realizza una sintesi, che certamente rientra in quel disegno dall’Alto che è il progetto di santità pensato da Dio per ciascuno di noi. Quanto più si dà spazio allo Spirito nel proprio intimo, crescendo così sotto la Sua azione nell’ “uomo interiore”, tanto più si rende significativo e fruttuoso, ma secondo la logica del Vangelo e non del mondo, il ministero che si esercita in tutte le sue espressioni storiche. E tanto più il ministero saprà adeguarsi alle autentiche esigenze dell’uomo, cui è rivolto, mediante una intelligente lettura e una vera comprensione dei “segni dei tempi” alla luce dello Spirito.

Questa obbedienza allo Spirito, che è il contenuto più vero e profondo del vissuto quotidiano del credente, non ha bisogno di una continua autoaffermazione o autoproclamazione. Proprio perché si consuma in autentico rapporto con l’Altro, con lo Spirito che ci detta legge col Suo parlare interiore, tale obbedienza, che è fede e insieme abbandono fiducioso, si compie concretamente non in un ripiegarci su noi stessi, bensì nell’aprirci ad un ascolto di Lui e ad un donarci con convinta generosità che ci porta alla dimenticanza di noi stessi. Dimenticanza, che non è certamente alienazione o superficialità, bensì espressione e condizione di una sempre crescente oblatività di amore. E’ il morire a noi stessi per risorgere nell’Altro incontrato negli altri, amati e serviti nel Suo nome; è la realizzazione quotidiana della Pasqua del Signore nel nostro continuo morire e risorgere nella generosità propria del ministero. Lo Spirito, che nella misteriosa dinamica della vita trinitaria è l’ipostasi dell’Amore in quanto dono di Sé, vuole realizzare altrettanto in noi, chiamati a servire l’Amore. Lo Spirito educa e guida essenzialmente all’esercizio della carità, è questo il contenuto più vero della Sua azione interiore; perché è questa carità che genera, nutre e fa maturare l’ “uomo interiore”, l’ “uomo spirituale”. Ed è questa carità, incarnata nelle “opere buone predisposte da Dio perché noi le praticassimo” ( cfr. Eph 2.10), il segno e il frutto di una Pasqua vissuta nella fede e nella speranza.

Se questo è il segno visibile e la manifestazione di una autentica vita spirituale, che si consuma nell’intimo perché lo Spirito è effuso nei nostri cuori, per un presbitero, la cui vita è essenzialmente ministero, tutto ciò acquista una specifica significazione. Tutta la vita di un ministro è servizio, diaconia all’Amore, dunque dono di sé nell’esercizio di una carità pastorale, che certamente non potrà mai essere frutto di programmazioni a tavolino, bensì sarà sempre il traboccare di un’azione amorosa dello Spirito nella vita interiore di chi è chiamato a questo particolare servizio. Il dono della vita, consumato se Dio lo vuole fin nella morte, porta a compimento questa carità, e insieme realizza la totale assimilazione al Cristo buon Pastore, che così ha servito e ha salvato il Suo gregge. Ed è solo lo Spirito che guida il ministro in questa conformazione a Gesù Pastore, realizzando in lui, se lo trova docile e generoso, la formazione dell’ “uomo nuovo”.

Se mi sto fermando a proporvi queste riflessioni, non è perché abbia perso di vista l’oggetto specifico della mia comunicazione, ma proprio perché mi sembra che l’ “evento-Puglisi” costituisca una conferma a quanto detto. In che modo egli ci aiuta a cogliere in profondità il nesso spiritualità- ministero? E perché la sua testimonianza può arricchire la riflessione che si vuole fare su spiritualità e progetto culturale? Quale spiritualità caratterizzava il mondo interiore di Pino Puglisi, costituendo quindi l’anima del suo ministero? Troviamo risposta a tali interrogativi se guardiamo allo stile e ai contenuti del suo concreto servizio alla Chiesa e all’uomo.

Più che nei contenuti della sua predicazione, pur così essenzialmente e fedelmente incentrati sull’annuncio della persona del Cristo da riconoscere e amare in tutte le Sue manifestazioni e mediazioni ‘sacramentali’ -e, tra queste, quella che ce Lo fa incontrare e amare anzitutto in ciascun uomo -, è soprattutto nello stile del donarsi di don Pino nel ministero che noi riconosciamo l’azione specifica dello Spirito in lui presbitero, e dunque attingiamo il tessuto nascosto della sua vita spirituale e possiamo parlare di una sua ‘spiritualità’. E’ nel modo di consegnarsi agli altri, per essere non solo sacerdote ma anche vittima in quel sacrificio della vita che rende presente il Cristo unico Sacerdote, e per essere così nutrimento per gli altri, è in questo che emerge la spiritualità di un ministro. Non tanto dunque nelle verità che egli ha appreso e passa agli altri attraverso la sua parola, ma essenzialmente nella comunicazione dell’esperienza che di quelle verità egli stesso fa nella storia della sua anima. La spiritualità di un presbitero si manifesta nel fatto stesso della comunicazione di tutto un vissuto di incontro e di comunione col Signore, che è il contenuto proprio della vita interiore di ogni credente, ma che nella vita di un presbitero si schiude e diventa dono per tutti. Tutto il ministero, realizzato da Pino Puglisi nelle diverse aree di servizio ecclesiale in cui egli è stato chiamato a donarsi, riletto oggi in quest’ottica, rivela una vita spirituale profonda e in progressiva intensità e concretezza; perché sempre più intensamente e concretamente, anche se gradualmente, lo Spirito lo ha educato e preparato al dono completo di sé nel sangue versato, trovandolo costantemente docile e obbediente. Il compimento di questo suo cammino, realizzatosi, per i grandi disegni di Dio su di lui, in un martirio, riassume e realizza dunque tutta la tensione da lui vissuta ogni giorno verso un sempre più generoso e instancabile donarsi da servo e da pastore, e insieme rivela l’azione definitiva dello Spirito nella formazione di lui “uomo nuovo”, discepolo ormai pronto alla piena identificazione col suo Maestro. Mi piace a questo punto riprendere le ultime parole pronunziate da Pino Puglisi pochi istanti prima di cadere martire della fedeltà all’amore come servizio: quel “Me lo aspettavo” da lui rivolto al giovane che gli puntava l’arma alle spalle, e che rivela una piena consapevolezza non solo del pericolo che correva non accettando di scendere a patti col male, ma anche del compimento di un cammino di vita, che per lui vero uomo di Dio era sempre stato essenzialmente sequela di Gesù Maestro amato. Siamo autorizzati a dire ciò dalla testimonianza resa dal suo stesso assassino: don Pino, nel girarsi a guardarlo, pronunziò quelle parole con il sorriso negli occhi. Un sorriso che quel giovane ha definito “indimenticabile”.

La lezione che ricaviamo dalla storia del presbitero Puglisi, mi sembra possa essere riconosciuta non solo nelle virtù umane e cristiane, e specificatamente presbiterali, che egli seppe realizzare, ma soprattutto nell’agire dello Spirito in lui grazie alla sua corrispondente docilità. Questo forse è l’insegnamento più urgente da raccogliere in questa sede. Anzitutto Dio ci dimostra ancora una volta che l’azione del Suo Spirito per compiersi non ha bisogno di trovare spazio in ambiti esistenziali particolari o in persone straordinariamente dotate ed eccezionali. Piuttosto è la disponibilità da parte del credente, che si rende docile a questa azione soprannaturale, che permette allo Spirito di trasfigurare e potenziare dal di dentro le naturali capacità dell’uomo, adeguandole alle Sue grandi opere. Che questa azione, assolutamente divina, coinvolga la persona nel suo quotidiano cammino di fede e di servizio, non risparmiandole tutto quello che è proprio del percorso comune a tutti e lasciandola a vivere la normalità di una storia come tutte le altre, è un elemento di cui dobbiamo prendere atto con coraggio e umiltà, ma anche con  profonda consolazione e gratitudine al Signore. In cosa quest’azione dello Spirito, nascosta ma potente nel cuore di don Pino… e talmente potente da fare un giorno di lui un martire, in cosa poteva risultare riconoscibile o almeno intuibile da chi, standogli accanto, lo conosceva nel suo normalissimo e comune modo di ‘fare il prete’ accanto e insieme a tanti altri?

Certamente espressione concreta di questa sua disponibilità a farsi lavorare dallo Spirito, e insieme frutto di questa stessa azione di grazia, era la fedeltà assoluta al suo ministero, secondo uno stile di generosità instancabile, che faceva di lui -notiamolo bene -non un prete tuttofare e travolto dall’efficientismo, ma un servo di tutti senza orari eppure sempre sereno e capace di trasmettere serenità. Una fedeltà feriale, alla quale non veniva mai meno. Una lezione di vita che egli dava, senza però volerlo espressamente fare e senza rendersene troppo conto. Era così normale per lui accogliere sempre e tutti, senza preclusioni o riserve di nessun tipo, che…anche per noi tutti era ‘normale’, scontato, che lui facesse così… E quando lo straordinario diventa ‘normalità’ è segno che Dio è all’opera… Altro aspetto della sua diaconia all’uomo, che va certamente ricollegato con la sua profonda spiritualità ministeriale, è proprio quello relativo alla sua capacità di ascoltare e cogliere le domande e le provocazioni più profonde e autentiche della contemporaneità. Studiava, leggeva e si aggiornava proprio per essere al passo con le esigenze di un ministero che, soprattutto negli ultimi anni di servizio a Brancaccio, lo mise a diretto contatto con problematiche sociali ed ecclesiali legate alla disastrosa situazione del territorio, su cui era chiamato ad operare. Molto si è già scritto sulla sua azione pastorale a Brancaccio, aperta su tutti i fronti della vita di quella porzione di popolo di Dio che lì vive. Si analizza il suo impegno nell’affrontare la situazione della sua parrocchia, nell’annunzio del Vangelo della carità e del rispetto della dignità di ogni uomo, nell’affrontare le gravissime problematiche sociali e culturali legate a quel territorio. Don Pino, parroco a Brancaccio, fu realmente l’uomo del Vangelo, sia per la chiarezza del suo operare e per la sua fedeltà all’annuncio del Cristo Uomo delle Beatitudini, sia per la santa violenza provocatoria della Parola, da lui annunziata dall’ambone e testimoniata per le strade del quartiere, che ancora una volta si rivelò la Parola di un Dio che per salvare attraverso il perdono deve prima giudicare per svelare ciò che è bene e ciò che è male. Nel nostro contesto mi sembra importante sottolineare come quest’ultima tappa del suo cammino di vita riveli quest’ulteriore aspetto della sua docilità assoluta allo Spirito e della sua obbedienza “fino alla fine” alla logica del Vangelo, che è la logica dell’Amore incarnato (cfr. Gv 13.1). La fedeltà feriale alle piccole cose e agli impegni quotidiani, da lui precedentemente vissuta in tutti gli altri ambiti del suo servizio, non venne meno neppure quando, davanti alle enormi difficoltà affrontate a Brancaccio e alla subdola violenza del manifestarsi del male, si esigeva che maturasse in fedeltà fin al sangue versato. Con un’assoluta coerenza, fondata sulla profonda convinzione del valore della sua vita di ministro di Dio, di quel Dio che aveva amato i Suoi “fino alla fine”, don Pino consumò la sua donazione e il suo servizio all’Amore, assumendo su di sé, da “agnello destinato all’immolazione” (cfr. Is 53.7), tutti i problemi e le sofferenze del suo popolo di Brancaccio – e proprio lì egli era nato cinquantasei anni prima -, incarnando così nel “qui e ora” la carità pastorale, a cui lo Spirito lo aveva sempre più formato. “Qui e ora” -è stato detto -sono le coordinate della concretezza; quelle coordinate che delimitano il tempo e il territorio come “luogo teologico” dell’amore che per sussistere deve incarnarsi e consumarsi. Le coordinate più vere della santità del servo buono e fedele. Un ministero dunque, quello di Pino Puglisi, che rivela l’azione concreta dello Spirito nella docilità generosa del ministro; un’azione mai da noi programmabile o prevedibile secondo i criteri e le logiche umane. Ma programmabile e prevedibile se solo guardiamo al Cristo Servo e Martire dell’amore del Padre per ogni uomo. Essere, in Lui e come Lui, servo e martire di questo stesso amore è per un presbitero il contenuto essenziale della propria identità, svelata e realizzata appunto dallo Spirito. Aiutati da don Pino, che sia questo l’oggetto più vero della nostra preghiera di domanda al Signore.

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Don Agostino Ziino CFD

Note

1Tra i tanti, cito la sua Omelia nel 1° anniversario dell’ uccisione di don Giuseppe Puglisi, in Don Giuseppe Puglisi un pastore secondo il cuore di Dio, Arcidiocesi di Palermo, 15 Settembre 1994, pp.21-30.
2 F.ANFOSSI, Puglisi, un piccolo prete fra i grandi boss, Edizioni Paoline, Milano 1994; F.DELIZIOSI, “3P” Padre Pino Puglisi. La vita e la pastorale del prete ucciso dalla mafia, Paoline, Milano 1994; IDEM, Don Giuseppe Puglisi. Il prete martire ucciso dalla mafia, Arcidiocesi di Palermo, 1999.
3F.PIZZO (a cura di), Don Giuseppe Puglisi educatore dei giovani e formatore di coscienze giovanili. Campi-scuola 1984-1992, Palermo 1994; IDEM (a cura di), Don Giuseppe Puglisi. Animatore carismatico della Pastorale delle Vocazioni , Palermo 2000.
4Don Pino Puglisi prete e martire, Libreria Editrice “Il Pozzo di Giacobbe”, Trapani 2000. Il volume raccoglie, dopo una presentazione del card.S.De Giorgi, gli interventi di G.Bellia, C.Scordato, S.Di Cristina, M.Golesano, F.M.Stabile.
5S.DI CRISTINA, Spiritualità di un presbitero diocesano: don Pino Puglisi, ibidem, pp.63­79.

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