UN POETA SUL LUOGO DEL DELITTO
ECCO I VERSI DI MARIO LUZI
PER PADRE PUGLISI

Un articolo sul testo teatrale del poeta Mario Luzi “Il fiore del dolore”, col quale ho avuto l’onore di collaborare.
di Francesco Deliziosi

Nei momenti storici più bui, della guerra, delle persecuzioni, delle sofferenze, il Signore vuole comunque darci dei segni di salvezza. E sceglie uomini straordinari perché la loro vita, il loro sacrificio possa illuminare l’esistenza di tutta la comunità. In questa prospettiva cristiana anche la parabola terrena di don Giuseppe Puglisi appare non solo un delitto orrendo di mafia ma un mistero provvidenziale, un simbolo di riscatto per tutta Palermo.

E’ tutto imperniato su questo nocciolo ispiratore ”Il fiore del dolore”, il testo del grande poeta Mario Luzi messo in scena da Pietro Carriglio al Teatro Biondo nel 2003 e poi ripreso al Bellini nel febbraio 2013 poco prima della beatificazione. Testo, va detto, forse più adatto alla lettura che alla rappresentazione drammaturgica: la mancanza di una struttura narrativa, la scelta di non rappresentare sulla scena don Puglisi, la densità lirica di molti dialoghi possono mettere alla prova l’attenzione degli spettatori.

Eppure, rileggendo a sipario chiuso e a distanza di anni i versi sciolti composti da Luzi – fiorentino, classe 1914, cattolico, per almeno vent’anni in odor di Nobel, scomparso nel 2005 – appare con straordinaria incisività un’opera che è il più alto riconoscimento finora creato sia alla figura di don Puglisi, sia al lavoro per l’accertamento del martirio svolto dalla diocesi di Palermo.

LA PRODIGIOSA SIMMETRIA: KOLBE, DON MILANI, PUGLISI

Il nocciolo meditativo, come dicevamo, è affidato ai personaggi ecclesiali sulla scena, Sua Eminenza e il Vicario.

“Guardiamo nel panorama umano che prodigiosa simmetria:/
dove è più nero l’abominio sorgere l’astro più radioso/
il genio e la energia della testimonianza/
prorompere dal più reietto stato dell’umanità perseguitata:/
tutto questo abbiamo visto nell’epoca dei mostri:/
i Kolbe, i don Milani, ed ecco il nostro padre Giuseppe/
morto ammazzato nella sua irresistibile passione”.

A questi versi pronunciati da Sua Eminenza (sulla scena Giulio Brogi), Luzi affida un brandello di speranza e, forse, la risposta suprema all’enigma del delitto Puglisi.

Nell’epoca dei mostri – siano essi i nazisti dei lager o i mafiosi delle stragi più orrende – Dio comunque non ci abbandona. E lo fa attraverso “il genio e la energia della testimonianza” di uomini che sacrificano la propria vita come Cristo sul Calvario (ecco la “prodigiosa simmetria”).

LUZI E PADRE PUGLISI, VERSI E REALTA’

Il testo è frutto di un lavorìo durato anni. Una prima versione, sin troppo scabra e frammentaria, venne pubblicata sulla rivista Idòla nell’estate 2001. Quella andata poi in scena mantiene la fotografia di una realtà cittadina sbigottita dopo il delitto, senza fornire risposte univoche, lasciando che lo spettatore si formi una propria opinione. Ma qui e là sono sparsi parecchi indizi di un’unica possibile via di fuga interpretativa.

“Gli uomini d’onore non sono neanche uomini,/
sono meno che uomini, si degradano da soli/
al rango di animali/
…(Signore), aiutali/
a liberarsi dall’indegnità”. 

Questo è un brano dal prologo del “Fiore del dolore”, l’incipit creato da Luzi per la sua opera. E’ un inizio commosso che nasconde un omaggio del grande poeta: i versi rievocano infatti una delle ultime omelie pronunciate dal sacerdote. Era una domenica assolata del luglio ’93, io e mia moglie eravamo tra la folla dei fedeli assiepati tra i banchi nella chiesa di San Gaetano. Poche settimane prima, in una sola notte, erano state bruciate le porte di casa di tre dei volontari dell’Associazione intercondominiale di Brancaccio.

Il sacerdote, ucciso poi il 15 settembre di quell’anno, ormai consapevole di essere seguito e spiato fin dentro la sua chiesa, parlò così – con serenità – dall’altare: “Mi rivolgo anche ai protagonisti delle intimidazioni che ci hanno bersagliato. Vorrei conoscervi, conoscere i motivi che vi spingono ad ostacolare chi tenta di educare i vostri figli al rispetto reciproco, ai valori della cultura e della convivenza civile. Ma, ricordate, chi usa la violenza non è un uomo. Si degrada da solo da uomo ad animale”. E, leggendo negli occhi dei fedeli sbigottimento e paura, concluse con una frase di San Paolo: “Se Dio è con noi, chi sarà contro di noi? Io non ho paura di morire se quello che dico è la verità”.

COME NASCE IL FIORE DEL DOLORE
GLI INCONTRI DI LUZI A PALERMO

Mario Luzi, anziano ma ancora straordinariamente lucido e acuto, era da tempo di casa a Palermo e in contatto con molti esponenti della cultura cittadina. Uno di questi, Pietro Carriglio, lo conosceva bene e riuscì a convincerlo a tentare l’impresa di far diventare poesia la dura cronaca di quegli anni e l’omicidio del parroco di Brancaccio.

Così, sul finire degli anni Novanta, prima di comporre il suo testo, Luzi svolse a Palermo un lavoro accurato di ricerca: parlò con religiosi e collaboratori laici del sacerdote assassinato, lesse quanto è stato scritto su padre Puglisi, e anche il mio libro biografico, frutto di 15 anni di amicizia con don Pino. Meditò infine sulle reazioni della città davanti a un delitto orrendo e diverso.

In un’intervista (Giornale di Sicilia, 7 marzo 2003) lo stesso Luzi rievocò così questa fase preliminare: “Ero informato vagamente della vicenda. I miei amici palermitani mi parlavano con passione della storia, che non si inquadrava in nulla di preesistente. Un’aggressione mafiosa al clero non aveva precedenti. Feci una visita accurata e pietosa a Brancaccio, “invaghito” emotivamente di un personaggio che si portava dietro ogni interpretazione possibile…Ho poi voluto distinguere tra una ricostruzione processuale laica e una religiosa. Ho sentito l’impulso di entrare nell’orfanità di don Puglisi: a Brancaccio ho scoperto che don Pino era ancora lì, l’ho trovato lì, tra i suoi fedeli orfani di lui, simbolo di quella specie di alchimia che trasferisce il dato oggettivo al mondo leggendario”.

E Luzi continuava: “Non sono partito da una posizione di neutralità, ero dalla parte di don Puglisi sin dal principio. Ho voluto ricostruire e sentire da vicino il suo ambiente, le sfumature, il clima morale e di pietà religiosa. Il sacerdote, d’altronde, viene descritto da chi lo ha conosciuto come un uomo molto preparato, che sapeva tradurre in atti il Vangelo”.

Se mi è consentita la citazione, con straordinaria benevolenza nei miei confronti diceva poi nell’intervista: “Ho un grande debito con Francesco Deliziosi che mi ha fornito materiali preziosi sulla figura di don Pino”. E infatti qua e là, nel testo, riaffiorano citazioni dagli scritti originali di don Puglisi, che ho raccolto, e da miei articoli, come quando nella descrizione del sicario si dice che nel momento in cui “fu arrestato, era solo e mangiava spaghetti” (scena V), frase che viene presa ad esempio della “bruta routine dell’omicidio”.

Il frutto di questo lavoro – come accennato –  è una prima stesura del testo pubblicato sulla rivista “Idola” della casa editrice Novecento nel giugno del 2001. Seguì una rivisitazione, un proficuo e lungo “labor limae” sollecitato dallo stesso Carriglio in modo che l’opera potesse essere messa in scena, come avvenne circa due anni dopo, nella primavera del 2003, al teatro Biondo (il testo definitivo è pubblicato dalla casa editrice fiorentina La Meridiana. Su richiesta di Pietro Carriglio un mio saggio su Puglisi è nel programma di sala del 2003).

DIETRO UN DELITTO ORRENDO E DIVERSO

Un delitto orrendo e diverso, dicevamo, anche per una terra come la nostra in cui la mafia prospera ancora. Sul palcoscenico don Puglisi non è rappresentato ma solo evocato: si ode la sua voce nel prologo iniziale, quasi una preghiera:

“Cos’è una vita/
una vita nella vita/
La mia ha preso senso dal non essere più/
dall’essermi stata tolta…/
Signore, la mia vita in te,/
presso di te è misteriosamente/ tua e mia”./

E “Il Fiore del dolore” rispecchia lo sgomento di tanti di fronte alla ferocia bestiale dei boss, scatenata su un inerme sacerdote: al palazzo di giustizia, in Curia, nei bar, nelle strade, i personaggi si interrogano e si agitano, cercano con un disperato ragionamento di venire a capo del mistero della violenza. Ognuno dà la sua risposta e versa i suoi dubbi sulla scena, correndo tra le poltrone degli spettatori, con il codice penale sotto braccio o con il linguaggio della profezia, che la Chiesa tenta di individuare nel difficile percorso del martirio.

Anche l’assassino a torso nudo in cella – tre i suoi monologhi – , novello Giuda, si macera nel rimorso, con l’immagine impressa nella memoria dell’uomo che gli sorride mentre lui tende il braccio per sparare. Un unico proiettile, un fiore rosso sangue sulla nuca del prete.

E’ il fiore del dolore.

L’ombra del sacerdote, nel finale, torna dal sicario tra le quattro spoglie mura della prigione. E le parti sembrano al dunque invertite: il carnefice è vittima, la vittima giudice.

Questo, nel suo nocciolo, il progetto del grande affresco teatrale. Un’idea di alto profilo culturale che è un omaggio al sacerdote simbolo di Brancaccio – e di tutte le periferie abbandonate del mondo – ma anche un atto d’affetto nei confronti di Palermo, sempre in bilico tra la sciasciana “città irredimibile” e la speranza di un cambiamento.

LUZI: PADRE PUGLISI SAPEVA PERDONARE

Nell’intervista Luzi rende ancora più esplicito questo piano di lettura dell’opera: “Don Pino non avrebbe mai usato il termine carnefice per il suo assassino perché il suo esempio di umanità, quello che definiamo martirio, nasce – secondo me – da quel paradosso cristiano del saper perdonare, da quella fede nell’umanità che spera nella bontà anche di coloro la cui vita sembra negarla”.

“Penso – aggiungeva Luzi – che soltanto la speranza dell’amore può spingere uomini come lui, come i Kolbe, i don Milani, a vivere pericolosamente tra l’umanità più degradata per affermare il messaggio della risurrezione. La storia è sempre quella, è il conflitto tra il bene e il male che trasforma la coscienza del mondo, a Firenze come a Palermo e altrove nelle città e nei luoghi più dimenticati della terra”.

I VERSI DI LUZI SU PALERMO

E su Palermo, sulla odiamata Sicilia, ci sono versi illuminanti (scena XIII):

“Non è un’isola che ti isola/
e magari ti cinge/
e ti protegge/
tra le braccia del suo mare, questa;/
ma ti scaglia anzi particola o lapillo,/
infuocato, al centro del dilemma umano,/
ti sommerge e ti impasta/
con amore e con perfidia/
nel magma e nell’insidia/
dei suoi bellissimi vulcani./
Io so questo, lo so senza saperlo/
fino dalla mia nascita/
come tutti lo sappiamo noi in Sicilia,/
ma lo so ora sapendolo davvero/
e ora mi trabocca dagli occhi e dalle orecchie/
questa “sicilitudine” che dicono./
Ma non la reggo più,/
la rifiuto e intanto la desidero./
Che strazio. E Palermo vi è nel mezzo./
Bella e infida, così è Palermo/
per chi la ama e l’ammira/
e per chi la esecra./

Così, il grande poeta ha affrontato le due facce di Palermo, bella e terribile. Lo sbigottimento della società di fronte alla bestiale soppressione di un uomo inerme, difeso solo dalla parola e dal Vangelo. E ha intuito, grazie alla forza della sua fede, l’anelito della Chiesa all’interpretazione dei fatti con un “linguaggio alto, quello inesplicabile della profezia”.

IL RUOLO DELL’OPINIONISTA

La realtà e la profezia: due piani ben distanti, ma collegati da un unico personaggio. A fare da filo conduttore è un Opinionista (ruolo ampliato rispetto alla prima versione del testo). E’ l’inviato di un quotidiano a caccia di scoop – come tanti se ne vedono ancora al giorno d’oggi – che piomba a Palermo ben intenzionato a cacciarsi nelle viscere della città e a raccontare, attraverso la storia di don Puglisi, un nuovo, folkloristico quadretto horror in modo da “riempire decentemente qualche colonna o pagina”.

Ben presto il giornalista – e Luzi con lui, come confessa nella nota al testo titolata “In confidenza” – rinuncia alla “pretesa intellettuale di intendere il segno e il senso della vicenda”. Si accosta agli avvocati cinici e increduli, agli amici del sacerdote ucciso, ancora sgomenti, a religiosi e laici che, con un disperato tormento, cercano una spiegazione e vivono “un altro dramma, quello umano e cristiano dell’intelligenza o, più propriamente dell’interpretazione”. Alla fine l’Opinionista vivrà la sua catarsi, deciderà di non scrivere alcunché.

Lo hanno colpito, in particolare, i differenti registri degli uomini della Chiesa che sul delitto avvertono:

“Non possiamo limitarci a intenderlo/
nel suo brutale aspetto di assassinio/
Non può l’esemplare, il penoso,/
il vigoroso avviamento al sacrificio/
di Puglisi essere senza significato./
Parimenti la sua morte”. 

Il riconoscimento del martirio appare così nel sua reale significato, senza fraintendimenti (nel testo permane qualche eco di queste critiche al “processo” ecclesiale). Proclamare martire don Puglisi non equivale a imbalsamarlo o a delegare l’antimafia solo ai santi. Ma significa guardare all’accaduto, come scrive Luzi, “in una prospettiva storica cristiana e non con occhi troppo grevemente secolari”. Certo, la prospettiva dell’ortodossia cattolica è un paradosso da vertigine: interpretare lo sparo che uccide don Puglisi come una manifestazione dello Spirito Santo, qui e ora, nella Palermo d’oggi.

Di fronte a questo “inesplicabile linguaggio della profezia”, al mistero della presenza del male nel mondo, il poeta si arresta. Evita esplicitazioni didascaliche. E allo spettatore lascia la meditazione su un testo denso e profondo, sull’insensatezza del vivere e del morire, lo straniamento di una ricerca sospesa tra realtà e onirismo.

I MONOLOGHI DELL’ASSASSINO
TORMENTATO DALL’ULTIMO SORRISO

Di qui discende lo straordinario impatto – certamente i momenti migliori dello spettacolo – dei tre monologhi del sicario tra le spoglie mura del carcere. Si macera nel rimorso e si interroga sulle sue colpe di novello Giuda.

Fu il suo tradimento una scelta libera o solo un piccolo ingranaggio di un destino già scritto? Interrogativi da brivido, in sospeso sul baratro del libero arbitrio. Vorrebbe, il sicario pentito, un giudice che venga a far pulizia “di questa schifosa sgoratura di uomo”.

L’ombra di don Puglisi andrà da lui non per condannarlo ma con la forza del perdono e dell’amore. Davvero così era padre Puglisi, l’uomo del perdono innanzi tutto e nonostante tutto. Con l’ineffabile, straordinaria energia del suo ultimo sorriso di fronte al braccio teso per ucciderlo.

Dice il killer (interpretato da Alfonso Veneroso), tra sogno e incubo:

“Eccolo, è qui, è venuto,/
da dove siete entrato? /
Non vi ho veduto entrare/
eppure siete qui/
Siete voi, padre Giuseppe,/
voi/
col vostro ultimo sorriso”.

(Francesco Deliziosi)

RIPRODUZIONE RISERVATA

si ringrazia Studiocamera per le foto dello spettacolo

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