Puglisi, un santino?

di don Francesco Michele Stabile

Campeggiava sul Foro Italico di Palermo in una grandiosa immagine solare il sorriso di padre  Giuseppe Puglisi, rivestito degli abiti del quotidiano, nel giorno in cui veniva dichiarato ufficialmente beato dalla Chiesa perché ucciso dalla mafia in odio al suo annunzio del vangelo. Un santo del nostro tempo, un santo che non faceva miracoli, ma che traduceva Gesù Cristo nella vita di ogni giorno. Era il 25 maggio del 2013. Erano venuti a migliaia da tante parti della Sicilia e dell’Italia per sentirsi partecipi di quell’evento come a dare un consenso popolare a quella proclamazione solenne.

Si era arrivati alla beatificazione dopo non poche difficoltà. Innanzitutto perché non appariva evidente un martirio in odio alla fede secondo la tradizione millenaria della Chiesa. I mafiosi venivano ancora riconosciuti come battezzati e avevano sempre mostrato deferenza verso la Chiesa e gli uomini di chiesa e mai avevano attaccato verità di fede, anche se potevano essere considerati peccatori quando commettevano il male. Ma fu compreso finalmente che la mafia è un’altra religione che agisce in contrapposizione al vangelo, perciò contro la giustizia, contro l’amore e la dignità di ogni uomo.

Ci si è dovuti spogliare così di una visione sacrale della vita e della storia nella quale il male, pure quello di mafia, poteva trovare una sua collocazione anche se come peccato, perché il male fa parte della condizione umana. Spogliarsi della visione sacrale ha significato che i processi storici sono modificabili non solo come conversione personale ma anche come conversione delle strutture della società perché è l’uomo responsabile della sua storia.

E Puglisi non era uomo del sacro immutabile, ma uomo di una storia umana che può essere trasformata “se ognuno fa qualcosa”, se le istituzioni si aprono al servizio di ogni uomo e non degli interessi di pochi. Si mise Puglisi a servizio dei giovani, delle sue comunità parrocchiali di Godrano e di Brancaccio, dei poveri. Questa coerenza evangelica lo fece uomo di rottura in una ambiente segnato dalla dominazione mafiosa, perché inseriva fermenti che aprivano spazi nuovi alla coscienza religiosa e sociale. La sua azione profetica aveva il sapore del vangelo e fu ucciso dalla mafia che veniva delegittimata nella sua aureola di rispetto formale del sacro.

Sul piano ecclesiale inizialmente ci fu una certa difficoltà a dire apertamente che era stato ucciso della mafia, si sottolineava il suo impegno di prete e per questo era stato ucciso da non si sapeva bene chi. Nella lapide murata dentro la chiesa di Brancaccio la parola mafia non fu scritta. La sua morte rischiava di essere una morte fuori dalla storia, come una realtà ormai  sacrale senza tempo.

Perciò scrivo ora, e scrivo con un certa tristezza, perché avvicinandosi la venuta del papa non vorrei che passasse come icona ufficiale  a 25 anni dalla morte una immagine di Puglisi trasformato in un “santino” di devozione. Era quello che non volevamo quando è iniziata la causa del riconoscimento del martirio. Si temeva che questo prete del coraggio quotidiano venisse  separato dagli altri uomini uccisi dalla mafia i quali consapevolmente avevano sacrificato la loro vita per gli altri. Dichiarare ufficialmente martire Puglisi sembrava a molti di noi invece rottura definitiva di un silenzio o comunque di una indifferenza da parte di certo mondo cattolico ufficiale nei confronti della mafia, desiderio di affermare che la mafia è incompatibile con il vangelo, che la questione mafiosa non è solo problema che riguarda lo Stato e la società civile, ma realtà che interpella la comunità ecclesiale e la sua fedeltà all’annunzio evangelico e che richiede una umile confessione, un mea culpa delle inadempienze, a volte anche delle compromissioni, e un impegno a un annunzio del vangelo che non diventi insignificante.

Molti dissero che Puglisi non era un prete antimafia per contrapporlo ai preti che si impegnavano nella lotta alla mafia. Ma sarebbe non capire la vita donata  di Puglisi a favore dell’uomo. Affermare polemicamente che Puglisi non era un prete antimafia, quasi a volere salvaguardare  una immagine sacrale del prete, sarebbe aberrante se si vuole sottintendere  che il prete non si deve sentire impegnato contro il male di mafia. Per il prete Puglisi l’impegno di liberazione dalla mafia non era supplenza estranea al suo ministero di prete, sgorgava  come esigenza propria della sua testimonianza evangelica che è liberare l’uomo da ogni forma di male e di oppressione per aiutarlo a vivere nella libertà l’incontro con Cristo. E la mafia è un nodo scandaloso che blocca ogni crescita dell’uomo nuovo secondo il vangelo.

Riconoscere il prete Puglisi sulla scia del Concilio Vaticano II significa rendersi conto che a lui interessava non la salvezza astratta dell’anima, ma la salvezza dell’uomo nella sua integrità di essere corporeo e spirituale inserito in un contesto storico e in un territorio. E la salvezza che Cristo propone è processo di divinizzazione dell’uomo che ha inizio dentro la storia e  coinvolge tutto l’uomo fino al compimento finale dell’abbraccio di Dio. La storia umana e la salvezza non camminano su binari paralleli, ma dopo che Cristo si fatto carne della nostra carne, nella storia umana Dio continua a rivelarsi. Non esiste quindi una storia sacra accanto a una storia profana. La sacralità è la carne umana cioè la persona umana e la sua dignità divina. Peccato è intaccare la dignità della persona umana, non riconoscerla come carne della nostra carne negando solidarietà e cura. Queste convinzioni Puglisi le viveva profondamente e perciò ritengo sia importante trasmettere una immagine di Puglisi che possa essere compresa dai giovani di oggi.

Dopo questa premessa mi sembra opportuno fare un proposta che non vuole essere una critica, ma un suggerimento. L’immagine fotografica di Puglisi, che campeggiava al Foro italico e che è presente in tante parrocchie, fin dall’inizio fu messa accanto alla sua tomba in cattedrale.

Recentemente è stata sostituita da una nuova immagine pittorica che presenta Puglisi in abiti sacrali di culto, quasi avvolto da un manto sotto il quale scompaiono i lineamenti del suo corpo fino quasi ad annullare la sua corporeità. Una immagine, al di là del valore artistico, che, a mio parere, comunica un messaggio di un Puglisi diventato “santino”, toglie il valore di una santità del quotidiano, relegandola agli aspetti cultuali senza legami con la vita e la storia. Non so quanto un giovane possa identificare la propria vita con quella immagine di Puglisi paludato. Il messaggio di un prete che ha vissuto la sua santità nella quotidianità, che invitava i giovani a incontrare  Gesù Cristo nella gioia delle esperienze umane, che vestiva senza abito clericale per una scelta di vicinanza e di condivisione con i giovani e la gente comune,  potrebbe essere vanificato da una sacralità lontana e inaccessibile.

Mi auguro che per la venuta del papa ritorni a campeggiare accanto alla tomba e nel Foro italico il sorriso di Puglisi nella sua veste feriale, immagine che sicuramente sentiamo più vicina alla nostra quotidiana esistenza.

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