PADRE PUGLISI, VERO E FALSO IN
“ALLA LUCE DEL SOLE”

di Francesco Deliziosi*

Tutto quello che avreste voluto sapere sul film “Alla luce del sole” di Roberto Faenza e nessuno vi ha mai spiegato…

Nella foto Zingaretti-Puglisi a terra dopo l’agguato. Qui c’è gia una incongruenza importante: il delitto avvenne di sera e non “alla luce del sole”. I vicini intervennero subito chiamando l’ambulanza e non ci fu il fuggi fuggi omertoso che si vede nel film… Ah la fiction!

Don Pino Puglisi nel film di Roberto Faenza “Alla luce del sole”: quel che è vero e quel che è fiction

(*L’autore, amico e allievo del parroco-martire, ha collaborato col regista Faenza per la sceneggiatura e la realizzazione del film.)

“Signore, tu che scrivi dritto sulle righe storte, mostrami il cammino, non lasciarmi solo”: è con questa preghiera sommessa che don Puglisi-Luca Zingaretti chiede un viatico a Dio per il suo calvario, davanti ai banchi vuoti della chiesa di Brancaccio. “Dritto sulle righe storte” è un proverbio portoghese che affida alla speranza di un progetto provvidenziale anche il male del mondo: è una frase carica di fede, citata anche da Giovanni Paolo II, che padre Pino ripeteva spesso per rincuorare amici e parrocchiani, insieme all’altra, di San Paolo: “Se Dio è con noi, chi sarà contro di noi?”.

Siamo all’inizio di “Alla luce del sole”, un film dolce e violento, bello e terribile – biblicamente – come un esercito schierato a battaglia. In questi anni proiettato tantissime volte in occasione di incontri per fare memoria del parroco-martire ucciso dalla mafia il 15 settembre del 1993 e di recente proclamato beato dalla Chiesa cattolica.

Ecco quindi un articolo per chiarire curiosità e retroscena. Il film – come si legge nei titoli di coda – è ispirato al mio libro su padre Puglisi. Ho avuto diversi incontri col regista e ho potuto seguire da vicino la lavorazione del film. Ecco quindi un viaggio tra ciò che è vero e ciò che è fiction.

Si tratta innanzi tutto di un lavoro che squaderna la brutale oppressione dei boss su un quartiere-simbolo, dove i ragazzi scrivono “W la mafia” sui muri e festeggiano l’uccisione di Falcone. Eppure, occorre sottolineare subito che la storia narrata da Roberto Faenza riesce a tenere vivo un filo di speranza, un barlume di libertà negli occhi dei bambini, un sorriso elettrizzante che passa dal parroco-martire ai suoi giovani, che colora i loro sogni. Soffocata la voce del sacerdote con un colpo di pistola in testa, rimane l’eredità di una passione e di un insegnamento radicale: per difendere i propri ideali occorre mettere in gioco anche la vita. La verità rende liberi, evangelicamente. E la libertà è – come dice uno dei ragazzi nel film – “imparare a pensare tutti con la propria testa”. In terra di mafia gli uomini liberi ora sanno – grazie a quel piccolo prete testardo – che c’è la possibilità di cancellare lo stigma di Cosa Nostra.

Gli uomini liberi, e in particolare i giovani, ora sanno che si può vivere “alla luce del sole”, fuori dall’ombra del dominio dei clan. Così, dopo una serie di cambiamenti (ci sono stati molti titoli provvisori e l’ultimo era appunto “Dritto sulle righe storte”), la scelta del regista è caduta su questa espressione luminosa per simboleggiare quel che rimane dell’insegnamento di don Puglisi, nonostante la sua morte.

Roberto Faenza con Luca Zingaretti sul set di “Alla luce del sole”

Per il film Faenza è ripartito da un tema del suo precedente “Prendimi l’anima”: nell’asilo di Sabina Spielrein (paziente e allieva di Jung) i bambini seguivano un’educazione alla libertà, simbolica e destinata a soccombere nella Russia autoritaria di Lenin prima e degli invasori nazisti poi. La forza di don Puglisi è la stessa: scardinare i legami dell’omertà, aprire gli occhi a chi non vuole vedere, mettere – anche qui, alla maniera di Gesù – i figli contro i padri.

La trama ripercorre fedelmente gli avvenimenti di Brancaccio, dai difficili inizi all’acquisto del centro Padre Nostro fino agli attentati e all’omicidio, risolto con una scena di estrema delicatezza. Passando per i rifiuti di don Puglisi: di fronte alle “generose” offerte in denaro dei boss, di fronte alle fastose celebrazioni per il patrono San Gaetano, di fronte a rappresentanti dello Stato corrotti e collusi. Poche le incongruenze storiche, tra cui va segnalato l’arrivo a Brancaccio inaspettato (per Puglisi) delle suore e di Gregorio Porcaro (il suo vice, interpretato da un sornione e simpatico Corrado Fortuna). Nella realtà fu lo stesso parroco a cercare, e a ottenere, “rinforzi” dall’arcivescovo Salvatore Pappalardo (con un riuscito “cameo” ne indossa i panni l’editore palermitano Sergio Flaccovio).

Ma i veri protagonisti del film sono loro: più di cento bambini – bellissimi e bravissimi – scelti all’Albergheria o in corso dei Mille (tra i sacerdoti di frontiera palermitani che più hanno collaborato col regista vanno ricordati Francesco Stabile, Cosimo Scordato, Antonio Garau). Le storie simboliche di riscatto e violenza dei giovani si intrecciano con quella del loro parroco. E molti adolescenti, alla fine, riusciranno a sottrarsi alla gogna della mafia, al dominio del padre-padrone, con la fuga o con altre tragiche scelte.

Faenza, con maestria, si è sottratto a molti rischi. Intanto (grazie anche a una straordinaria interpretazione di Luca Zingaretti, avulsa da ogni retorica) ha rifiutato di dipingere il “santino” di un sacerdote che mantiene sullo schermo tutta la sua popolana concretezza e manualità da figlio di ciabattino. La narrazione è asciutta, la sceneggiatura (firmata, come il soggetto, anche dallo stesso Faenza) senza fronzoli, i dialoghi secchi e scabri.

L’asse portante del suo lavoro è la denuncia civile del terribile destino che incombe sulle nuove generazioni nelle periferie metropolitane, per l’assenza dello Stato e la disattenzione della società. In questo il film è “politico” e lancia un forte allarme a chi governa. Solo la Chiesa, con i suoi uomini migliori e il suo insegnamento di libertà, pare costituire in queste “favelas” una diga di speranza (il lavoro è infatti dedicato “ai bambini di Palermo”).

Faenza, da sempre uomo di sinistra e dichiaratamente ateo, ha colto in don Puglisi l’uomo del dialogo, del sogno, della libertà. E davvero, in vita, fu un sacerdote per nulla “clericale”, alieno da un cristianesimo devozionale e integralista. Fu un prete capace di costruire anche con chi è lontano dalla fede, cercando i “tratti di cammino in comune”, come diceva Giovanni XXIII. Per chi l’ha conosciuto bene, come chi scrive, appare significativo che – anche dopo morto – padre Pino sappia ispirare e parlare al cuore non solo dei credenti ma di tutti gli uomini di buona volontà.

Poi, altra nota di merito: Faenza, attentissimo ai particolari (è citata persino una poesia di “Spoon River” che padre Pino amava) nella lunga fase di documentazione, ha saputo cogliere e raffigurare una realtà misconosciuta, ma ormai sancita dalle sentenze giudiziarie: il delitto Puglisi non è una storia di quartiere che nasce e si conclude a Brancaccio, ma va inserita in un contesto più ampio, quello dell’ancora misteriose stragi del ’92-’93. Mandanti ed esecutori sono coinvolti, infatti, anche nelle uccisioni di Falcone e Borsellino, negli attentati di Firenze, Roma e Milano. Puglisi viene eliminato perché attira l’attenzione sul clan, sulle sue basi (i magazzini di via Hazon), sulla cosca che progetta l’assalto (la proposta di trattativa?) allo Stato per conto di Riina e trasporta esplosivo in giro per l’Italia.

Se una critica è lecito muovere al film, infine, l’obiezione è questa: volutamente nell’opera non è stato approfondito il Puglisi-sacerdote, la sua formazione, le radici evangeliche della sua spiritualità. Chi l’ha conosciuto – come chi scrive – non può scacciare la sensazione finale che nel film manchi qualcosa. Anche nei momenti più terribili, sotto la sferza di pestaggi e attentati, Puglisi-Zingaretti rimanda la sua scelta di non indietreggiare a motivazioni limitate e laiche (“se mi tiro indietro, come potrebbe credermi la gente?”). Non viene reso esplicito un fatto fondamentale: don Puglisi non lasciò Brancaccio per non tradire il Vangelo, per non tradire la missione di “buon pastore” che Gesù gli aveva affidato. E in Cristo trovò la forza per resistere alla violenza. Questione non da poco, visto che è stata proprio al centro dell’istruttoria ecclesiale per il riconoscimento del martirio. Quella di Brancaccio, secondo la Chiesa, non fu una violenza contro una singola persona ma un omicidio “in odium fidei”, in odio alla fede, e cioè ideato per abbattere la lezione di libertà che Gesù stesso impartiva attraverso le parole di don Puglisi.

Anche l’unica preghiera a Dio che scrive “dritto sulle righe storte” è stata aggiunta in una fase di post-produzione (la voce recita fuoricampo), su sollecitazione di uno dei sacerdoti che più ha aiutato Faenza nella sua avventura irta di difficoltà.

Eppure, anche se in questo ritratto dal sapore tutto laico, appaiono comunque chiare la tempra e l’ostinata, ineffabile dolcezza del sacerdote-Puglisi, fino alle sue ultime parole rivolte ai killer, “me l’aspettavo” (chissà perché corretto nel film in “Vi aspettavo” e senza che si veda il sorriso descritto nei verbali dall’assassino, oggi pentito).

D’altronde, a proposito di atei e credenti che lavorano insieme per il riscatto dei popoli, per la giustizia e la verità si può concludere qui con una frase di Simone Weil che era cara a padre Pino: “A Cristo piace che a lui si preferisca la verità. Perché, prima ancora di essere Cristo, egli è anche la Verità. Se ci si allontana da lui per andare incontro alla verità, non si farà molta strada prima di cadere nelle sue braccia”.

In sostanza una miscela esplosiva ha creato un bel film. Due ingredienti di qualità si sono integrati e mescolati alla perfezione. Da un lato un prete soave e cocciuto, don Pino Puglisi, capace di essere coerente col Vangelo fino all’estremo sacrificio pur di non abbandonare le sue pecorelle. Dall’altro un regista di vaglia, Roberto Faenza, reduce da tante stagioni politiche controcorrente, dichiaratamente ateo ma capace di accostarsi alla figura del parroco di Brancaccio non con la testa ma con il cuore. Non con la ragione ma con le intuizioni e i sentimenti. “Anche Puglisi – ha detto Faenza – se avesse seguito solo la ragione se la sarebbe data a gambe, anziché aspettare i suoi assassini”.

Per chi, come chi scrive, ha avuto una conoscenza diretta, lunga quindici anni, di don Puglisi la domanda più frequente è: cosa c’è di vero nel film e cosa è parto della fantasia del regista? Ho avuto modo di incontrare, su sua richiesta, Faenza, all’inizio della lavorazione. E sono stato tra i primi a consigliargli il nome di Luca Zingaretti come interprete. In seguito, più volte mi sono confrontato col regista e con gli sceneggiatori che traevano ispirazione dalla mia biografia del parroco-martire (che è citata, come accennato, nei titoli di coda con uno “speciale ringraziamento” nei miei riguardi).

Posso quindi dire, a ragion veduta, che molti episodi sono inventati per espressa volontà di Faenza. Ma occorre dire subito che hanno tutti una giustificazione nella architettura drammaturgica del film e nella sua poetica. Così è frutto di fantasia il suicidio di Domenico, il giovane che rifiuta di aggregarsi al commando di assassini. Altre storie di ragazzi (lo studente che scappa da Brancaccio in treno, i danneggiamenti ai ciclomotori dei volontari) sono pure soltanto dei simboli ma comunque efficaci.

Non ci sono riscontri al pestaggio in casa del sacerdote (una delle scene più toccanti), anche se è vero che una volta don Pino spuntò in chiesa con un labbro spaccato e disse, a noi parrocchiani increduli, “sono caduto dalle scale” oppure “ho avuto un herpes”. Altri episodi di violenza e attentati (l’incendio delle porte di casa dei collaboratori dell’Intercondominio), d’altronde, non vengono descritti nel film che comunque raffigura bene il clima pesantissimo delle estati ’92 e ’93 vissuto nel tunnel di Brancaccio.

Sono purtroppo realtà i combattimenti di cani organizzati davanti ai bambini, la prostituzione minorile, i festeggiamenti per le strade dopo la strage che costò la vita a Giovanni Falcone. Non ci furono, invece, messe in piazza o messe “annullate” perché la chiesa era vuota. E l’omicidio avvenne intorno alle 20,45 e non in pieno giorno, anzi “alla luce del sole”, come rappresentato. I vicini aiutarono subito il sacerdote, chiamando l’ambulanza, e non ci furono le scene di omertà e il fuggi fuggi che si vedono nel film. A voler essere puntigliosi, per la strage Borsellino non venne usata una Seat Ibiza ma una 126.

Come si vede, si tratta più di variazioni sul tema che di tradimenti della realtà. Anzi, Faenza si è documentato scrupolosamente e molti riferimenti sono reali (la scena dello scatolone in classe, il piccolo ladro di autoradio, la poesia di “Spoon River” tanto amata da padre Pino, le processioni sobrie e i canti stonati…sì Puglisi era davvero stonato così, come una campana!). Al di là degli episodi, il regista ha saputo cogliere il carisma di educatore di don Puglisi, paragonabile – nel mondo ecclesiastico – a un don Milani o a quel grande maestro che è Don Bosco. Faenza è entrato in sintonia col metodo intelligente e non bigotto del parroco: per stabilire un contatto con i ragazzi ci gioca a pallone, dimostra di essere amico e non “sbirro”. In un mondo di violenza offre amore, ma poi chiede verità e giustizia. Colpisce al cuore con parole semplici.

È nato così un film “dalla parte dei bambini di Palermo” e a loro dedicato. E per questo Faenza dice che non si tratta di un film sulla mafia o di un film politico: il suo interesse è tutto centrato “su un altro linguaggio, su un’altra sintassi, quella dell’amore”. Padre Pino fu un prete capace di camminare insieme – e di costruire – anche con chi non era credente. E appare molto significativo che, a tanti anni dalla morte, l’omaggio più poetico alla sua vita – attraverso i volti dei “suoi” bambini e la loro sofferenza – sia arrivato proprio da un regista come Faenza che si dichiara ateo.

Per questo “Alla luce del sole” è un film di cuore e non di testa che ha giovato tanto in questi anni alla conoscenza della figura di don Puglisi (e forse anche alla causa di beatificazione). Un film che dà ragione a chi, dentro la Chiesa palermitana, ha appoggiato e ha saputo consigliare il regista nella sua difficile opera.

Al momento del debutto del film nelle sale, preceduto da un enorme battage mediatico, si riaprì il dibattito, che era sopito, su Palermo e sulla mafia. Giuseppe D’Avanzo su “Repubblica” interpretò il film come un match calcistico, concludendo, pessimisticamente, che “hanno vinto i fratelli Graviano e Puglisi non è mai stato in partita”. Lo stesso Faenza rispose che una simile metafora gli sembrava inadatta e anzi dannosa: “Accreditando il potere della mafia, o peggio la sua vittoria, c’è il rischio di accettare lo status quo e di abbandonare ogni forma di lotta. Le idee e gli ideali possono essere oscurati ma non sconfitti”.

Anche qui occorre usare il cuore, non la testa: “Don Puglisi – spiega il regista – parlava il linguaggio delle emozioni, era un sognatore, un credente dalla fede più profonda, come i martiri cristiani che, pur mandati a morte, hanno vinto nel tempo”. Parole bellissime. Magari le sapessero pensare e pronunciare tanti cristiani di testa e non di cuore, perbenisti e dubbiosi. Quelli che non hanno ancora sentito nel cuore una verità, la verità: Gesù è stato ucciso, ma non è mai stato sconfitto.

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