LA CHIESA DI FRONTE ALLA MAFIA
Chiesa, società e poteri in Sicilia
La comunità ecclesiale e la mafia: dalla sottovalutazione alla condanna

7) Significato di un martirio

mafia e Vangelo

Sin dal suo arrivo (’96), il nuovo arcivescovo di Palermo, Salvatore De Giorgi, ha saputo ribadire e sviluppare le conseguenze teologiche dell’affermazione netta e incontrovertibile sull’”incompatibilità tra mafia e Vangelo”. E ha fatto della causa per il riconoscimento del martirio di don Puglisi uno dei temi principali del decennio di permanenza al vertice della Curia del capoluogo. In questo rispondendo, implicitamente, a quanti hanno nutrito dubbi sul valore di un processo canonico avviato in tempi strettissimi. Incomprensioni e polemiche di questo genere sono state acuite da una fase di riflusso e di voglia di normalità tra la gente, come denunciato dagli stessi magistrati siciliani, dopo la stagione della rivolta e dell’indignazione per le stragi del ’92-’93.

Alcuni osservatori laici hanno voluto cogliere nel percorso verso la beatificazione un tentativo di imbalsamare padre Puglisi, quasi un modo per dire subdolamente che la lotta contro la mafia è ormai roba solo per i santi, mentre i comuni mortali è meglio che – dopo l’epoca delle fiaccolate e dei lenzuoli bianchi – tornino alle faccende quotidiane. Il rischio è reale ma gli stessi promotori della causa ne sono consapevoli: la beatificazione di don Puglisi sarà un avvenimento storico, la sua eredità – però – va colta nel quotidiano, assorbendo e facendo penetrare in tutta la comunità ecclesiastica la sua lezione e i suoi comportamenti, il suo spirito di fedeltà al Vangelo. Il postulatore della causa di beatificazione, monsignor Domenico Mogavero, così si è espresso, nel novembre 2005, al convegno palermitano di preparazione all’appuntamento delle Chiese d’Italia a Verona: “Per favore, non facciamone un santo da immaginetta o da collocare dentro a una nicchia. Don Pino Puglisi ci rimprovererebbe…Non era un eroe, era un prete di tutti i giorni, poco amante dei riflettori, che ha fatto dell’obbedienza e del sacrificio la sua vita. Don Puglisi oggi ci interroga, ci chiede se abbiamo assimilato la sua vita e il suo martirio. Se abbiamo capito il suo messaggio di speranza” (32).

Pesa su questo “sospetto di imbalsamazione” non solo lo scoramento per il calo di tensione civile nell’Isola (lo stesso Papa, come detto, aveva parlato dell'”apatia” male atavico dei siciliani), ma anche la considerazione del Santo come una figura sbiadita, lontana, i cui comportamenti sono difficilmente traducibili nella realtà. La Santa per eccellenza è infatti per il palermitano medio Rosalia, l’eremita Patrona della città, il simbolo della salvezza – da un’epidemia di peste di secoli fa – piovuta dall’alto, dal cielo, dal Santuario sul Monte Pellegrino che domina la metropoli. Una salvezza comoda, miracolistica, che non impegna piu’ di tanto i fedeli nell’azione concreta, quasi a riprendere la riflessione sciasciana dell’inizio di questa ricerca.

A ben guardare la storia della Chiesa siciliana, c’è invece un altro filone – tra Ottocento e Novecento – di santi, di beati o di figure in ogni caso di grande rilievo al quale si ricollega padre Puglisi. Sono uomini che in vario modo hanno fondato la loro vita sull’assistenza ai poveri, i bambini, gli anziani, gli affetti da handicap, in anticipo sui loro tempi e senza mai dimenticare il messaggio di liberazione sociale che è insito nel Vangelo: Giacomo Cusmano, Nunzio Russo, Giovanni Messina, Angelico Lipani, Annibale Di Francia, il cardinale Giuseppe Dusmet, per molti versi lo stesso don Luigi Sturzo e altri ancora. Santi con le maniche rimboccate, non santini o eremiti.

Un approfondimento da parte di alcuni teologi va infatti in questa direzione: la causa ecclesiastica è il piu’ alto riconoscimento che la Chiesa può tributare a don Puglisi. E questo cammino, inoltre, fa da battistrada per altri possibili procedimenti, in primo luogo quelli per i magistrati uccisi, “i martiri della giustizia e indirettamente della fede” che erano stati ricordati dal Papa ad Agrigento.

Di martirio per padre Pino si cominciò a parlare subito dopo il delitto, anche se la Chiesa prescrive un periodo di cinque anni prima dell’inizio delle procedure. Il cardinale Pappalardo dal ’94 in poi fece aprire l’anno pastorale della diocesi il 15 settembre, in modo che il giorno della morte di don Puglisi non fosse un simbolo di sconfitta ma il momento della rinascita per tutta la comunità. E nel ‘95, al termine delle commemorazioni, in Cattedrale invitò a iniziare informalmente la raccolta di tutte le testimonianze sul sacerdote.

Nel novembre di quell’anno, l’arcivescovo decise infine di non far costituire la diocesi come parte civile al processo penale per il delitto, con una scelta che provocò molte polemiche. In un comunicato della Curia così si spiegava la decisione: “La Chiesa, che ha dato e dà tuttora il suo valido contributo perché il corpo sociale venga liberato dalle prepotenze e dai delitti della mafia, non ritiene essere suo compito intervenire attivamente nelle procedure di un giudizio penale”. Tra le innumerevoli prese di posizione sul tema (dure critiche al cardinale arrivarono dal pm Lorenzo Matassa), ricordiamo quella di don Carmelo Torcivia, un sacerdote molto vicino a Puglisi: la scelta non era certo stata dettata da “connivenza, paura o abbandono dell’impegno verso la giustizia”. Si trattava invece “di una piccola testimonianza di un Dio che non riesce a pensarsi come parte offesa dell’uomo. Il peccatore avrà la possibilità di cambiare vita solo se coglierà di non avere Dio come avversario, come nemico, ma piuttosto come Padre benevolo. E il perdono di Dio viene dato ad ogni uomo, anche prima dell’inizio storico della sua conversione, per stordirlo e stupirlo con la gratuità dell’Amore”. Va pure considerato, però, che la costituzione di parte civile nei processi di mafia ha assunto a Palermo un significato che va ben al di là della richiesta di un indennizzo in denaro. E’ una scelta simbolica, agli occhi della società, di sostegno alla vittima e alla sua memoria. Per don Stabile, infatti, “schierarsi anche sul piano giudiziario doveva servire a evidenziare il legame tra fede religiosa e coscienza civile di liberazione, un dovere morale, a sottolineare la gravità del peccato, del delitto e della posta in gioco. I cristiani sanno che devono perdonare anche i nemici, che devono pregare per la conversione, ma questo non esime dal perseguire verità e giustizia secondo le leggi dello Stato”. A nostro parere, una tale scelta andava fatta.

Dal ’96 al ’97 si susseguirono alcune raccolte di firme per chiedere l’apertura delle fasi preliminari del processo. De Giorgi, subentrato nel maggio ’96 alla guida della diocesi, mostrò di ben conoscere la storia e l’itinerario di don Puglisi, che aveva anche personalmente incontrato durante un convegno a Brescia. Già nel messaggio di saluto alla città, subito dopo la nomina, l’arcivescovo citò il parroco di Brancaccio additandolo a “esempio per tutta la nostra comunità” nel cammino di liberazione dalla mafia, “la piaga sociale piu’ vergognosa”. Nel settembre ’97 accomunò don Puglisi a madre Teresa di Calcutta, scomparsa pochi giorni prima, definendoli entrambi “testimoni credibili e coraggiosi della Speranza che non delude”. E aggiunse che le ultime parole di padre Pino – “me l’aspettavo” – pronunciate con un sorriso davanti ai killer, “rivelano la consapevolezza di questo sacerdote di andare incontro al proprio martirio perché fedele al suo ministero di evangelizzatore”.

L’anno dopo (’98) si compirono i cinque anni. Il cardinale De Giorgi diede l’atteso annuncio dell’inizio delle procedure nel corso dell’omelia per il 25° anniversario della sua ordinazione episcopale (29 dicembre). A novembre un importante convegno della Facoltà Teologica, presieduta allora da Cataldo Naro, aveva costituito la piattaforma sulla quale costruire la plausibilità della causa (33).

All’interno della Chiesa, infatti, di martirio si parla se si verificano questi elementi essenziali: “Fede e amore di Dio della vittima; morte violenta subita; testimonianza della fede da parte della vittima e odio alla fede (odium fidei) da parte del persecutore; pubblica manifestazione della testimonianza; morte per fedeltà al dogma o alla Chiesa o a un precetto morale sancito dall’autorità divina”.

È il modello incarnato dai martiri dell’antica Roma che non volevano abiurare Cristo o dai missionari del Terzo Mondo trucidati durante il loro servizio. In parole povere per padre Puglisi si poneva un paradosso da superare: i suoi assassini erano cristiani battezzati nella sua stessa parrocchia, non gli appartenenti ad altre religioni spinti alla persecuzione dall’odium fidei.

Le fondamenta della riflessione furono ancora una volta le scelte del Papa, a partire dalla beatificazione di padre Massimiliano Kolbe (1982) come martire della Carità (e non per odio alla fede), avendo il francescano scambiato la sua vita con quella di un altro prigioniero del lager di Auschwitz (34). E lo stesso Giovanni Paolo II onorò col titolo di martire un numero mai visto – che non ha precedenti in altri pontificati – di vittime delle violenze naziste (in Polonia e altrove), dei gulag comunisti, della guerra civile spagnola, della rivoluzione francese, in Cina, in Guatemala, in tutta l’America Latina. Per due volte (marzo 1983 e febbraio 1986) si inginocchiò sulla tomba dell’arcivescovo di San Salvador Oscar Romero, massacrato sull’altare. La relativa causa, anche se lentamente, procede in Vaticano.

Su questa linea, dal Concilio alle riflessioni di grandi teologi del Novecento, il significato di martirio è stato allargato ben oltre la concezione tradizionale. Karl Rahner, autore tra i piu’ frequentati da padre Puglisi, ha scritto: “Una legittima teologia politica e una teologia della liberazione dovrebbero far proprio questo concetto piu’ ampio di martirio, che assume un significato pratico ed estremamente concreto per un cristianesimo e una Chiesa consapevoli della loro responsabilità per l’affermazione della giustizia e della pace nel mondo” (35).

Quanto alla formale appartenenza degli assassini alla cristianità essa apparve del tutto superata da ciò che lo stesso Papa aveva detto in Sicilia a proposito dei mafiosi che sono “operatori del Maligno”. E il cardinale Pappalardo, ai funerali di Giovanni Falcone, si era rivolto così agli autori della strage: “Possiamo annoverarli tra i veri cristiani, anche se hanno ricevuto il battesimo? Fanno onore al nome che portano? O non lo disonorano piuttosto? Meritano di far parte della comunità dei figli di Dio? O non sono da ritenere piuttosto come facenti parte, a motivo delle loro azioni, della chiesa di Satana? Ricordino che se la loro vita è un’aperta sfida non soltanto alla legge degli uomini ma anche ai comandamenti di Dio, dovranno rendere conto a Lui delle loro scelleratezze”.

Anche padre Bartolomeo Sorge, accostando le vicende di padre Kolbe, di monsignor Romero e don Pino Puglisi ha scritto: «I nuovi martiri dei nostri giorni non vengono uccisi perché credono, ma perché amano; non in odium fidei, ma in odium amoris». Kolbe, Romero, Puglisi sono stati uccisi perché amavano le vittime del lager, i campesinos, i giovani di Brancaccio. E il gesuita citava sull’argomento un significativo passo del Pontefice: «La loro è stata autentica carità cristiana, cioè un amore che nasce dalla fede e si alimenta di fede. È quella “carità, che secondo le esigenze del radicalismo evangelico, può portare il credente alla testimonianza suprema del martirio (Veritatis Splendor, n.39)”. Questo dunque – conclude padre Sorge – è il messaggio che i nuovi martiri trasmettono: il male si vince con il bene, l’odio si vince con l’amore» (36).

Non a caso dalla Sicilia sono stati segnalati, accanto a don Puglisi, proprio Borsellino e Livatino per l’elenco compilato in Vaticano in occasione della cerimonia giubilare ed ecumenica del 7 maggio 2000 al Colosseo. Dove, per volontà del Papa, è stata onorata la memoria di tutti i “testimoni della fede del Novecento“: oltre diecimila nomi di cristiani uccisi lungo un secolo di genocidi. Non per tutti questi uomini la Chiesa cattolica parla di esplicita beatificazione, ma il loro sangue, la loro debolezza di vittime è già il simbolo della forza del Cristianesimo che si affaccia nel Duemila. Durante la cerimonia il Pontefice disse: “In tutto il Novecento, forse ancora piu’ che nel primo periodo del Cristianesimo, c’è chi ha preferito farsi uccidere, piuttosto che venir meno alla propria missione…Tanti hanno rifiutato di piegarsi al culto degli idoli del XX secolo e sono stati sacrificati dal comunismo, dal nazismo, dall’idolatria dello Stato o della razza. Sono tanti, la loro memoria non deve andare perduta” (37).

In definitiva, cosa è il martirio per i credenti? È una imbalsamazione? Perché, da solo, basta per la beatificazione, senza necessità di accertare un miracolo, una guarigione? Il martirio è un messaggio diretto di Dio alla città degli uomini, un dono purificatore, una manifestazione dello Spirito. Un “kèrygma”, un annuncio di fede rigeneratore, che addita a tutti la vita di una persona, il suo insegnamento e i fatti precedenti alla “martyrìa”, proponendoli come modello evangelico. Nel caso di Puglisi, come un modello di comportamento sulla via della liberazione dalla mafia, anche per cancellare e riscattare le sottovalutazioni del passato ed evitare che si ripetano nel futuro.

Se la Chiesa riconoscerà il martirio di padre Pino, in sostanza attesterà che Dio è “entrato nella Storia”, qui e ora, nella Palermo d’oggi, e ha posto la Sua mano sul suo capo. Vorrà dire che Dio ci ha parlato con questa morte. Permettendo l’omicidio, il peccato compiuto dagli uomini, per trarne – lungo vie misteriose – uno strumento di salvezza e di conversione per la Chiesa stessa e per tutta la società. Forse anche per purificare i suoi silenzi, le sue colpe.

Solo i prossimi anni, infine, diranno se e quando ci sarà un San Giuseppe Puglisi. I laici e alcuni credenti possono sorridere, o essere dubbiosi, davanti a tutto ciò, ma è difficile negare che sia in corso nella Chiesa una svolta di portata storica. A partire dal sangue del piccolo prete di Brancaccio.

Note

32) Il resoconto su Avvenire 27 novembre 2005.

33) Gli atti costituiscono il volume Don Pino Puglisi prete e martire, cit. Sui rischi connessi alla beatificazione di don Puglisi si sono espressi molti commentatori. Di recente (rivista Centonove, settembre 2003) un osservatore laico come Augusto Cavadi ha osservato però che “una solenne celebrazione a Roma che evidenziasse il coraggio del piccolo prete palermitano avrebbe effetti più positivi che negativi. Servirebbe per far capire senza equivoci, a chi non ha tempo da investire in sottili distinzioni teologiche, che non si può essere contemporaneamente cristiani e amici di mafiosi né amici degli amici dei mafiosi”.

34) L. Accattoli, Nuovi martiri, Milano 2000, 244-245.

35) K. Rahner, Dimensioni del martirio, Per una dilatazione del concetto classico, in Concilium n.3, 1983, 29-39. Cfr. anche il saggio di G. Bellia in Don Pino Puglisi, prete e martire, cit. 11-24

36) Aggiornamenti sociali, n.11, novembre 1999.

37) Cfr. A. Riccardi, Il secolo del martirio. I cristiani del Novecento, Milano 2000. Su monsignor Romero cfr. la recente biografia R. Morozzo della Rocca, Primero Dios, Milano 2005.

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