Relazione tenuta al Campo Vocazionale Giovani
per il movimento “Presenza del Vangelo”
dal titolo

«Dio mi affida una missione d’amore»

Motta D’Affermo, 1990;
trascrizione da nastro audiofonico , pp. 20, AGP, b. IV, fasc. 10, scatola cassette 1990.

I Parte

Prendo l’avvio dalla riflessione fatta nei due incontri di quest’anno cenacolare. La riflessione era questa: Dio mi ama, Dio è amore in sé stesso innanzi tutto, Dio è amore perché trinitario; il Padre ama il Figlio e lo Spirito, il Figlio ama il Padre e lo Spirito, lo Spirito ama il Padre e il Figlio in una comunione in cui ciascuna delle Persone totalmente, direi, si riversa nell’altra tanto da costituire una unità inscindibile. Dio è amore da sempre, costitutivamente è amore, dunque, in sé ed ha manifestato il suo amore nella creazione. L’amore, che in Dio è infinito, è traboccato al di fuori di Lui stesso, se così si potesse dire, perché, niente è «al di fuori» di Lui in un certo senso.

L’amore è creativo ed ha creato l’uomo, anzi ha fatto dell’uomo il destinatario di questo amore trinitario. Per l’uomo Dio ha creato l’universo. «Che cosa è l’uomo perché te ne curi? Eppure, lo hai fatto poco meno degli Angeli, tutto hai posto sotto i suoi piedi» (Salmo 8). Dio, infinito, immenso, Colui che ha dato origine a questo universo incommensurabile ama questo granello di polvere che è l’uomo ed ama ciascun uomo e, potremmo dire, lo chiama per nome, cioè lo conosce in profondità e lo ama, lo ama donandogli tutto ciò che è necessario perché possa raggiungere gioia, felicità, equilibrio, pace; lo ha dotato di quelle facoltà naturali che possono condurlo all’equilibrio, alla pace.

Ricordiamo il Siracide in cui viene detto proprio questo: «Gli hai dato intelligenza, cuore, facoltà fisiche perché possa raggiungere la sua pace, la sua gioia». Dio ama l’uomo e gli manifesta il suo amore proprio attraverso il creato che lo circonda e attraverso il creato che è la sua stessa natura umana. Ama l’uomo e gli manifesta il suo amore, ancora di più, preordinando un piano di liberazione perché l’uomo è limitato, è in un certo senso chiuso, limitato già per natura, ma poi ancora di più è limitato per via dei male che si impossessa di lui: il peccato. Il peccato è, soprattutto, l’egoismo, la superbia.

Dio, nel suo amore, lo vuole aprire all’amore e da sempre ha preordinato un piano di salvezza e di liberazione, un piano che via via si è andato rivelando attraverso il popolo ebraico, attraverso i profeti, per mezzo dei quali ha anche annunziato il suo amore. Ricordate Geremia, Isaia che paragona l’amore di Dio all’amore di una madre, anzi Dio ama più di quanto possa amare una madre. Ricordate il profeta Osea che paragona l’amore di Dio all’amore di uno sposo che ama tanto la sua sposa da amarla ancora quando la sposa lo tradisce e la va a cercare e la vuole ricondurre a sé. L’amore di Dio si manifesta in questo piano di salvezza e di liberazione che ha la sua realizzazione piena poi in Gesù Cristo. Cristo Gesù è la manifestazione più chiara, più evidente di questo amore di Dio. Gesù è l’amore di Dio fatto carne per l’uomo, potremmo dire, parafrasando le parole di S. Giovanni.

Cristo Gesù è capace di dare la sua vita per amore, quindi di dare «tutto», perché quando ha dato la sua vita non gli resta più niente. Donandosi per amore, Egli ci libera dal nostro egoismo. In Lui noi abbiamo l’esempio del «come donarsi». Ma non è soltanto una liberazione esemplare, nel senso che, guardando a Lui, noi diciamo: «così dobbiamo fare», ma è una liberazione che va in profondità. Infatti, Cristo, morendo sulla Croce ha scardinato i poteri di colui che cerca di chiuderci nel nostro egoismo, ha vinto colui che sollecita e fomenta la nostra superbia, ha vinto satana. Inoltre, donando il suo sangue per noi ci dona la forza interiore per vincere il male che è in noi ed attorno a noi. Donandosi a noi come cibo, quindi come forza, Egli ci dà la capacità di aprirci alle dimensioni del suo amore. Cristo ci libera radicalmente dal male e dall’egoismo.

Dio, dunque, è amore e ci chiama all’amore. Mi ama personalmente, m’ha manifestato il suo amore, mi chiama all’amore. Quale oggetto di amore, poteva dare più grande? Quale oggetto di amore poteva dare a noi che potesse appagare il nostro desiderio dell’infinito, se non se stesso? Egli ci ha chiamati alla comunione con sé. È in questa comunione con Lui che noi possiamo trovare la pienezza della nostra vita in Lui.

Tutto l’Antico Testamento è un continuo richiamo di Dio all’amore verso di Lui, verso un Amore che è disinteressato. Desiderando l’amore del suo popolo, Dio non vuole ottenere qualcosa per sé: «Che me ne faccio dei vostri sacrifici? Che me ne faccio dei vostri vitelli e dei vostri montoni? Tutta la terra è mia. Purificatevi, lavatevi dei vostri peccati». Ecco, il Signore, non desidera qualcosa per sé, desidera qualcosa per noi. L’amore che desidera verso di Lui è un amore che viene a purificare, cioè a liberarci.

Dio mi chiama all’amore, perché io diventi amore, perché io riesca ad inserire il mio piccolo cuore nel suo grande cuore e al mio piccolo cuore riesca a dare le dimensioni del suo cuore e così poi il mio cuore può spaziare e quindi gioire: «Vi ho detto queste cose, perché, la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena». Ricordate il Vangelo di S. Giovanni al cap. 16, durante l’ultima cena, quando Gesù parla di amore? Certamente, noi possiamo vivere di questo amore se rimaniamo in Lui. Egli, come si è detto precedentemente, ci chiama all’amore, all’amore che è comunione con Lui, che è abitare in Lui ed essere abitati da Lui: «Se mi amerete e le mie Parole rimangono in Voi, rimarrete in me ed io in voi» (cfr. Giov. 15,7). Ed ancora: «Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete in me, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore» (Giov. 15,10). «Rimanere in Lui» ed «essere abitati da Lui»: questo è dialogo di amicizia con Cristo «Non vi chiamo più servi, ma vi chiamo amici perché tutto quello che ho udito dal Padre, l’ho fatto conoscere a voi» (cfr. Giov. 15, 12-17).

I versetti dal 12 al 17 sono proprio quelli che riguardano, direi, questa proclamazione ufficiale dell’amicizia di Gesù nei confronti dei suoi discepoli. Egli ci manifesta tutto, è ora che anche noi gli manifestiamo tutto, ecco il dialogo: ascolto, risposta. Quindi rimanere in Lui significherà ascoltarlo, ascoltare la Sua Parola, nutrirsi della Sua Parola, nutrirsi del suo sangue, significherà accoglierlo dentro di noi. Tutte le volte che noi celebriamo l’Eucarestia, celebriamo la Pasqua, perché Cristo morto e risorto diventa una sola cosa con ciascuno di noi: «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue, rimane in me ed io in Lui». Ricordate Giovami al capitolo 6 e soprattutto i versetti dal 48 al 58: «Io sono il pane di vita». Il Signore mi chiama all’amore ed è proprio in questa comunione di amore con Lui che noi, in un certo senso, ci identifichiamo con Lui. S. Paolo, in Galati 2,20, ci dice: «Non sono più io che vivo, è Cristo che vive in me». In questo rapporto di amicizia possiamo fare tanto spazio a Lui in modo che, abitando in noi, Egli vive per mezzo nostro e noi viviamo in Lui. Ciò non significa che veniamo come depersonalizzati, ma anzi la nostra personalità viene come esaltata, cioè viene data una nuova potenzialità alle nostre facoltà naturali. La nuova potenzialità significa questo: nella Sua Parola noi troviamo la luce per capire chi siamo, da dove veniamo, che cosa dobbiamo fare, che cosa è bene che noi andiamo via via compiendo nella nostra vita. Ecco una potenzialità nuova alla nostra intelligenza, una luce nuova, una forza nuova alla nostra volontà per potere realizzare ciò che abbiamo capito che è bene fare.

Non sempre riusciamo a gestire la nostra volontà nel modo giusto, anche perché essa viene determinata, ma forse tante volte limitata ed anche condizionata da tanti elementi esterni a noi. Pensate ai cosiddetti “persuasori occulti” che via via ci determinano a fare delle cose che non abbiamo deciso noi, ma altri. Dobbiamo fare i conti anche con i condizionamenti interni… la nostra storia personale che ha determinato in noi delle tendenze e delle tensioni, delle attrattive e delle propulsioni. Veniamo condizionati da tante cose. Questa forza di Cristo, questo abitare di noi in Lui e di Lui in noi, gradualmente ci libera da tutti questi condizionamenti, dà maggior potere alla nostra volontà, alla nostra capacità di autodeterminarci, di scegliere.

Ecco, quindi, questa presenza di Cristo in noi, questo vivere in Lui e di Lui, avviene nel dialogo con Lui, dialogo che è preghiera, contemplazione. La preghiera ci fa vedere il Cristo presente in ogni momento della nostra vita, perché tutta la vita diventa, poi, preghiera, dialogo costante con Lui che è presente dentro di noi e attorno a noi. Vengono colti, poi, degli altri stimoli, delle altre sollecitazioni per un colloquio più forte, più approfondito; ma è sempre colloquio anche quello a bocca chiusa, come quando si è accanto ad un amico e, anche se non si parla, si ha la consapevolezza che si sta comunicando.

Questa lunga presentazione voleva essere un riassunto di quello che abbiamo fatto nei due incontri precedenti anche per chi, forse, non ha partecipato ad uno dei due incontri o a nessuno, altrimenti quello che diremo non sarebbe comprensibile.

Qui a Motta ci fermeremo sul tema “Dio mi affida una missione d’Amore”, perché trasformandomi, trasfigurandomi in Lui io divento amore e questo amore logicamente dovrò manifestarlo. «Dovrò» indica una necessità della mia natura, della mia nuova natura. Come potrò essere amore, se non amo? Tutta la mia vita, quindi, diventa o dovrebbe diventare una manifestazione della mia natura nuova che deve essere «amore». Gesù, quando sale al cielo, dice ai discepoli e agli apostoli: «mi sarete testimoni fino agli estremi confini della terra (At. 1,8). “Testimoni” significa “segno della sua presenza”. Ciascuno di noi diventa icona, una immagine di Dio, di questo Dio Amore, di Colui che aveva posto quella immagine. Ritornano le parole «creato a sua immagine e somiglianza». Nell’Antico Oriente, in molti posti, il padrone di un determinato territorio, ai confini del suo territorio, poneva una immagine sua; e quell’immagine voleva dire: fin qui arriva il mio potere, la mia signoria.

L’uomo, creato a immagine di Dio, segno della presenza del Signore, dunque, non è un’immagine muta, impotente, ma ha la sua intelligenza, la sua capacità di volere e, quindi, a immagine di Dio diventa creativo, fattivo nell’amore. “Testimoni”, dunque, significherà essere segno dell’amore di Cristo, amore che ha avuto come destinataria la Chiesa, sua Sposa, anzi l’umanità tutta, perché per tutta l’umanità Lui è morto. Cristo vuole chiamare tutta l’umanità, vuole che diventi Chiesa, ama tutta l’umanità. Ogni uomo, quindi, può avere questo rapporto di amore con Dio. Con coloro che gli rispondono diventa dialogo. Lui chiama e l’altro risponde; e la risposta lo fa entrare nelle «comunità» di coloro che gli rispondono, nella comunità di coloro che lo seguono, nella «Chiesa». Tutti siamo questa vite, questo grappolo di uva in cui ciascuno ha il suo nome, però, tutti quanti costituiamo un’unica vite, siamo cellule che hanno la propria identità, ma che fanno parte dell’unico corpo. Cristo ama la Chiesa, ha amato la Chiesa ed ha dato sé stesso per lei, per renderla santa ed immacolata. Ricordate questa frase nella lettera di S. Paolo agli Efesini. La troviamo in un discorso sul matrimonio. Infatti, S. Paolo dice: «mariti, amate le vostre mogli come Cristo ha amato la Chiesa ed ha dato sé stessa per lei» (Ef 5,25).

Qui facciamo una piccola osservazione: nell’Antico Testamento veniva detto «Dio ama Israele come lo sposo fedele ama la sua sposa, anche se infedele». Il termine di paragone è, cioè, il matrimonio, meglio quel rapporto tra lo sposo e la sposa, perché l’amore di Dio era invisibile, mentre l’amore tra gli sposi era visibile. In Paolo avviene il contrario «mariti, amate le vostre mogli…». È evidente che qui il termine di paragone è l’amore che Cristo ha per la Chiesa, perché quest’amore l’abbiamo visto e lo vediamo, l’abbiamo constatato, è un amore fino all’estremo limite: «Avendo amato i suoi, li amò fino alla fine, fino all’estremo limite» (Giov.13,1).

Essere testimoni dell’amore significa esplicitare, attraverso la propria vita, questo amore che Cristo ha per la Chiesa, questo rapporto di reciprocità che c’è tra Cristo e la Chiesa. La Chiesa cioè diventa, anche per coloro che ne fanno parte, mediazione di questo amore di Cristo, cioè ciascuno di noi riceve l’amore di Cristo per mezzo della Chiesa, all’interno della Chiesa e celebra i sacramenti in quanto Chiesa. Non potrei celebrare un sacramento se non fossi Chiesa. Se io mi ponessi al di fuori della Chiesa non celebrerei i sacramenti, farei dei semplici riti che non hanno senso. Certamente Dio non può limitare il suo amore, però la via più efficace, la via più ordinaria è quella della comunità, la Chiesa, attraverso la quale Egli fa giungere a noi il suo amore che si manifesta per mezzo dei sacramenti. Noi riceviamo questa presenza di Dio in noi attraverso i sacramenti che ci comunicano la sua stessa natura. Ovviamente Dio non può limitare a questo la sua comunicazione di sé stesso, perché Dio ama ogni uomo e troverà il mezzo per arrivare a ciascuno, però è più difficile per l’uomo capirlo. Ci sono alcuni che arrivano a questa conoscenza di Dio anche attraverso un cammino di autoformazione, un cammino mistico, cioè di preghiera che va in profondità. Pensate, ad esempio, ad alcune persone, che vivono nel buddismo, che arrivano anche a delle forme di mistica che sono un attingere a Dio. E quando si arriva a questo, Dio è di tutti, di sempre, Dio loro e Dio nostro.

Nella Chiesa, però, abbiamo più possibilità, anche se coloro che ne fanno parte non sono tutti santi. La Chiesa non esaurisce il Regno di Dio, cioè la presenza di Dio nel mondo, ma è la forma evidente di questo Regno di Dio che va espandendosi, che va realizzandosi. Noi, quindi, abbiamo una comunicazione di Dio mediata dalla Chiesa. Il matrimonio è proprio questa testimonianza dell’amore di Dio che viene mediato da un altro.

Pensate, per esempio, alla celebrazione del sacramento del matrimonio. Noi sappiamo che nel matrimonio i ministri sono gli sposi. Quando avevo parlato del sacramento del matrimonio in una classe di scuola superiore, alla fine una ragazza mi disse: «quando mi sposo mi deve sposare lei, professore ed io ho subito risposto: «No, non è possibile perché noi preti non possiamo sposarci e, come andiamo dicendo da circa un mese, i ministri del matrimonio sono gli sposi!». I compagni hanno riso. Essere ministro significa essere canale di questa presenza di Dio, di questa presenza di amore. Dio passa dall’uno all’altra quando si stringono le mani.

In tutti i sacramenti c’è il gesto della imposizione delle mani, che viene detto epiclesi (dal greco), invocazione (dal latino) e significa «chiamare su». È una invocazione dello Spirito Santo ed è lo Spirito Santo che rende presente il Signore nel pane e nel vino, nel battezzato, nel cresimato, ecc… Nel matrimonio non c’è l’imposizione delle mani, io penso che questa viene sostituita dalla stretta di mano: «Datevi la mano ed esprimete il vostro consenso», «io… prendo te…». È proprio in quel momento che ciascuno diventa mediatore per l’altro della presenza di. Dio. E, come nel momento sacramentale così nella vita coniugale, in certo senso, ciascuno dei due si presenta a Dio per mezzo dell’altro, diventa una presentazione inscindibile. Dio non conosce, ad esempio, Mario se non per mezzo di Pina e viceversa non conosce Pina se non per mezzo di Mario, se sono sposi. Questa inscindibilità di comunicazione, però, non significa che ciascuno dei due non possa dialogare con il proprio Signore personalmente, mentre sacramentalmente e costitutivamente gli sposi significano questa comunicazione che c’è tra Dio e ciascuno per mezzo della Chiesa, e di ciascuno con Dio per mezzo della Chiesa. Logicamente i due, poi, costituiscono la famiglia che è un nucleo della Chiesa, anzi la Chiesa domestica, la Chiesa a dimensione di una casa. Quindi, come la Chiesa ha nelle sue dimensioni varie caratteristiche, così la famiglia.

Le varie caratteristiche della Chiesa sono queste: la Chiesa è una, cioè vive in comunione e, quindi, la famiglia vive il dono della comunione che è la comunione trinitaria che viene data alla Chiesa e che viene data alla Chiesa domestica, là dove ciascuno vive per gli altri e gli altri vivono per ciascuno. Nessuno vive una vita sua per sé, ma la vive per gli altri, chiaramente. La comunione significa proprio questo… dove ciascuno non confonde, però, i ruoli degli altri. Il ruolo di ognuno, anzi, è proprio questo: l’unità della comunione. La complementarità dei ruoli non significa confusione e la parità significa uguaglianza di dignità, qualunque sia il ruolo che ciascuno abbia. Il ruolo in sé può essere più o meno importante per la vitalità di una comunità, ma la persona ha la stessa importanza dell’altra, la stessa dignità che ha l’altra davanti a Dio. Dio non fa distinzione di persone anche se, logicamente, davanti a Lui si fa distinzione di ruoli e ciascuno dovrà rispondere del suo ruolo, cioè della missione particolare che Lui gli ha affidato. Questo vale sia all’interno della piccola comunità, cioè della chiesa domestica, sia all’interno della Chiesa tutta.

La Chiesa ha come dono quello della santità, cioè quello di assumere da Dio tutto ciò che la rende partecipe della sua stessa natura. Santità significa partecipare della natura di Dio, essere santi come Dio che è Santo. La Chiesa ha il dono del sacerdozio e diventa canale della presenza di Dio. La comunità-famiglia fa ed esercita il sacerdozio. La preghiera comunitaria dovrebbe essere il centro di coesione della famiglia stessa.

La Chiesa è profetica, una comunità, un popolo profetico. La famiglia è profetica all’interno e all’esterno; al suo interno ciascuno annunzia la Parola di Dio vivendo la comunione, all’esterno annunzia quella famiglia che non si chiude in sé stessa, quasi per non lasciarsi contaminare dal mondo, ma si apre alle dimensioni del mondo. Tale famiglia ha le porte aperte, porte che si aprono verso l’interno. Sono brutte quelle porte che si aprono verso l’esterno; pare che ti sbattono in faccia la porta. Invece la famiglia deve accogliere gli altri, ma si apre anche per andare. La famiglia è un po’ tutto questo; e, appunto per questo, è una vocazione, non è un fatto naturale. Capita che due si incontrano, hanno simpatia l’uno verso l’altro e si sposano. La simpatia, l’incontro possono essere dei segni, ma tutti i segni sono ambigui, bisogna fare discernimento dei segni. Non è detto che due che hanno simpatia siano fatti per il matrimonio, io credo che è proprio della persona normale che abbia simpatia per qualche persona dell’altro sesso. Una persona che non abbia simpatia per persone dell’altro sesso potrebbe non essere normale. Quindi, la simpatia non è proprio un segno certo, bisogna vedere qual è il proprio modo di vivere l’amore e, quindi, le due persone dovranno fare eventualmente un cammino di discernimento per capire se è quello il modo con cui dovranno manifestare al mondo l’amore di Dio.

L’altra forma, attraverso la quale ciascuno di noi può diventare segno dell’amore di Dio, è la «verginità sponsale». Io la chiamo cosi. Molti la chiamano «celibato per il Regno dei cieli». Il termine «verginità sponsale» mi piace di più perché sembra contraddittorio. Vuol dire questo: non è una verginità sterile, che si chiude, che mette barriere, ma è una verginità che si apre ad una fecondità che logicamente non è materiale. Non voglio dire, però, che la fecondità degli sposi sia semplicemente materiale, altrimenti sarebbe troppo poco, sarebbe la fecondità che hanno le mucche, i cani ecc… I due genitori generano non solo un corpo, ma una persona e generano una persona che attraversa tutta una vita; chiaramente è, perciò, una generazione che riguarda le diverse componenti della persona umana. Nella paternità o maternità della verginità sponsale viene semplicemente a parlarsi della generazione spirituale, di quella che l’uomo compie in quanto spiritualità. La verginità sponsale dice un rapporto immediato con il Cristo. Coloro che hanno scelto o che scelgono la verginità sponsale hanno come partner Cristo stesso in un rapporto più profondo dell’amicizia, che diventa un rapporto sponsale con Lui. Tutta la tradizione cristiana ha parlato di questo. Pensate alla raffigurazione pittorica dello sposalizio di S. Caterina! Chi sceglie la verginità sponsale, o meglio accetta di essere scelto per la verginità sponsale, ha questo rapporto immediato della persona con Cristo Persona. Chiaramente non è un rapporto che si chiude tra Cristo e la persona singola, tra la persona singola e Cristo, ma è con il Cristo totale. Quindi, chi sposa Cristo, sposa la Chiesa, corpo di Cristo, sposa l’umanità tutta e la ama. La verginità sponsale, dunque, dice immediatezza di amore verso tutte le persone, verso tutta la Chiesa, verso tutta l’umanità.

Le forme, attraverso le quali si realizza la verginità sponsale, sono varie. Mentre la forma dell’amore coniugale è una, anche se ci può essere un modo più o meno diverso di concepire la famiglia secondo le diverse spiritualità, la forma è una. Ora vi presento le diverse forme in cui viene vissuta la verginità sponsale, come se ci fosse una gradualità. Però non intendo dire che c’è chi sta al primo piano, chi al secondo, chi al terzo, chi al quarto o al quinto piano, cioè che c’è chi sta in basso e chi sta in alto. Secondo me, questa gradualità ci fa capire meglio le varie forme.

Una forma sarebbe quella del battezzato che si sente così preso e pieno della presenza del Signore che gli basta questa presenza. Si sente come posseduto e consacrato dal Cristo e, quindi, attinge alla consacrazione battesimale la sua verginità sponsale e si sente scelto o scelta proprio per questo rapporto di immediatezza. Chiaramente con quella prerogativa di cui parlavo prima: immediatezza e servizio (di quest’ultimo parleremo dopo).

L’altra forma è quella di chi comincia a fare una consacrazione ulteriore, cioè si impegna con dei voti che potrebbero essere personali, singoli. Questa seconda forma ha una prerogativa un po’ diversa. Già si vuole rendere più stabile la consacrazione battesimale. Il voto vuol dire: «io accolgo questa consacrazione e mi impegno, cioè giuro che la voglio vivere». Il voto può essere fatto privatamente, personalmente (lo so solo io). I voti, però, possono essere emessi anche in un Istituto Secolare. Che cosa è l’Istituto Secolare? È, potremmo dire, un’aggregazione di persone che si trovano insieme perché sentono di avere una stessa vocazione, quella della verginità sponsale, con una uguale spiritualità e s’impegnano a viverla, però, non in una forma ufficiale conosciuta da tutti, ma come il lievito nella pasta. Ricordate una delle tre parabole che vennero raccontate nel Vangelo di Domenica? Il lievito cosa fa? È piccolo, nascosto, però fa lievitare la massa della pasta. Le persone consacrate in un Istituto Secolare sono persone che si inseriscono nel mondo, nella società, nell’ambiente in cui vivono per dare sapore nuovo a quell’ambiente, a quella società, il sapore della immediatezza della presenza del Cristo, il sapore della testimonianza di una vita totalmente donata a Cristo e in Cristo alla comunità e all’umanità.

Un’altra forma è quella della vita religiosa che ha, secondo me, lo specifico: aggiunge ai voti, che fanno coloro che sono membri di un Istituto Secolare, la vita comunitaria. I religiosi vivono o si impegnano a vivere la comunione, mettono in comune i loro beni in una forma già ufficiale e codificata, vivono nella stessa casa; quindi, potremmo dire vivono la povertà in funzione della comunione. Povertà non significa non possedere nulla, ma significa non avere disponibilità di alcuna cosa in proprio e quindi i religiosi non hanno niente di cui possono disporre.

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